34. Amore

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Mi svegliai nel tardo pomeriggio, con la sensazione che qualcuno avesse svuotato il mio corpo e riempito la testa di piombo. Il letto era sfatto, la stanza immobile, e quell'odore stantio di fiori morti aleggiava nell'aria. Era tutto così silenzioso che anche il respiro sembrava troppo. Sedevo sul bordo del materasso come una bambola rotta, senza sapere se stavo per piangere o vomitare. Entrambe le opzioni mi sembravano faticose.

Avevo voglia di scappare, di prendere e sparire — ma dove? Dove vai quando non hai niente e nessuno? Quando sei una prigioniera con le chiavi in tasca, ma catene al cuore?

Il telefono squillò. Vibrò come un insetto sotto vetro. Risposi, la voce incerta:
«Pronto?»

«Ciao amore, come stai?»
La voce di Alessio era miele versato su vetro rotto. Troppo dolce, troppo gentile, in una giornata che puzzava di fallimento.

«Sto bene,» mentii con la prontezza di chi ha allenato ogni muscolo della faccia a fingere. «Solo un po' stanca.»

«Mi dispiace non esser passato stamattina. Mi è capitato un imprevisto.»
Ah, certo. Gli imprevisti: la moneta d'oro degli uomini quando devono barattare la colpa.

«Non preoccuparti,» tagliai corto. «Ci vediamo presto, okay?»

«Ti amo.»

«Anch'io,» sussurrai, e chiusi la chiamata prima che il tremito nella voce decidesse di sputtanarmi.

Appena il silenzio tornò a regnare, la porta si aprì con la delicatezza di un calcio in faccia. Vittorio. Con la solita espressione da inquisitore dell'Inquisizione e quella luce negli occhi che faceva sembrare l'amore una diagnosi medica.

«Chi era?»
Voce tagliente come la lama di un coltello da cucina.

«Mio zio,» risposi, calma come un campo minato.

Lui rise. Un suono basso, quasi compiaciuto. «Davvero pensavi che potessi essere così stupido? Ho sentito tutto.»

«Non significava nulla...» farfugliai.

«"Ti amo." È questo che dici agli zii, ora?»
Il sarcasmo gli gocciolava dalle labbra come veleno denso.

Mi schiacciò con lo sguardo e cominciò ad avanzare. Io arretravo. Lui era lupo, io cervo. Il muro arrivò troppo in fretta dietro di me.

«Sei mia,» sibilò.
La sua mano afferrò il mio collo. Non forte, non subito. Solo abbastanza per farmi sapere che poteva stringere — e che lo voleva.

«Per favore, calmati...»
Le parole uscirono deboli, impastate di paura.

«Non dirmi cosa devo fare!»
La sua voce rimbombò nella stanza. Il tono non era una richiesta, era una sentenza.

La presa al collo si fece più dura. Mi mancava l'aria, ma a lui non mancava proprio niente.

«Perché mi fai questo?» chiesi, le lacrime che cominciavano a scendere come se avessero il permesso solo ora.

«Perché ti amo.»
Ah, certo. La solita scusa: amore. Quel mostro con la faccia da santo e le mani da carnefice.

«Non è amore,» sussurrai. «È controllo. È violenza. Non ci sarà mai amore tra noi.»

Lui si fermò un secondo. Mi guardò come se avessi bestemmiato.
«Ti sbagli. Capirai. Sei mia, Elisa.»

«Non lo sarò mai. Non sei Dio, e io non sono la tua costola.»

Il suo sguardo cambiò. Si strinse tutto in una maschera d'ira.
«Sei testarda quanto sei bella. Ma non illuderti: posso essere il tuo migliore amico... o il tuo incubo peggiore. Dipende solo da te. Non sfidarmi.»

Si avvicinò ancora. Così vicino che il suo fiato mi entrava in bocca.

«Quindi, a chi l'hai detto quel ti amo?»
La sua voce era bassa, ma carica di benzina. Bastava una scintilla.

«Dillo.»
«Alessio.»
La parola mi uscì come un colpo di tosse.

Vittorio cambiò. Divenne un uragano.
«COME HAI POTUTO?»
Mi afferrò per il braccio. Forte. Forte come se potesse strapparmelo via.

«Mi dispiace!»
Le lacrime adesso scendevano in piena libertà, e non servivano a niente.

Mi spinse contro il muro. Il contatto fu secco, umiliante.

«Lo amo,» dissi. Era tutto quello che mi era rimasto.

Vittorio si girò, come se gli avessi sputato addosso.
«Non voglio sentire altro.»
Se ne andò.
E io crollai a terra, muta, disfatta.
Come un bicchiere rotto che nessuno ha voglia di raccogliere.

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