Capitolo 45 Irraggiungibile (parte seconda)

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DARYL

Cercare risposte non è mai stato tanto difficile. Dopo aver suonato e risuonano al citofono di casa di Blake, non ho ottenuto risposta. Ho anche provato a chiamare Chiara sul cellulare, ma senza successo. Il numero risulta irraggiungibile, e ammetto che questo mi provochi una certa preoccupazione.

Così, preso dal coraggio, provo a chiamare Blake. Seppur mi dia libero, dall'altra parte nessuno avvia la chiamata.

È possibile che nessuno dei due voglia parlarmi...

Comprensibile, nemmeno io vorrei parlare con me stesso, ma se Chiara non è a casa allora dov'è?

So che non può essere in redazione perché da qualche tempo lavorava da casa, ma tentare non nuoce.

Recupero il furgone lasciato parcheggiato storto sul marciapiede e metto in moto in direzione del giornale.

Tuttavia, lungo il tragitto il pensiero non si sposta dalla voce registrata che, nella chiamata a Chiara, pronunciava la parola "irraggiungibile".

Per gli altri, non per me.

Simile a una sfida personale, l'idea che qualcuno mi dica che non la posso raggiungere fa scattare in me la voglia di contraddirlo.

Prendo il telefono e telefono a Manuel.

«D-Daryl?» Risponde incerto.

«Sì, mi serve...»

«Estas vivo!» m'interrompe con enfasi, tanto che posso sentire la felicità attraverso l'apparecchio.

Sorrido al pensiero che quel ragazzino forse si sia affezionato davvero.

«Certo, avevi dubbi?»

Io parecchi

Ma la sicurezza e un pizzico di spavalderia sono requisiti fondamentali per un capo che deve dimostrarsi forte e impavido davanti al gruppo.

Lo sento ridacchiare, come soddisfatto, dall'altra parte del telefono, ma non ho tempo per raccontare.

«Manuel, mi devi tracciare immediatamente il cellulare di Chiara e quello di Blake.»

«Dame un minuto

Il minuto più lungo della mia vita.

Manuel mormora qualcosa che non capisco, deve aver posato il telefono da qualche parte.

Poco dopo, sento chiara la sua voce.

«La senñorita no es localizable, necesito más tiempo, pero tu hermano está en el aeropuerto.»

E all'improvviso le sinapsi si attivano tutte insieme. Quei due neuroni, fin'ora dormienti, riescono a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle.

«Quale aereoporto?» mi affretto a chiedere.

«John Fitzgerald Kennedy.»

Attacco la chiamata, conscio di trovarmi troppo lontano da quell'areporto e di dovermi sbrigare se voglio arrivare in tempo.

In tempo per cosa?

Non avrò mai la possibilità di scusarmi o parlare, ma qualcosa da dirle lo ho.

A costo di gridarglielo davanti a tutti, lei lo deve sapere.

Controllo la strada, il traffico è intenso, ma non ho scelta. Effettuo un'invenzione pericolosa che mi costa quasi un incidente contro uno di quei merdosi taxi gialli e, senza fermarmi, accelero in direzione dell'aeroporto.

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