Capitolo 36 Una bruja per il truffatore (parte seconda)

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DARYL

Prendo un sorso di Whisky, mi serve a darmi coraggio e anestetizzare la difficoltà nell'aprirmi sulla mia intera vita.

Chiara resta in silenzio, non m'incalza, rispetta i tempi di cui ho bisogno, ma gliela leggo negli occhi l'impazienza.

Sospiro e mi decido ad aprir bocca.

«Forse non sono stato del tutto cristallino con te. Sono circondato da uomini che mi seguono, non perché siamo un gruppetto che effettua scorribande e furtarelli, o meglio... Sì, ma a un livello un po' più...» m'impapino a parlare. Non so spiegarglielo nella maniera giusta e vorrei che lei ci arrivasse da sola a tutte le risposte. Mi passo una mano tra i capelli, imbarazzato e pieno di vergogna, una vergogna che non ho mai provato, ma che davanti a lei mi si attacca addosso come una seconda pelle.

«Hai... uhm, presente la Gang di messicani?»

Lei si limita ad annuire anche se perplessa.

«Beh, io faccio di una cosa simile. Mh, cioè, ne sono... a capo.»

E ora guardala alzarsi, chiamare Blake e scappare verso un'altra casa o addirittura un altro continente.

Schiude appena le labbra, ma l'espressione è quasi impassibile, indecifrabile.

Bruja dì qualcosa...

«Io... qualcosa avevo intuito, ma... sarò onesta, non immaginavo fossi un vero e proprio... uhm, gangstar.» Sussurra l'ultima parola, come se pronunciarla a voce alta costituisse un reato.

O lo rendesse davvero reale...

Ma lo è.

«Possiamo dire che io lo sia, anche se sono fuori dalla maggior parte delle merdate di cui si occupano le altre Gang. La mia pandilla è una sorta di famiglia, in cui sono riuniti tutti i reietti della società e vecchi membri di una gang di cui facevo parte anni fa.»

«Credevo che non si potesse uscire dalle gang, insomma... tu come hai fatto a crearne una tutta tua?»

Il fatto che non sia scappata a gambe levate e, anzi, resti qui a porre domande, mi dà coraggio e voglia di raccontare.

«Hai ragione a pensarlo, ed è così. Quando... siamo rimasti soli, io e Blake, siamo stati spostati tra varie case famiglie e altrettante famiglie in affido. Spesso ci dividevano e allora scappavamo di casa o dalle strutture per incontrarci. Non volevamo separarci. Finché un giorno, uno di quelli in cui un ragazzo poco più grande di noi ci ha avvicinati: ci ha promesso protezione, una famiglia e la possibilità di restare uniti.»

I ricordi divampano nella mente come se il tutto fosse successo solo ieri. Ricordo l'entusiasmo iniziale, avremmo fatto qualsiasi cosa pur di non separarci... qualsiasi.

È probabile che mi sia immerso troppo nei ricordi perché Chiara si schiarisce la voce vogliosa di conoscere il resto della storia.

Prendo un sorso di Whisky e proseguo.

«All'inizio non ci eravamo resi conto in che mondo ci eravamo cacciati. Ci siamo fidati e, avendoci proposto non solo un tetto sopra la testa e pasti caldi, ma anche un lavoretto per metterci da parte dei soldi, a noi sembrava un'ottima prospettiva di vita. Solo che il lavoro proposto non era affatto legale. Facevamo i corrieri della droga. Eravamo piccoli, difficili da prendere e se anche fosse stato, non avremmo scontato nulla se non qualche anno di riformatorio.» faccio una pausa. Sapevo che raccontarle tutto sarebbe stato difficile, il viale dei ricordi non è piacevole, specie con tutto quello che è successo dopo.

«Ci pagavano una miseria, ma negli anni sia io che Blake siamo riusciti a metterci da parte qualcosa e non solo. Una volta diventati adolescenti e prestato giuramento siamo entrati nell'effettivo all'interno di quella gang, perciò i "lavori", passami il termine, che facevamo erano diversi e più redditizi.»

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