26. Fratelli

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Quando entro in casa, lo trovo lì: sprofondato sul divano come un vigilante stanco ma deciso a farmela pagare. Lo sguardo fisso, le mascelle serrate. Appena chiudo la porta alle mie spalle, si alza come se aspettasse solo il mio ingresso per lanciarsi all'attacco.

«Elisa.» La voce è un coltello affilato. «Dobbiamo parlare.»

Sospiro, affondo le mani nelle tasche. La solita scenata. «Parla.»

«Non posso credere a quello che hai fatto oggi.» Si avvicina, cammina a passi lenti, come se stesse cercando le parole giuste per inchiodarmi. «Hai pranzato con lui.»

Alzo le sopracciglia. «Sai che nella maggior parte delle civiltà evolute due fidanzati possono mangiare insieme senza essere bruciati sul rogo?»

Lui sbuffa, incredulo. «Fidanzati? Stai scherzando?»

«No. Lo amo. E lui ama me. Mi ha portato le rose, abbiamo mangiato, mi ha fatto ridere... strano, vero?»

«Elisa, svegliati. Alessio non ti ama. Ti usa. Ti tratta come...» si interrompe, poi sorride amaramente. «Come un'escort di lusso, a cui bastano due fiori e un risottino per dimenticare tutto.»

«Ah, e invece tu, con i tuoi silenzi passivo-aggressivi e la tua gelosia, saresti il grande paladino del rispetto?»

Il suo sguardo si fa più scuro. Si avvicina ancora. «Sai cosa mi dà fastidio? Il fatto che tu non capisca la differenza tra essere amata e essere usata.»

«Sai cos'è peggio?» ribatto, con il cuore che martella e le mani che tremano. «Essere amata male. E tu sei un maestro in questo.»

Mi prende per le braccia e mi spinge contro il muro, senza violenza ma con quella forza mascherata da urgenza. Il suo respiro è a pochi centimetri dal mio viso, caldo, rabbioso.

«Non capisci niente, Elisa.»

«Illuminami.» Lo guardo dritto negli occhi. «Sei geloso perché non reggi l'idea che io possa essere felice con qualcuno che non sei tu.»

Sorride, uno di quei sorrisi lenti, velenosi. «Non sei felice, Elisa. Sei confusa. Quel bacio, il pranzo, le rose... sono solo scenografie. La verità è che non puoi fare a meno di questo.» E mi stringe, mi fissa come se bastasse il suo sguardo per convincermi che ha ragione.

«Sbagli. Questo è solo controllo travestito da passione. E io non ci casco.»

«Sei mia, Elisa. Quando sei qui, sei mia. Punto.» La voce è ferma, ma sotto c'è qualcosa che si incrina.

«Non sono una cosa. Non sono un trofeo da esibire o da sequestrare. E sai una cosa?» Lo fisso. «Non vedo l'ora di sparire da questa casa. E da te.»

Rimane in silenzio per un lungo istante. Poi, con voce tagliente, sputa: «Se te ne vai, non torni. Qui non c'è posto per te e il tuo cavaliere romantico.»

Una lacrima mi scivola lungo la guancia, ma non la fermo. Fa parte del pacchetto. Il dolore, la rabbia, la stanchezza. «Non sei tu a decidere.»

E proprio allora: Dlin-dlon.

Il campanello. Un suono limpido e improvviso che taglia l'aria come un colpo secco. Ci giriamo entrambi verso la porta, come due attori sorpresi a recitare nel momento sbagliato.

Senza dire una parola, Vittorio si allontana da me e si dirige verso la porta d'ingresso, il viso tirato dalla preoccupazione. Raggiungo il suo fianco, sentendo l'adrenalina scorrere nelle mie vene mentre ci prepariamo ad affrontare chiunque si trovi al di là della porta.

Vittorio apre la porta con la solita espressione scura da cattivo tempo. Davanti a noi c'è Luca, trafelato, i capelli arruffati come se fosse stato inseguito da un temporale.
«Scusate, ho dimenticato le chiavi,» sbotta, entrando con passo deciso, lo zaino lanciato a terra come fosse radioattivo. Poi ci guarda meglio. «Che succede? Sembrate appena usciti da una guerra civile.»

Vittorio prova a ricomporsi. Stiracchia un mezzo sorriso che ha tutta l'aria di una smorfia. «Tutto bene,» risponde, con quella voce piatta che usa quando mente.
Annuisco anche io, troppo di fretta per sembrare credibile. «Solo una discussione,» biascico, cercando di non sembrare né troppo colpevole né troppo scossa. Difficile.

Luca ci scruta, sospettoso. «Se lo dite voi...» mormora, poi si lascia cadere sul divano come se fosse reduce da una maratona. Si gira verso di me, diretto come un proiettile:
«Eli, è vero che ti stai frequentando con Alessio?»

Sbuffo. «Cos'hai da ridire anche tu?»
«Niente,» sorride, innocente come un gatto che ha appena rovesciato un vaso. «È solo il fratello di un mio amico. Ma... spaccia.»

«Luca, ti prego,» alzo gli occhi al cielo. «Non iniziare anche tu. So cosa faccio.»
Lui alza le mani, teatrale: «Ok, ok, pace. Ma ammetti che non è esattamente il principe azzurro.»

«È evidente che quel ragazzo non è adatto a te,» interviene Vittorio, mentre si siede e mi tira tra le sue gambe con la naturalezza di chi è abituato a possedere, non a condividere.
Lo guardo storto. «E chi sarebbe adatto a me, secondo te? Tu?»
Mi fissa. Stavolta senza ironia. «Qualcuno che ti rispetti. Che ti stia accanto. Che sappia farti sentire al sicuro.»

Luca annuisce, il giudice silenzioso a bordo ring. «Non voglio vederti rovinarti per uno che ti tratta come un passatempo da sabato sera.»

Sospiro. «Mio caro fratellino, ho capito che Alessio non ti sta simpatico.» Sorrido, anche se c'è poco da ridere. «Ma la vita non è fatta di etichette e semafori verdi. Le persone sono un casino, e io pure. Cercherò di non finire sotto un treno, ok?»

Luca accenna un sorriso, più rilassato. «D'accordo. Farò il bravo. Ma se ti fa del male, io e Vittorio gliela facciamo pagare. Promesso.»

«Come siete drammatici» ridacchio, lasciandomi andare tra le braccia di Vittorio, anche se non so bene perché. Forse per stanchezza, forse per abitudine.

Lui mi stringe come se fossi roba sua, e mi sussurra con quella voce finta tenera: «Siamo solo protettivi, piccola.»
Luca si unisce al teatrino, divertito. «Sì, siamo i tuoi due angeli custodi. Armati.»

E in quel momento, l'aria si alleggerisce appena. Ma resta comunque densa. Come una casa che odora ancora di tempesta, anche se fuori c'è il sole.

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