50. Chiarimenti

155 3 0
                                        

«Papà!» lo chiamo più volte, come se non sapesse il suo nome, mentre lui resta inchiodato sul divano, lo sguardo perso tra i pensieri e il TG. «Papà! Voglio la borsa di Chanel. Quella lì, quella seria. Quella che hanno le ragazze che sanno vestirsi e non sembrano scappate da un mercatino dell'usato.» Gli piazzo davanti al naso la foto sul telefono, come prova inoppugnabile.

Mamma, accanto a lui, fa la parte della cheerleader affettuosa: «È davvero bella, tesoro», dice. Oh certo, adesso sì. Quando avevo cinque anni e la volevo in plastica glitter, era una "cosa da viziate".

«Un giorno te la comprerò» sorride papà, sollevandomi come se fossi ancora la sua bambina leggera e inconsapevole. «Promesso.»

«Hai sentito, Luca?» dico avvicinandomi al pancione di mamma, come se lui potesse già registrare i miei obiettivi esistenziali. «Un giorno sarò anch'io una di quelle bellissime ragazze ricche sfondate.» Allora lo credevo davvero. Ora ci entro dentro, in quella ricchezza che da bambina adoravo. E lo faccio con un senso di nausea.

«Elisa, sei tornata così presto? Dov'è Alice?» chiede papà, appena metto piede in casa. Voce neutra, ma c'è una nota tagliente sotto.

«Ah... è rimasta un po' di più al negozio. Sai com'è, altre prove, altri vestiti... si è innamorata di un tailleur color panna. Commovente.» La scusa gli basta, ma il suo sguardo resta lì, incollato su di me come un post-it con un dubbio sopra.

«E Luca?»

«Con Vittorio. Fanno shopping da uomo. Giacche, cravatte, dominio maschile.»

Non attendo il suo commento. Mi allontano, sbattendo leggermente i tacchi sul pavimento come per lasciarmi alle spalle ogni risposta.

In giardino, una brezza finta primaverile mi accarezza il viso mentre accendo una sigaretta — una vecchia abitudine, tirata fuori come un vecchio cappotto quando fa freddo dentro. Il primo tiro sa di malinconia e tabacco da supermercato.

Scorro i contatti, cerco «Mamma». Quella vera.
«Ciao, mamma» dico appena risponde. La voce mi esce sottile, come una crepa che si apre da sola.

«Elisa! Che piacere sentirti!» risponde con quell'energia che riserva solo a me. O forse a chiunque non viva con lei.

«Tutto bene... Più o meno. Pensavo di venire da te per l'università. Qui è tutto un po'...» alzo le spalle anche se lei non può vedermi «confuso.»

Silenzio. Poi: «Ma certo che puoi venire. Però... che succede?»

«Nulla di grave. Solo... mi sento smarrita. Qui si parla molto di cose belle, costose, perfette. Ma io mi sento fuori luogo. Un vestito firmato non copre il vuoto sotto la pelle, no?»

«Se pensi che stare qui possa aiutarti, casa mia è sempre tua.» La sua voce è un balsamo, qualcosa che non ho mai saputo apprezzare davvero.

«Grazie, mamma. Ti voglio bene.»

Chiudo la chiamata con un senso di leggerezza strano, come dopo una confessione a qualcuno che non ti giudica.

Rientro. So che Vittorio non c'è. Bene.

Mi butto sul divano. Il telecomando mi cade accanto e faccio partire il primo film a caso. Una commedia romantica stupida, piena di cliché e lieti fine prevedibili.

Perfetto. Proprio quello di cui non ho bisogno.

Mentre il film scorre, incapace di catturare davvero la mia attenzione, sento una mano posarsi sulla mia coscia. Non era lì un secondo fa. Il mio corpo si irrigidisce come se qualcuno avesse premuto un interruttore. Mi volto di scatto.

MineDove le storie prendono vita. Scoprilo ora