Capitolo 12 lo stretto indispensabile (parte seconda)

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BLAKE

Corro per le scale e le faccio a quattro a quattro. Ho l'impressione che se aspettassi l'ascensore ci metterei il doppio del tempo.

Arrivo davanti alla porta dell'appartamento di Chiara con fiato corto e del tutto spompato. Cinque piani a piedi dopo quindici chilometri di corsa non sono affatto una passeggiata.

Cercatelo più in alto il prossimo, Little I, magari un attico!

Suono il campanello, mentre cerco di riprendere fiato. La porta si apre sulla sua figura, piccola e... furente. Braccia incrociate e quegli occhi, di solito grandi e penetranti,  ridotti a due fessure, mi osserva dalla testa ai piedi con una smorfia di disappunto, accentuata dalle labbra arricciate.

Boccheggio, ma trovo il modo di esprimermi.

«Non... non ti incazzare... io... ho già chiamato per la cena... scusa il ritardo... ma ho già avuto la mia dose di punzione: i cinque piani a piedi»

Rilassa i muscoli del viso e accenna un sorriso.

Mi stava prendendo in giro?

«Dai, entra. Hai un aspetto orribile!»
«Vorrei vedere te! Mi sono allenato e poi quelle cazzo di scale!»
«Se avessi più organizzazione, non faresti le cose di corsa e non arriveresti in ritardo. Ma ormai ci sono abituata, neanche te lo tengo più il broncio.»

Passo una mano tra i capelli. So che mi aspettava almeno un'ora fa e so anche perché non è arrabbiata: non abbiamo tempo di discutere dei miei ritardi, c'è altro di cui parlare.

Levato il giubbotto, mi accomodo sul divano, stremato. Lei compare subito dopo con un bicchiere colmo d'acqua. Bevo il contenuto con avidità, era proprio ciò di cui avevo bisogno.
«Grazie, Little I». Annuisce, ma la vedo tesa. Rosicchia le unghie fino all'osso e resta in piedi. Non mi guarda, piuttosto, fissa il pavimento. Il silezio diventa assordante, fastidioso e innaturale tra di noi. Siamo entrambi due chiacchieroni e questa distanza emotiva, proprio non la sopporto. Allungo le braccia e le tendo le mani.

«Vieni qui. Siediti accanto a me»

Ancora, non dice una parola, ma per lo meno si lascia andare e prende posto vicino a me. Devo essere io a parlare, la conosco e questa volta, non mi porrà domande. Il problema è che non so proprio da dove iniziare. Prendo un lungo respiro e poi apro il discorso.

«Mi dispiace non averti detto nulla di Daryl... Lo avrei fatto, Little I, credimi, ma ho sempre rimandato perché... Non lo so, insomma, avevamo chiuso i rapporti, parlare di lui non mi faceva bene e avrei dovuto dirti troppe cose di me che pensavo fossero morte e sepolte...»

«Credi davvero che ti avrei giudicato?» Me lo domanda con una freddezza che non le ho mai visto addosso. La capisco, in parte. Le ripeto di continuo che è la mia migliore amica che la considero una sorella, eppure non le ho detto una cosa così importante, comprendo se si senta ferita in qualche modo.
«No, io... Non lo so. Chiara, prima io ero molto più simile a Daryl di quanto tu potresti mai immaginare. C'ero dentro anche io, ma... Non volevo che il mio passato tornasse a galla e Daryl... Lui... è complicato»

Sbuffo e sfrego le mani. Più parlo, più non so cosa dire, non sono nemmeno sicuro di aver detto effettivamente qualcosa nel mio contorto discorso.

«Ma non lo capisci che non m'importa chi eri, Blake? Sei... sei sempre tu. Ti ho conosciuto come sei ora: l'uomo più buono, gentile e altruista che abbia mai incontrato. Non sarebbe cambiata, e non cambierà, la mia opinione su di te. Io... lo sai che ci tengo.»

Che mi vuoi bene proprio non riesci a dirlo, eh...

È una cosa che ho notato ed è un fatto strano. Posa una mano sulle mie e m'infonde calma col suo gesto. Tuttavia, non mi guarda negli occhi mentre afferma di tenerci e non mi ha mai espresso con chiarezza i suoi sentimenti. Lo so benissimo che mi vuole bene, lo dimostra con piccoli gesti, ma da quelle labbra, quella frase non è mai uscita.

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