Prologo

1.6K 19 0
                                        

A volte mi domando perché la gente tradisce. No, sul serio—perché? Non sarebbe più semplice aprire bocca e dire: "Ehi, mi hai stufato. Voglio scoparmi qualcun altro"? Sarebbe onesto. Pulito. Invece no. Si preferisce mentire, mettere le corna e poi piangere sul proprio destino infelice, come se l'adulterio fosse un incidente naturale, tipo un terremoto o la grandine. Nessuno è davvero colpevole, ma alla fine c'è sempre qualcuno che resta a raccogliere i cocci. Di solito, chi non ha fatto niente.

«Elisa, sei pronta?»
La voce di mio fratello mi raggiunge prima ancora che apra la porta. È sempre stato così: arriva prima lui della sua presenza. E sì, questa è ancora casa mia, anche se tra qualche minuto smetterà di esserlo. Annuisco senza parlare. Prendo lo zaino, guardo la stanza per l'ultima volta. Pareti rosa, peluche ormai ciechi e scaffali disordinati. Un museo del trauma adolescenziale. Se queste mura potessero parlare, probabilmente firmerebbero per la mia internazione.

Scendo. Mamma mi aspetta in fondo alle scale. Papà, come un bravo facchino, mi strappa i bagagli dalle mani e li carica in macchina. Lei mi apre le braccia. Ci vado a finire dentro senza pensarci.

«Io voglio restare con te.» Le parole escono come un singhiozzo strozzato.

Lei mi accarezza i capelli come si fa con i bambini troppo grandi per piangere. «Ci vedremo ogni giorno, te lo prometto. Ma sai che non posso mantenerci. Sarebbe egoista tenervi con me.»

Certo. Egoista. Come se vivere con tuo figlio fosse un capriccio da stronza possessiva.
«Potrei lavorare. Qualsiasi cosa, ma non voglio vivere con la compagna di papà.»

Lei annuisce. Finge di credermi. Forse lo fa per me. Forse per non piangere.
«La tua felicità conta più di tutto. Io ce la farò, davvero. Non devi preoccuparti per me.»

Ma io mi preoccupo. E odio doverlo fare. Mi volto verso l'auto come si va verso una condanna. Ogni passo mi pesa addosso come cemento bagnato.

Luca, mio fratello, mi guarda appena salgo. Occhi pieni di domande che non voglio sentire.
«Stai bene?»

Annuisco. Bugia numero uno. Poi fingo interesse per il paesaggio, come se la tangenziale potesse raccontarmi qualcosa di meglio della mia vita attuale. Il motore parte. Luca mette su della musica leggera, ma l'aria è densa come una bara sigillata.

«Sono sicuro che andrai d'accordo con Alice» dice papà, con quella voce da venditore che prova a rifilarti un materasso di cartone. «Ha anche un figlio poco più grande di te. Magari lo conosci già.»

Oh, certo. Magari siamo anime gemelle.
«Chi ti ha detto che io voglia davvero conoscere quella puttana e suo figlio?»
La parola esce perfetta. Taglia l'aria come un bisturi.

Papà si irrigidisce. Sta zitto un secondo, come se stesse scegliendo con cura il tono più pacato possibile.
«Elisa, ti prego. Non usare quel linguaggio. Non è colpa sua se io e tua madre ci siamo lasciati.»

Bugia numero due. È sempre colpa di qualcuno. E no, non ho intenzione di fingere che lei sia una santa caduta dal cielo con le tette rifatte.

Mi mordo il labbro. Un po' per sensi di colpa, un po' perché non voglio piangere davanti a lui.
«Non voglio conoscere nessuno. Voglio solo che tutto torni com'era prima.»

Lui mi guarda. Sorride, ma è un sorriso spento, consumato. Un gesto automatico per dare l'illusione di stabilità.
«Lo capisco, davvero. Ma dobbiamo trovare un modo per andare avanti. Tutti noi.»

Già. Andare avanti. Come se fosse un'opzione, non un obbligo.
Ingoio tutto. Le lacrime, le parole, la nausea. Mi rifugio nel finestrino, guardo l'asfalto scorrere. La musica continua, ma non copre il vuoto.

Gli adulti fanno casini e tocca a noi ragazzini far finta che vada tutto bene.

MineDove le storie prendono vita. Scoprilo ora