10. Benevolenza

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«Elisa, Elisa, sveglia!» La voce entusiasta di Luca irrompe nel mio sonno come una sveglia rotta. Apro un occhio, poi l'altro. Ed eccolo lì, mio fratello, in piedi accanto al letto con l'aria di chi ha scoperto l'America. «Cosa c'è?» borbotto, strofinandomi la faccia come se potessi cancellare la notte precedente.

«Alice ha portato dei regali! Vieni, vieni a vedere!» esclama, le braccia che si agitano come quelle di un cartone animato. Il solo nome di Alice mi provoca un riflesso istantaneo: nausea e fastidio, come un brutto odore che non va via. Ma Luca non ha colpa, quindi gli regalo un mezzo sorriso e una risposta civile. «Arrivo subito.»

Mi siedo sul letto. Sbadiglio. Respiro. Mentalmente mi preparo a reggere la recita quotidiana.

«Daiiii!» incalza lui dal corridoio. E certo. Il mondo può crollare, ma i regali non aspettano.

Con un ultimo sospiro, mi alzo e lo seguo fino alla zona giorno.

Alice è già lì, perfetta nella sua divinità domestica, seduta al tavolo della colazione come se fosse uscita da una pubblicità del Mulino Bianco. «Buongiorno, Elisa!» esclama con una voce zuccherosa. «Ho portato dei dolcetti! Spero ti piacciano!» Ecco, la solita overdose di entusiasmo passivo-aggressivo.

«Grazie. Ma non ho fame,» rispondo, in tono neutro, andando dritta al frigorifero. Nessuna scenata, solo l'indifferenza di chi ha già capito tutto.

«Dovresti mangiare. Ieri sera non hai toccato cibo» interviene papà, puntuale come un orologio svizzero. Benissimo. È partito il bollettino familiare.

E come se mancasse solo lui per completare la scenetta, Vittorio entra. Il passo sicuro, l'aria da padrone del mondo, il sorriso affabile incollato come una maschera. «Buongiorno a tutti,» dice, posando lo sguardo su di me come se potesse leggermi nel profondo. Peccato che non gli piacerebbe affatto ciò che leggerebbe.

«Allora non ti serve quella roba per andare in giro,» commenta con nonchalance, fissando il mio pigiama con malcelato disprezzo. Ah, certo. Dimenticavo che nella sua visione del mondo, anche il modo in cui dormo è sotto controllo.

Ignoro il commento e mi siedo accanto a Luca, aggrappandomi alla sua innocenza come a un'ancora. «Cosa hai fatto ieri sera?» mi chiede, curioso. «Papà ha detto che eri uscita con quegli amici tuoi.» Quegli amici tuoi. Una formula già carica di giudizio, pronunciata per interposta persona.

«Niente di che. Abbiamo parlato di scuola.» La classica risposta innocua.

«Davanti a tanto alcol e gente poco raccomandabile,» si inserisce Vittorio, con la solita puntualità da guastafeste. Bene, ora sto ufficialmente venendo processata davanti alla mia famiglia. Una colazione perfetta.

«Non c'era nulla di cui preoccuparsi,» ribatto secca, fissandolo negli occhi. Non gli darò la soddisfazione di vedermi cedere, non oggi.

Alice, percependo la tensione che ha invaso l'aria, decide di lanciare il salvagente emotivo. «Guardate cosa ho per voi, ragazzi!» esclama, come una presentatrice, porgendo due pacchetti avvolti con maniacale cura.

«Grazie, Alice!» risponde Luca, aprendo il suo con gioia autentica. Io lo apro più lentamente, già pronta al veleno nascosto dietro la carta patinata. E infatti: un braccialetto tennis di diamanti. Elegante, lussuoso, perfetto. Una piccola catena da polso, lucidissima.

«Ti piace?» mi chiede, fiera come se avesse donato un rene.

«È splendido, grazie,» sorrido, ma il sorriso è tirato come la corda di un arco. Perché so esattamente cosa significa: comprare l'affetto, tacitare il dissenso. Un diamante per ogni silenzio che si aspetta da me.

Il nodo in gola si fa più stretto. «Scusatemi,» mormoro, e senza aspettare risposta, mi alzo e lascio la stanza. Il corridoio sembra un tunnel di fuga. Entro in camera, chiudo la porta, mi appoggio contro il legno freddo. Finalmente sola. Finalmente libera.

Anche solo per un minuto.

