Capitolo 40 Questa cosa tra di noi (parte terza)

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CHIARA

Corro alla porta, ma esito ad aprire. Volgo un ulteriore sguardo alla Lamborghini e deglutisco.

Non so come lo troverò, so solo che dietro questa porta c'è un uomo distrutto, graffiato così come la fiancata del suo simbolo.

Prendo un respiro e infilo le chiavi nella toppa della serratura. Entro con cautela e lo chiamo titubante. Non ricevo risposta. Tuttavia, le luci nel salotto suggeriscono che sia lì.

Stravaccato sul divano con lo sguardo perso nel vuoto, un braccio sulla fronte e nella mano dell'altro braccio, lasciato cadere sui cuscini del sofà, una bottiglia di whisky il cui liquido rasenta il fondo.

Preoccupata dallo stato in cui si trova, ho difficoltà ad avvicinarmi, ma un particolare cattura la mia attenzione: uno dei suoi piedi poggia a terra, ma l'altro è sopra la mia valigia.

Ma che?

«D-daryl... stai... stai bene?»

Travolta dall'ansia, questa non fa che crescere quando volge di scatto la testa nella mia direzione. Gli occhi nocciola, quelli che tanto amo, sono privi di qualsiasi emozione. Freddi mi trafiggono come calotte appuntite e il gelo che provocano mi paralizza il corpo tanto da impedirmi di avanzare oltre.

Alza il mento e annuisce, poi tira un forte calcio alla valigia che scivola sul pavimento.

«Appena te ne andrai starò anche meglio.»

La voce roca, alterata dall'alcol, ma non abbastanza da nascondere il disprezzo nelle parole che pronuncia con una tale fermezza e lucidità da farmi dubitare che sia ubriaco.

Mi sta cacciando, ma perché?

«M-mi spieghi che t-ti prende?»

Non so come sia riuscita a formulare la frase, perché non riesco nemmeno a respirare.

«Ti credi tanto furba, eh, bruja?»

Confusa e con il panico crescente addosso, avanzo di un passo, ma non appena la punta del piede tocca il pavimento, Daryl scatta in piedi. In preda a una furia che non comprendo, è lui a venire da me.

«Vuoi sapere che cosa mi prende?» Urla e continua a camminare fino a raggiungermi. Il viso arrossato e gli occhi gonfi, iniettati di rabbia che li rende più grandi ed esposti.

«Mi prende che ero a una gara e che tu non rispondevi al telefono.»

«Lo avevo scarico e, insomma, mi dispiace, ma...»

«Stai zitta!» Urla ancora più forte. Sobbalzo e d'istinto faccio un passo indietro. Non l'ho mai visto in questo stato e ne sono terrorizzata.

«Parlo io, cazzo, parlo io. Sono settimane che parli tu e io come un coglione ti sono stato a sentire e ho creduto a tutte le puttanate che mi hai detto.»

Vorrei ribattere, ma ho il terrore di farlo infuriare di più e al contempo parlare è doloroso. La gola è secca, dolente al solo passaggio della saliva che fatica a scendere.

«Te li sei fatti per bene gli straordinari questa sera, vero?»

Merda...

Spalanco gli occhi e il sudore freddo inizia a scorrere lungo la schiena, ma prima che possa parlare, mi anticipa.

«Mentre io ero a una gara, mentre  dovevo restare concentrato, mi sono invece preoccupato, perso il controllo e sfregiato la macchina perché pensavo a dove cazzo fossi finita, e tu? Tu dov'eri?»

Capisco la gravità della situazione, ma devo cercare di calmarlo. Se solo mi lasciasse spiegare, capirebbe che cosa ho ottenuto.

«D-dar...»

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