27. a Casa di Mamma

276 5 0
                                        

Uscendo da scuola, me lo trovo lì: Alessio, appoggiato al motorino come se stesse girando un film romantico a basso budget. Sorride come se nulla al mondo potesse toccarlo.

«Ciao Elisa, come stai?»
Voce allegra, occhi che sperano.

«Hey Alessio. Bene, grazie.» Mi avvicino con passo tranquillo.
Poi, la domanda di rito. «Ti va un pranzo insieme?» E allunga la mano come se fosse la scena madre.

«Mi dispiace, oggi non posso. Ho un impegno importante.»
Non aggiungo altro. Non è una bugia, ma nemmeno tutta la verità. Il suo sorriso si smonta un po', come un castello di carte sotto il ventilatore.

«Va bene, magari un'altra volta.»
Sempre così corretto, come un bravo ragazzo di cui non dovresti fidarti.
«Certo, mi piacerebbe.» E lo dico pure sincera. «Ci sentiamo dopo, ok?»
Annuisce. Sorride di nuovo. Si gira. Se ne va.

Io tiro dritta. Luca mi affianca all'angolo della piazza, lo zaino appeso a una spalla come se avesse appena svaligiato la biblioteca. Si cammina verso casa. Quella di mamma.

Il quartiere è sempre lo stesso, con i panni stesi fuori e l'odore di sugo che si mischia all'asfalto. Un po' casa, un po' gabbia.

Appena bussiamo, la porta si apre ed ecco mamma, in tutto il suo splendore da madre assente a tempo pieno.
«Tesori miei!» esclama, e ci schiaccia contro di sé come se fossimo salvagenti.
«Anche noi abbiamo sentito la tua mancanza, mamma,» dice Luca, sempre pronto a perdonare anche l'imperdonabile.

Io annuisco, tentando un sorriso.

A tavola tutto sembra quasi normale. Mamma cucina, il profumo riempie la stanza. Cibo come collante, come sempre. Poi rompe il silenzio:
«Papà mi ha detto che vi state ambientando bene.»
Luca risponde al volo: «Vittorio è incredibile.»
Io butto lì un: «Faccio quello che posso», come si butta una moneta nel pozzo.

Poi arriva la bomba, come sempre servita con un tono da pubblicità emozionale.
«Il motivo per cui la scorsa settimana non ci siamo visti è che il colloquio non era qui, ma in Francia.»
Aspetto. La pausa teatrale è d'obbligo.
«Ho chiesto aiuto alla zia e... mi hanno assunta. Parto domani.»

Silenzio.

«È una bellissima notizia!» dice Luca, che ha il talento naturale di trasformare ogni cosa in occasione per applaudire.

Io no. Io sento un vuoto sotto il petto. «Mamma, non puoi semplicemente andartene,» riesco a dire.
Lei posa una mano sulla mia. «È un'opportunità. Per me, per voi. Ci sentiremo, ci vedremo, ci ameremo a distanza. Tutto molto poetico.»

«Ti prego, non posso vivere senza di te,» sussurro, e subito mi odio per averlo detto.

«Starai con tuo padre. Sarà tutto più facile.»
Facile come ingoiare schegge.

Mi alzo da tavola. Vado in balcone. Ho bisogno d'aria. O forse di un incendio.
Accendo una sigaretta – quelle che lei odia – e guardo giù, la gente che cammina spensierata. Il mio fumo sale. Le mie lacrime no.

«Ho sempre odiato quelle sigarette,» dice una voce alle mie spalle.
«Mi aiutano a non urlare.» Cico la sigaretta contro il muro.

Lei si avvicina, posa una mano sulla mia spalla.
«Non voglio che tu soffra per me.»
Troppo tardi. La valigia della sofferenza è già in corridoio, pronta da giorni.

«So che è difficile, ma sarà meglio per tutti.»
Annuisco. Piango. Tento di parlare. «Mi mancherai.»

Mi abbraccia. Mi stringe. Mi fa sentire di nuovo una figlia, per un secondo.
«Sarò sempre con te,» sussurra.

Io vorrei dirle che non è vero. Che l'amore a distanza puzza di bugia e nostalgia. Ma mi limito a stringerla più forte.

Non posso impedirle di partire.
Ma almeno posso ricordarmi quanto fa male. Così, la prossima volta, non ci casco più.

La mattina dopo, la casa profuma di caffè bollente e brioches bruciate al bordo – mamma insiste a volerle «dorate», ma la verità è che si distrae sempre. Sul tavolo, una colazione esageratamente abbondante: come se potesse compensare un addio con un litro di spremuta e tre tipi di marmellata.

Ci sediamo. Luca addenta una brioche ancora fumante come se fosse l'ultima del pianeta, io gioco con il cucchiaino nel cappuccino mentre fisso mamma. Ha gli occhi lucidi, ma si sforza di sorridere. È il suo grande talento: sembrare serena mentre le si sfaldano i sogni tra le dita.

«Mamma, non devi preoccuparti per noi,» dico, cercando di suonare più forte di quanto mi senta. «Vai in Francia a conquistare il mondo. Noi sopravviviamo.»

Lei ride, ma è una risata fragile, piena di crepe. «Siete già più forti di quanto pensiate. E sarete in buone mani con vostro padre.»

Con nostro padre. Sì, certo. L'uomo che pensa che "essere presenti" significhi pagare la bolletta del Wi-Fi. Annuisco con un sorriso finto, perché lei ha bisogno di crederci più di quanto io abbia voglia di smentirla.

Finita la colazione, ci infiliamo le giacche. Mamma ci accompagna fino alla porta con la teatralità di una madre che sa di dover recitare bene l'ultima scena. Ci stringe a sé in un abbraccio lungo e stretto, uno di quelli che sembrano voler lasciare l'impronta sulla pelle.

«Scrivimi,» mormora. «Ogni volta che puoi. E raccontami tutto.»

«Anche quando litigherò con papà?» chiede Luca con voce incerta.

«Soprattutto allora,» risponde lei con un sorriso.

«Ti ameremo sempre,» dice Luca, e le lacrime gli rigano le guance in silenzio.

Io non riesco a parlare. La guardo. Con quegli occhi troppo buoni, troppo stanchi. Le sue mani sfiorano il mio viso e per un attimo vorrei chiederle di restare. Di buttare tutto e restare.

Ma lei merita di più.

«E io vi amerò sempre di più,» dice piano, come se fosse una formula segreta. «E vi aspetterò. Con la tavola imbandita e le brioche dorate.»

La lasciamo sulla soglia. Una mano che ci saluta, una valigia alle spalle. Si volta e chiude la porta. Il silenzio che segue è assordante.

MineDove le storie prendono vita. Scoprilo ora