La mattina dopo, il bussare leggero alla porta mi strappa da un sonno inquieto. So già chi è prima ancora di sentire la voce. «Elisa, è ora di alzarsi,» dice mio padre con la solita calma innocente, come se il mondo non fosse cambiato durante la notte.
Mi tiro su a fatica, le ossa pesanti, la testa ovattata. Non rispondo, mi limito ad annuire verso la porta chiusa, sperando che se ne vada in fretta. In camera l'aria è ferma, immobile, come se persino le pareti trattenessero il respiro.
Mi vesto in fretta, senza pensarci troppo: jeans, felpa, scarpe. Lo zaino mi pende dalla spalla mentre scendo le scale. E proprio mentre arrivo all'ingresso, vedo la sagoma gialla dello scuolabus sparire dietro l'angolo.
«Il bus è già passato?» chiedo, più per disperazione che per reale bisogno di conferma.
Mio padre mi guarda con un'espressione quasi compiaciuta. «Sì, sembra che lo abbiamo perso per un soffio. Ma tranquilla,» aggiunge con quella leggerezza irritante, «può accompagnarti Vittorio.»
Il mio stomaco si chiude su sé stesso. Perfetto. Intrappolata di nuovo.
Trascino i piedi fino al vialetto, dove Vittorio è già in attesa accanto alla sua Ferrari rossa fiammante, l'auto che sembra urlare "problemi" in ogni curva.
«Pronta per un viaggio insieme, sorellina?» dice con un ghigno che mi dà la nausea, gli occhi lucidi di qualcosa che non voglio nominare.
«Non sono tua sorella,» ribatto secca, salendo nell'abitacolo troppo basso, troppo costoso, troppo suo.
Lui sorride — quel tipo di sorriso che non ha nulla di gentile. «Ah no? E allora che sei per me?»
«Niente. Non sono niente per te.» Lo dico senza guardarlo, fissando la strada, le nocche bianche mentre stringo il bordo del sedile.
Vittorio scoppia a ridere, un suono pieno, teatrale, che rimbalza dentro l'abitacolo come una risata in una cripta. Avvia il motore e il rombo potente riempie l'aria, come se stessimo per volare via e invece restiamo lì, imprigionati nel metallo.
Ogni secondo che passa accanto a lui è una corda che mi stringe il collo. La sua voce, il suo odore, persino il modo in cui gira il volante sembrano studiati per ricordarmi che, secondo lui, io sono già stata conquistata. Ma io non dimentico. E non perdono.
Dopo alcuni minuti di silenzio teso, la Ferrari rallenta e si ferma davanti all'ingresso principale della scuola. Un senso di sollievo mi attraversa il petto non appena il motore si spegne. Apro la portiera senza dire una parola e scendo in fretta, respirando l'aria fresca del mattino come se potesse davvero liberarmi.
Vittorio mi segue, chiudendo la portiera con uno schiocco deciso. I suoi passi echeggiano accanto ai miei mentre attraversiamo insieme il cortile, le suole che battono sull'asfalto umido, una sinfonia sgraziata che accompagna il nostro ingresso. Alcuni studenti ci lanciano occhiate curiose, qualcuno sussurra qualcosa all'orecchio di un compagno.
«Che giornata stupenda,» commenta Vittorio con il solito tono tagliente, come se fosse il protagonista di un film in cui tutti gli altri sono semplici comparse. Lo ignoro. Non mi degno nemmeno di voltarmi.
Entriamo nell'edificio e ci separiamo senza troppi convenevoli. Lui si ferma davanti alla porta della sua classe e mi saluta con un cenno del capo, un sorriso appena accennato sulle labbra. Scompare nell'aula e, per qualche secondo, mi sento come se l'aria tornasse a essere respirabile.
Mi infilo in classe e mi siedo al mio banco, cercando di rimettere ordine nella mia testa mentre tiro fuori i libri. Ma le pagine mi sembrano solo macchie nere su sfondo bianco. Le parole dell'insegnante mi scorrono addosso senza lasciare traccia. Continuo a pensare a lui. Alla macchina. Alla risata. Al potere che si diverte a esercitare.
All'intervallo mi alzo lentamente e mi avvio verso il bar. Ho bisogno di qualcosa da mangiare, ma soprattutto di distrarmi. Mi ritrovo davanti al bancone quando una voce fin troppo familiare mi coglie alle spalle.
