Capitolo 39 Non aprire quella porta (parte terza)

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DARYL

Rientrati a casa, l'aria tra di noi si fa tesa.

Scruto ogni più piccolo movimento che compie: lenti e sembra avere le mani tremanti. Le cade prima la borsa, poi la giacca proprio mentre cerca di sistemarla sull'appendiabiti all'ingresso.

Non conosco il motivo del nervosismo che si porta dietro da quando siamo saliti in macchina, ma conosco i motivi del mio: il suo telefono non ha fatto altro che vibrare per tutto il viaggio, finché lei non lo ha messo in silenzioso!

Non ho potuto sbirciare chi le inviava messaggi in maniera così insistente e non ho aperto l'argomento, ma sono certo che in quel telefono troverei risposta alle mie domande.

Quando la vedo frugare nella borsa e prendere l'oggetto dei miei dubbi, l'istinto è quello di strapparglielo dalle mani e porre fine al tormento che solo il non sapere è in grado di suscitare.

Digita sulla schermo nervosa e frettolosa e mi chiedo a quali parole o frasi stia dando vita. È solo quando l'espressione che ha in viso diventa crucciata che non resisto più e decido di affrontarla.

«Chi è che ti cerca in continuazione?» Cerco di sembrare tranquillo, ma è evidente l'irritazione nella voce e la mascelle serrate non credo mi diano un'aria di distesa calma.

Lei alza gli occhi dallo schermo ed esita.

Con chi cazzo stai parlando?

Reprimo, a fatica, la voglia di trasformare il pensiero in parole ad alta, altissima, voce e stringo le labbra fra loro come se avessi paura di tradire me stesso e vomitarle fuori.

«I-il m-mio capo e l-la m-mia f-famiglia.»

Suona come una bugia e l'impulso di agire si fa sempre più intenso.

«Ah, sì? E come mai ti cercano proprio a quest'ora?»

La stizza ormai non la riesco a nascondere. Incrocio le braccia e attendo una sua risposta che tarda ad arrivare, mettendo alla prova la mia esigua pazienza.

In evidente imbarazzo, mette via il telefono. Inizia un gioco nervoso con le mani; sfrega il pollice contro il palmo dell'altra mano, come se quel gesto grattasse via la tensione.

Mi stai mentendo?

«Il capo mi sta solo dicendo cosa devo fare lunedì, ma la mia famiglia è preoccupata. Sai, è da un po' che non faccio una videochiamata e con il fuso orario non sono molte le ore in cui possiamo sentirci.»

Mi convinco di essere paranoico, in fondo ha senso ciò che dice.

«E allora chiamali.» le propongo la soluzione logica che sembra non trovare da sola.

«Beh, loro non sanno che... non sanno niente e nemmeno che io sia qui.»

«E allora? Qual è il problema se sei qui?»

Si vergogna di qualcosa?

Non so perché, ma la prendo sul personale.

«Daryl, tu non capisci...»

«Già, cosa vuoi che ne capisca un orfano di dinamiche famigliari.» La interrompo e di nuovo non capisco quale sia il motivo per il quale io sia tanto infastidito.

Confuso, mi rendo conto di aver esagerato quando lei s'incupisce.
Le ho messo in bocca parole che non ha mai pronunciato e dovrei scusarmi, una persona con un minimo di buon senso lo farebbe, io, invece, sbuffo e lascio la stanza.

Salgo al piano di sopra e mi rinchiudo in camera come un adolescente ribelle che non ha voglia di ascoltare una verità scomoda.

Ma esattamente cosa mi tormenta?

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