Il cuore mi batte nel petto come se volesse fuggire prima di me, mentre la macchina rallenta davanti al locale. Una scritta al neon lampeggia a intermittenza sopra l'ingresso, rossa e volgare, come una bocca che non sa tacere. Il riverbero delle luci si riflette sul parabrezza e tinge l'interno dell'abitacolo di un colore indeciso tra il sangue e l'imbarazzo. Vittorio scende con una calma studiata, fa il giro della macchina come se stesse sfilando, e mi apre la portiera con la grazia di un becchino. Non dice nulla. Non serve. Il gesto è abbastanza: «Dai, muoviti».
Con le gambe molli come la mia volontà, lo seguo. L'aria è impregnata di fumo e ambizione marcia. Dentro, il locale è un trionfo di cattivo gusto travestito da esclusività: pareti nere, luci psichedeliche, gente che ride troppo forte senza ascoltare nessuno. Il volume della musica è tale che ogni pensiero deve passare il confine con un passaporto e due controlli di sicurezza. Vittorio mi stringe la vita con una mano che non accetta repliche e mi trascina verso un tavolo in fondo, uno di quelli dove la luce non arriva mai davvero, come la privacy.
Mi siedo, lui no. Lui si piazza come un guardiano d'altri tempi.
«Cosa vuoi bere?» chiede. È una domanda finta. La risposta è già stata stabilita.
«Niente» rispondo, come se avessi voce in capitolo.
«Non fare la testarda, Elisa.» Lo dice senza nemmeno guardarmi, facendo un cenno con due dita alla cameriera. «Ti farà bene.»
Certo. Come una martellata in testa.
La ragazza arriva con un sorriso cortese, di quelli appiccicati a forza.
«Per me un whisky doppio. Per lei un gin tonic» ordina.
Io non esisto. Solo il mio corpo, da riempire come un bicchiere.
«Non volevo bere» mormoro. È quasi un suono, più che una frase.
Lui si volta, lento, con quel modo calmo e letale.
«Non hai bisogno di decidere tu.»
E lì, il veleno è servito.
Il gin tonic arriva e mi guarda dal tavolo come un invito a cedere. Lo prendo. Lo bevo. Lo finisco. Forse perché è l'unico a darmi retta. Ne chiedo un altro. E un altro. Il bicchiere è freddo, sincero almeno. Condensa sulle dita, sapore tagliente in gola. Ogni sorso lima via un angolo di lucidità e uno di dignità, ma per qualche minuto smetto di sentire il nodo alla gola.
Poi, basta. Mi alzo di scatto. Voglio andarmene. Anzi no, voglio ballare. Voglio dimenticare. Mi lancio sulla pista da ballo, inghiottita dal caos. La musica mi schiaffeggia il viso, le luci mi accecano, i corpi mi sfiorano senza chiedere permesso. È tutto troppo, ed è proprio quello che mi serve. Per non pensare. Per non sentire il suo sguardo addosso, il suo controllo, il suo nome che mi pesa in bocca. Per essere, almeno per cinque minuti, solo una ragazza qualsiasi che balla per dimenticare di essere la sua.
La musica batte forte come un cuore impazzito. Il sudore della gente s'impasta con il fumo e l'alcol, l'aria sa di carne, rabbia e gin. Ballo come se volessi strappare la pelle a ogni movimento. Sto cercando di dimenticare — cosa, esattamente, non lo so più.
Poi, lo sento. Uno sguardo. Appeso addosso come un cappotto non richiesto. Un ragazzo si avvicina. Alto, sicuro di sé, il sorriso da pubblicità di dentifricio e l'atteggiamento da uno-che-crede-di-sapere-come-funzionano-le-donne.
«Ciao, sei bellissima. Posso offrirti da bere?»
È il classico: tono vellutato, occhi che scivolano dove non dovrebbero, e quella fastidiosa convinzione di essere una distrazione gradita.
Non faccio in tempo ad decidere se voglio ridere o insultarlo, che una mano mi artiglia il braccio. Fredda. Inamovibile.
Mi volto. Vittorio.
Il suo sguardo è una lama. Il volto inespressivo, come se si fosse messo la maschera dell'indifferenza solo per non farsi arrestare.
«Mi dispiace, ma non è interessata.»
La voce calma, certo. Calma come un'arma carica.
Il ragazzo solleva le mani, si ritira con un mezzo sorriso che cerca di salvare la faccia. «Capisco. Scusa.»
Scompare nella folla, probabilmente a caccia di un'altra ragazza "bellissima" e altrettanto sola.
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Mine
Chick-LitElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
