32. Malattia

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Con il cuore ancora pesante e il corpo svuotato fino all'osso, rimango lì, seduta sul bordo del letto, mentre Vittorio se ne va senza degnarmi di uno sguardo. Niente parole, niente scuse, niente. Solo il suono dei suoi passi che si allontanano, come se fosse lui la vittima, come se fossi io quella che ha esagerato.

Appena la porta si chiude, mi alzo di scatto. Ho bisogno di lavarmi di dosso tutto, ogni traccia, ogni odore, ogni ombra che mi ha lasciato addosso. Mi infilo in bagno con la stessa urgenza con cui si fugge da un incendio. Apro l'acqua bollente e ci entro, senza pensarci. L'acqua scorre, troppo calda, ma non mi importa. Mi brucia la pelle, e lo trovo quasi rassicurante. Almeno quello lo controllo io.

Ogni goccia che mi cade addosso è una carezza che cerco disperatamente. Come se bastasse un getto d'acqua per cancellare la vergogna che mi cola dentro da ore. Mi lavo le braccia, le gambe, i capelli, tutto, una, due, tre volte. Ma niente. Sono ancora sporca. Sporca dentro.

Esco solo quando l'acqua comincia a diventare tiepida, quando la pelle è rossa e grinzosa. Mi avvolgo in un asciugamano e torno in camera, zoppicando tra i cocci della mia calma apparente. Apro la finestra, esco sul balcone. L'aria della sera mi taglia la pelle come una lama, ma almeno è reale. Tiro fuori una sigaretta da un pacchetto nascosto nel comodino e l'accendo. Le dita tremano. La nicotina brucia lenta, un piccolo veleno familiare. Il fumo si alza piano, come se volesse scappare anche lui.

Mi appoggio alla ringhiera, guardando giù. Le macchine scorrono tranquille, la gente vive. Io no.

Finita la sigaretta, rientro in camera. Mi infilo sotto le coperte come una ladra, cercando nel sonno una tregua che so già non arriverà. E infatti non arriva. Sto lì, occhi spalancati nel buio, mentre i pensieri mi sbranano viva.

Poi arriva il mattino. Puzza di caffè e senso di colpa. La porta si apre con quel suono familiare e odioso.
«Elisa, è ora di alzarsi per andare a scuola» dice mio padre, voce piatta e gentile, come se niente fosse. Come se io fossi ancora la figlia modello, quella che si sveglia, si veste e prende otto in storia.

Mi rigiro nel letto, strofinando la faccia sul cuscino come per cancellare la realtà.
«Non mi sento bene, papà» mormoro, voce da malata in uno spot pubblicitario. «Ho mal di testa... e mi fa male il petto.»
Non è una bugia. Solo che non è il genere di dolore che un'aspirina può sistemare.

Lui si avvicina al letto, preoccupazione che gli si legge in faccia come su un tabellone luminoso.
«Vuoi che chiami il medico?»
No. L'ultima cosa che voglio è un adulto estraneo che mi chiede dove fa male davvero.

«No, no» rispondo in fretta. «Credo sia solo un raffreddore. Ho solo bisogno di dormire un po'.»
Il mio tono è dolce al punto giusto, giusto per farlo smettere di fare domande.

Lui annuisce. Mi dà un'occhiata lunga, come se volesse capire qualcosa, ma poi lascia perdere.
«Va bene, tesoro. Riposati, mi raccomando» dice. Mi accarezza la testa come se avessi sei anni, poi se ne va.

Chiudo gli occhi. Sospiro. Una piccola vittoria. Un giorno in meno a fingere. Ma anche nella quiete della mia stanza, i pensieri restano lì. Non urlano, non parlano. Mordono.

Attraverso il corridoio, i miei passi sono più cauti che leggeri: non voglio farmi sentire, ma nemmeno sembrare colpevole — una combinazione complicata da portare addosso alle otto del mattino. Arrivo davanti alla porta di Vittorio. Respiro. Giro la maniglia. Dentro, la luce del sole lotta con le tende, riuscendo solo a sbirciare fra i bordi. Perfetto. Lui non c'è. O almeno così sembra.

Mi avvicino al comodino. Il cassetto si apre con una lentezza esasperante, come se anche lui avesse paura. Dentro, disordine. Ma un disordine troppo calcolato: roba buttata lì apposta per sembrare casuale. Poi la vedo. Nera. Compatta. Fuori posto. Una pistola. Naturalmente.

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