«Hey, Elisa, lascia che ti offra qualcosa,» dice Vittorio, apparso dal nulla con un sorriso che so già non è gentile, ma calcolato.
Mi irrigidisco. «Non è necessario, grazie,» rispondo con gentilezza forzata, mantenendo la voce bassa.
Lui inclina la testa, lo sguardo divertito. «Oh, andiamo. È solo una pizzetta. Non c'è bisogno di farne una tragedia.» Il tono è amichevole, ma la pressione che esercita è sottile, insinuante.
Non voglio discutere. Non davanti a tutti. Non qui. «Va bene,» mormoro infine, accennando un sorriso che mi si spegne subito sulle labbra. «Grazie.»
Prendo la pizzetta e mi allontano in fretta. Clara mi intercetta subito, spalancando gli occhi. «Elisa! Ma ti ha offerto lui la merenda?»
Emma le si affianca subito dopo. «Sei seria? Penso che sia il sogno di tutte!»
Abbozzo un altro sorriso, tirato, finto. «Beh, forse per alcune,» commento, lasciando intendere di non essere tra quelle. Ma loro non colgono. O non vogliono cogliere.
Continuano a parlare di quanto sia bello, di quanto sia gentile, generoso, affascinante. Io fisso la mia pizzetta e prendo un morso, masticando lentamente. Il gusto è lo stesso di sempre, ma lo stomaco si stringe. Tutto in me respinge quel momento. Loro. Lui. Le voci entusiaste. E la consapevolezza che nessuna di loro sa davvero chi sia Vittorio Tessari.
Alla fine della giornata scolastica, mi ritrovo esattamente dove non vorrei essere: accanto a Vittorio, mentre ci dirigiamo insieme verso il parcheggio. Ogni passo che ci avvicina alla sua auto sembra pesarmi addosso come un macigno. Lui, come al solito, appare perfettamente a suo agio, con quella camminata sicura e il sorriso compiaciuto che sembra cucito sul volto.
«Allora, contenta di tornare a casa con il tuo adorato fratellastro?» chiede con tono beffardo, enfatizzando ogni parola come se stesse recitando una battuta particolarmente brillante.
«Non vedo l'ora,» replico a bassa voce, senza nemmeno sforzarmi di mascherare il sarcasmo. La mia risposta è più un sibilo che una frase, un modo per prendere le distanze anche solo con il tono.
Saliamo in macchina. Appena chiudo la portiera, cala un silenzio teso, greve, come se l'aria si fosse improvvisamente ispessita. Mi volto verso il finestrino e fisso il paesaggio che sfila fuori. Le case, gli alberi, le strade sembrano scorrere in un film muto, mentre accanto a me Vittorio guida con la solita aria tronfia.
Poi, come se il silenzio lo infastidisse, decide di romperlo. «Sai, dovremmo cercare di andare più d'accordo. Viviamo insieme, dopotutto.»
Il suo tono è calmo, quasi amichevole, ma dietro le parole sento chiaramente una vena di compiacimento. Non è un invito sincero: è un gioco. Un test.
«Non sono qui per farmi piacere la tua compagnia,» ribatto senza guardarlo, la voce tagliente come il vetro. Le mani serrate sulle ginocchia.
Lui ride piano, con quel modo tutto suo, come se trovasse divertente qualsiasi cosa dica. «Dai tempo al tempo. Magari un giorno cambierai idea.»
Resto in silenzio. Non ho intenzione di rispondere. Ogni parola che gli rivolgo è un'occasione in più per farlo parlare ancora, e non ne ho la minima voglia.
Il viaggio prosegue in un silenzio teso, interrotto solo dal rumore dell'auto che macina l'asfalto e dal mio respiro, che cerco di mantenere regolare. Mi sento intrappolata in quell'abitacolo troppo stretto, con lui troppo vicino.
Finalmente arriviamo. Appena la macchina si ferma, slaccio la cintura e scendo quasi di scatto. L'aria esterna mi colpisce in pieno volto come una liberazione. Cammino verso casa con il passo rapido di chi vuole solo scappare.
Alle mie spalle, sento la sua voce. «A dopo, sorellina,» dice, con quel sorriso che posso immaginare anche senza voltarmi.
Non rispondo. Entro in casa e richiudo la porta dietro di me con fermezza. Mi appoggio per un attimo al legno freddo, chiudendo gli occhi. Per ora sono sola.
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Mine
Romanzi rosa / ChickLitElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
