Capitolo 5 Sacrificio

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"L'altruismo è un altro tipo di amore. È mettere se stessi in secondo piano per il bene dell'altro che in quel momento ha più bisogno."

Hell


CHIARA

È da un quarto d'ora che nella stanza è calato un silenzio assordante. Giacomo, a braccia conserte e sguardo incupito, non ha smesso un secondo di fissare i monitor. Ma non è l'unico ad essere impaziente. Lo siamo tutti a modo nostro.

Blake è un fascio di nervi. Guarda i monitor, poi sposta il peso da un piede all'altro, fissa le sue scarpe e poi di nuovo i monitor, in un loop infinito dal quale è impossibile tirarlo fuori. Io non faccio altro che sbuffare e moderdermi le unghie. Non so cosa accadrà quando il fratello di Blake metterà piede in questa stanza, ma è chiaro che nessuno di noi è tranquillo, temiamo tutti il peggio.

«Chiara, vieni qui!»

L'ordine di Giacomo mi prende alla sprovvista, tanto da farmi sobbalzare. Rimango gelata sul posto, cerco con lo sguardo Blake. Annuisce se pur a malincuore, ma in fondo lo sa anche lui che non ho molta scelta. Devo assecondare le richieste di Arena nei limiti del possibile.

Mi stampo un sorriso in faccia e mi avvicino alla scrivania che tutto è fuorché sobria. In marmo alabastrino, è grossa e lunga quanto tutta la parete. Sopra vi sono un pc, un porta penne e una cartella per documenti. È spoglia, ma in perfetto ordine, quasi maniacale.

Una volta di fronte a lui, Giacomo mi invita a sedermi, tuttavia oltre la sua, non ci sono altre sedie.

Se pensa che mi siederò sulle sue ginocchia si sbaglia di grosso. No, nella maniera più categorica e assoluta, no. Ora non esageriamo.

Con un'espressione di finta innocenza mi faccio coraggio e faccio l'impensabile: mi siedo sulla sua pregiata scrivania.

Cerco di sistemare il vestito, lo tiro più che posso all'estremità per coprire le cosce ed evitare di esporle. Non sono a mio agio, ma lo sarei stata ancora meno in braccio a lui. Fisso anche io i monitor, ma solo per evitare lo sguardo di Giacomo e leggervi dentro disapprovazione. Purtroppo, però, il peso dei suoi occhi su di me si fa sentire e, anche preferirei non farlo, mi volto.

Lo sorprendo a indugiare sulla mia scollatura. Alzo gli occhi al cielo infastidita, tuttavia poco sorpresa. In un impeto di coraggio misto stizza, allungo un dito sotto il suo mento e lo costringo ad alzare lo sguardo. Non si ritrae, anzi sorride. Sul viso ci leggo anche altro, forse mi sbaglio, ma mi par di vedere un leggero imbarazzo, come di un bambino colto con le mani nella marmellata.

E fa bene!

«Ehi, italiano! I miei occhi sono quassù.»

Si lascia sfuggire una risatina, poi prende la mia mano, la porta alle labbra e vi deposita sopra un bacio senza interrompere mai il contatto visivo.

«E che occhi!» Esclama usando tutto il suo fascino. Gli occhi strizzati e l'angolo destro della bocca alzato a formare un sorriso malizioso. Scuoto la testa quasi divertita dall'atteggiamento che ha assunto. Predatorio eppure galante. Se fosse un'altra persona gli scoppierei a ridere in faccia. Lui non sembra prenderla sul personale, anzi, mi rivolge un inchino con la testa e poi lascia andare la mia mano.

Si è calmato. L'ombra della furia che lo aveva acceso poco fa minacciando Blake, sembra essere sparita. Ma questa quiete non è destinata a durare. Infatti, poco dopo, il suo sguardo cade per un brevissimo istante sul monitor e tanto basta per farlo scattare.

Finalmente il gemellino casinista di Blake ha fatto la sua entrata.

Arena si alza rapido, scruta ancora una volta gli schermi passando lo sguardo da uno all'altro, con molta probabilità segue gli spostamenti del ragazzo, e infine si rivolge ai suoi uomini.

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