Mentre applico il trucco di fronte allo specchio, sento improvvisamente la porta della mia camera aprirsi lentamente, quando vedo riflessa nell'angolo Alice, con quel suo sorrisetto gentile incollato al viso come una maschera. "Elisa," dice in tono dolce, ma gli occhi la tradiscono: c'è una crepa, un'incrinatura sottile di preoccupazione. Forse si è accorta che non mi basta un vassoio di dolci per farmi abbassare la guardia.
"Posso entrare?"

Inarco appena un sopracciglio, continuo a passare il mascara come se nulla fosse. "Se proprio ti serve," mormoro con voce piatta, come se mi avesse chiesto di lasciarle prendere un caricatore e non di invadere la mia ultima zona franca. Alice avanza, incerta, come se la moquette potesse esplodere sotto i piedi. Si siede sul letto con tutta la cautela del caso, le mani in grembo, lo sguardo fisso su di me come se stesse cercando un varco nella corazza.

"Volevo parlarti."

"Figurati." Continuo a truccarmi, come se non fossi costretta a sentire quella conversazione per l'ennesima volta.

"Ho notato che... non mi accetti del tutto."

Oh, ci è arrivata. Premio simpatia dell'anno. Mi volto lentamente, poggio l'eyeliner sul tavolo e la guardo negli occhi con un mezzo sorriso. "Sai, sei perspicace. Davvero. Dev'esserti costato un diamante intero arrivarci."

Lei sospira. Il solito tono calmo, pacato, da operatrice sociale fuori orario. "Non voglio sostituire tua madre, Elisa. E nemmeno comprare il tuo affetto. Sto solo... cercando di costruire qualcosa."

"Sì, certo. Mattoni e braccialetti." Le rivolgo un altro sorrisetto, stavolta più tagliente. "Hai tolto mia madre di mezzo, adesso provi con me. Ma tranquilla, Alice. Il tuo castello è bellissimo. Piscina, giardino, champagne. Hai persino un figlio educato a farmi la morale. Che favola."

Mi alzo senza aspettare risposta, la lascio seduta sul mio letto a masticare le sue buone intenzioni. Esco. Ho bisogno d'aria.

Il giardino è tranquillo, immerso nel sole del mattino. Gli alberi sussurrano qualcosa che finalmente non è un consiglio. Mi accendo una sigaretta. Il primo tiro è liberazione pura. Il secondo, silenzio.

"Gliel'avevo detto che non faceva per te."

Ecco la voce di Vittorio, la colonna sonora della mia pazienza che muore. Mi volto appena, lui è appoggiato al muro con quell'aria da principe decaduto, lo sguardo che fa a pezzi, le braccia incrociate come se stesse pronunciando un verdetto.

"Una come te non sa nemmeno quanto vale un solo diamante."

Sbuffo, lascio che il fumo gli arrivi dritto in faccia. "Per fortuna c'è tua madre a farmi da manuale d'istruzioni, vero?

Lui stringe la mascella. "Non sei capace di riconoscere il bene quando lo vedi."

"Certo. Perché il bene ha il tuo profumo di dopobarba e giudizi non richiesti."

Vittorio fa un passo avanti. La voce si abbassa, diventa quasi velenosa. "Ero convinto che avessi almeno un briciolo di buon senso."

Mi volto del tutto, lo fisso dritto negli occhi. "Io non ho bisogno delle tue illusioni da salotto. Non voglio né i tuoi consigli né la tua approvazione. E sai una cosa? Se dovessi perderti per strada, non mi metterei neanche a cercarti."

Si fa avanti ancora, lo sguardo di chi vorrebbe essere intimidatorio ma ha solo imparato a imitare il padre. "Non fare l'errore di sfidarmi, Elisa. Non hai idea di cosa posso fare quando qualcuno mi si mette contro."

Sorrido. Freddo. "Tranquillo. Non sono spaventata. Sono solo disgustata."

Il silenzio tra noi è tagliente come il bordo di un vetro. Poi una voce, calma ma ferma, lo spezza.

"Non dovresti parlare a tua sorella in questo modo."

Alice è apparsa alle nostre spalle. Sempre al momento giusto, sempre con il tono giusto. Vittorio si irrigidisce, ma non risponde.

"Sorella?" ribatto, rivolta a lei. "Non sarò mai tua figlia, Alice. E tanto meno sua sorella."

E senza aspettare replica, me ne vado, lasciando loro il giardino e le loro definizioni di famiglia.

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