Capitolo 23 Il Poker

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CHIARA

Il messaggio del portoricano era strano e recitava così "Fatti bella, provocante. Sarò sotto casa tua alle dieci in punto. Non salgo, so già che sarai pronta."

Non mi ha più risposto, nonostante scherzando gli avessi chiesto che cosa intendesse per "farsi bella".

Perché mai dovrei vestirmi provocante per andare a una stupida partita di poker.

In ogni caso, mi preparo seguendo alla lettera le sue indicazioni. Indosso una gonna molto corta e un top che mette in risalto il seno, poi, come se già non mi sentissi abbastanza fuori luogo in questo modo, mi pitturo le labbra con il rossetto rosso e lascio i capelli sciolti. Mi guardo nello specchio e non so se vergognarmi o ridere di me stessa.

Sembro una prostituta, ma a fine servizio...

Ridicolizzarmi da sola non mi aiuterà ad affrontare la serata, serata della quale non so assolutamente niente. Non che io abbia posto molte domande, anzi nessuna, ma nemmeno Daryl mi ha dato informazioni. Non so dove andremo né con chi si terrà questa fantomatica partita a poker.

Lo scoprirò presto, dato che sono quasi le dieci. Recupero il cappotto e una bochette a tracolla e scendo in strada ad aspettarlo.

Ho freddo e il mio vestiario non aiuta. Mi muovo avanti e indietro nella speranza di riscaldarmi. Prendo il telefono per controllare l'orario, ma il rombo in lontananza non lascia spazio a dubbi: sta arrivando.

Appena accosta corro in macchina. Sono infreddolita e sono felice di constatare che i sedili sono caldi così come l'abitacolo.

«Ciao.» Esclamo, felice di vederlo. Lui, però, non sembra dello stesso umore. Mi fissa in silenzio. C'è qualcosa che non va, la sua espressione è indecifrabile, m'inquieta. Così decido di smorzare la tensione, apro il cappotto e gli mostro come sono vestita.

«Allora, vado bene?» Eccedo in malizia accavallando le gambe e sbattendo le ciglia.

Lui mi squadra, si sofferma sul seno e sulle gambe, ma distoglie lo sguardo senza lasciar trapelare la minima emozione.

«Sì, vai bene.»

Le sue parole sono una ventata d'aria gelida che penetra nelle ossa così a fondo da scavarle. Mette in moto, e per tutto il viaggio regna il silenzio. Resto rannicchiata nel sedile, torturo le mani che sudano. Il disagio sarebbe palese a chiunque, ma Daryl non sembra farci caso, o almeno non se ne interessa. Per distrarmi guardo fuori dal finestrino, mi accorgo che non solo ha lasciato la città, ma addirittura siamo in una zona isolata, buia, pochi lampioni a illuminare la strada, e non sembrano esserci altri macchine che viaggiano su questa strada.

È inquietante e a rendere il tutto più sinistro, le case che di tanto in tanto scorrono lungo la via, sono fatiscenti. Sembrano abbandonate a loro stesse. La sensazione di disagio aumenta e inizio ad avere pensieri intrusivi e spaventosi. Di Daryl in fondo che cosa so? Niente. Il suo comportamento non aiuta.

Cosa ci facciamo qui? Perché proprio qui?

Non riesco a stare zitta e le mie perplessità le devo esternare, pazienza se è nervoso:

«Ehm... Daryl, d-dove siamo?»

Non risponde, percorre qualche altro miglio e al primo spiazzo che incontra accosta. Non ci sono case in questo punto, non c'è nulla di nulla.

Deglutisco a fatica.

«Ora mi devi ascoltare.» Dice serio ottenendo la mia piena attenzione.
«Tu non parli, esegui ogni ordine che ti darò e starai al gioco se necessario. Non prendi iniziativa e soprattutto non agisci d'impulso. È chiaro?»
«Dar...»
«È chiaro?» Ripete con più veemenza.

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