Immersa nel solito caos dei corridoi – gente che chiacchiera, passi che rimbombano e l'eco di una campanella che nessuno ascolta più da mesi – io stringo le braccia al petto, con lo stomaco che si rivolta come se avessi inghiottito chiodi. Ogni passo è più incerto del precedente, come se camminassi sul filo di una lama. Mi trascino verso il bagno più vicino, pregando che sia vuoto, che almeno l'umiliazione abbia un limite.
«Elisa, tutto bene?» La voce di Giovanna mi arriva alle spalle, gentile e fuori luogo come un mazzo di fiori a un funerale. Mi sfiora la spalla con una mano leggera e premurosa – troppo per il macigno che ho sul petto.
Abbasso lo sguardo, incapace perfino di mentire. Poi sguscio via, senza rispondere. Il bagno è deserto, per miracolo. Mi getto in ginocchio davanti al water come in una genuflessione grottesca, e il mio corpo decide che è il momento di espellere ogni cosa, compresa la dignità.
Giovanna mi raggiunge poco dopo, silenziosa ma presente, con un braccio che mi cinge le spalle mentre il resto del mondo si riduce a un cerchio di ceramica e bile.
Quando finisce – perché sì, anche l'inferno ha i suoi limiti – mi sollevo con lentezza, il viso pallido, gli occhi lucidi ma asciutti. Lei mi porge dei fazzoletti con la delicatezza di chi ha già visto questo spettacolo e sa che ora viene l'intervallo.
«Ti senti meglio?» chiede con una dolcezza che mi irrita quasi quanto mi consola.
«Fisicamente? Sì. Psicologicamente? Ho appena vomitato l'anima, Giovanna.»
Sorride, come fa sempre quando cerca di alleggerire. «Dai, Elisa, hai mangiato qualcosa di sbagliato o stai per dare una sorpresa al mondo?»
«Non escluderei nessuna delle due ipotesi, ma prego vivamente che sia stato solo quel latte stantio. Già ho abbastanza problemi, un figlio non mi serve come bonus.»
Lei annuisce, con un'espressione che vuole essere serena ma le si sgretola ai bordi. Gli occhi, però, parlano chiaro: preoccupazione lucida, affilata come un bisturi.
«Sono sicura che è solo un malessere passeggero» dice. La voce è piena di zucchero, ma ha un retrogusto amaro. «Però se hai bisogno di qualcosa... chiama. Anche solo per vomitare addosso a qualcuno. Letteralmente o no.»
Annuisco, mordendomi l'interno della guancia per non cedere a qualcosa – le lacrime, la rabbia, o il bisogno disperato di crederle.
Uscire da scuola è come gettarsi in un fiume in piena: studenti che spingono, gridano, ridono troppo forte per sembrare sinceri. Io, invece, galleggio a malapena. Mi faccio largo tra la folla con un unico pensiero: evitare lo sguardo di Vittorio. Quel suo sguardo da predatore stanco, che scruta come se avesse il diritto di sapere tutto. E io? Io divento invisibile. O almeno ci provo.
Una volta fuori, svolto l'angolo come se stessi scappando da un crimine, e in un certo senso è proprio così. Il cuore mi martella nel petto. Mi infilo nella farmacia come un ladro, con l'ansia addosso come un cappotto bagnato. L'aria sa di disinfettante e disperazione. Mi dirigo dritta verso lo scaffale dei test di gravidanza. Tre. Ne prendo tre. Non per prudenza. Per paranoia. Le mani mi tremano mentre li poggio sul nastro. Il cassiere non alza nemmeno lo sguardo. Passa i test come se fossero pacchetti di gomme.
«Sono trentadue euro» dice, monotono. Nessun giudizio, nessuna pietà. Il tono di chi ne ha viste troppe per preoccuparsi ancora.
Pagare è un gesto automatico. Prendo lo scontrino e i test con dita che sembrano di vetro. Esco. Respiro. O almeno ci provo.
A casa, l'aria è pesante come mollica bagnata. Entro, e lo trovo lì: Vittorio, seduto in soggiorno come se fosse il protagonista inconsapevole di una tragedia annunciata. Alza lo sguardo. Si illumina. Un'altra cosa che mi urta.
STAI LEGGENDO
Mine
ChickLitElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
