18. Fuga

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A pranzo il silenzio è denso, appiccicoso, come se ogni parola non detta pesasse sul tavolo più del piatto di lasagne ormai freddo. Mio padre mi fissa come se avessi appena confessato di voler diventare spogliarellista. La ruga tra le sue sopracciglia sembra scavata col coltello.

«Un due in chimica, Elisa?» chiede, la voce piatta, ma con quella punta di disprezzo sottile che solo i genitori sanno usare. «Pensavo che ti stessi impegnando di più a scuola.»

Alzo appena lo sguardo dal piatto. «È un due e mezzo,» rispondo, il tono secco, stanca ancor prima che inizi il teatrino.

Lui inarca un sopracciglio, lento, teatrale. «Oh, due e mezzo?» ripete come se stessimo parlando di un risultato olimpico. «Be', cambia tutto allora. Complimenti.»

«Non cambia molto la situazione, Elisa,» aggiunge, tornando subito serio. «Rimane comunque un voto pietoso. Devi fare di meglio.»

Ogni parola è un colpo di martello. Mi si chiude la gola, ma non voglio piangere davanti a lui. Non voglio dargli quella soddisfazione.

«Sto facendo del mio meglio, papà,» dico piano, cercando di non tremare. «Ma non è facile.»

«Ah no? E perché, di grazia?» risponde lui, come se la vita fosse un manuale d'istruzioni Ikea. «Devi impegnarti di più. Punto. I problemi si affrontano, non si usano come scusa per fallire.»

Respiro a fondo. Trattengo il fiato. Ingollo la voglia di lanciargli il bicchiere addosso. Non per ferirlo, no. Solo per interrompere il monologo da genitore frustrato che recita da vent'anni.

Mi alzo da tavola. Non parlo. Non lo guardo. Vittorio mi fissa da dietro il bicchiere come se aspettasse il mio crollo. Che carino. Solidarietà coniugale.

Esco dalla stanza come se stessi lasciando un'aula di tribunale.

Ma ovviamente, no, il siparietto non è finito. Passano due minuti e Vittorio mi raggiunge, il passo pesante, la voce da predicatore pentito.

«Elisa, aspetta.»

Mi volto. Lo guardo. «Cosa c'è adesso?»

«Dobbiamo parlare.» Il tono è grave, come se stesse per comunicarmi che mi restano sei mesi di vita.

«Non c'è niente da dire,» ribatto. «Non ora.»

Ma lui ovviamente non capisce il concetto di limite.

«Non puoi ignorare il problema, Elisa.» Ecco, di nuovo. Il sermone. «Devi affrontare la realtà. Fare qualcosa.»

Lo fisso. Il mio stomaco è un nodo, il cervello un fiume in piena.

«Pensi che non lo sappia? Che non mi sveglio ogni mattina con la sensazione di stare annegando? Ma certo, tu sai tutto. Tu hai la soluzione per tutto, no?»

Mi accendo una sigaretta, il gesto automatico, l'accendino che scatta con un clic familiare. Il fumo mi brucia la gola ma mi calma. Un po'.

«Non posso permettere che tu continui così,» dice, e giuro che se usa di nuovo quel tono da martire lo spingo giù dalle scale. «Non possiamo ignorare i tuoi problemi.»

«I miei problemi?» ripeto, con un sorrisetto. «Tu non conosci nemmeno il mio secondo nome, Vittorio.»

Lui stringe la mascella, resta fermo. Fa finta di essere razionale.

«Non ti sto dicendo che so tutto di te. Ma so che devi fare di più per te stessa. Non posso guardarti mentre ti distruggi.»

Le sue parole mi cadono addosso come pietre.

«Non mi dire cosa devo fare!» scatto, la voce acida, rauca. «Sono stanca, okay? Stanca di sentirmi dire cosa devo essere, cosa devo fare, come devo sentirmi. Sono stanca di vivere per compiacere voi due! Voglio solo essere me stessa, cazzo.»

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