15. Padre e Figlia

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Passano alcuni giorni e finalmente arriva il fine settimana. Il momento in cui, secondo i santi accordi, io e mio fratello Luca dovremmo andare da nostra madre. Scendo le scale della villa con lo zaino già pronto, strapieno per quei tre giorni che mi sembrano l'unico spiraglio di normalità in mezzo a tutto questo caos. Trovo papà ancora in vestaglia, seduto a tavola con una tazza di caffè mezza piena e il giornale spiegazzato davanti.

«Ci accompagni tu o prendiamo l'autobus?» chiedo, sperando in una risposta veloce.

Papà non alza nemmeno lo sguardo. «Puoi pure posare lo zaino» dice, come se fosse un favore. «Vostra madre ha dei colloqui e preferirebbe che restaste qui.»

Poso lo zaino. Ma solo per gettarlo a terra. Mi si gela il sangue, ma poi ribolle tutto.

«Preferirebbe?» ripeto, la voce che si alza di un tono senza nemmeno volerlo. «Perfetto. Almeno l'abbiamo saputo da te e non via SMS, dai, grazie davvero.»

Luca è già dietro di me, silenzioso come al solito, e prova con la sua solita pacatezza da diplomatico in miniatura.
«Non possiamo farci nulla, Elisa. Mamma ha bisogno di noi qui. Dobbiamo capirla.»

«Il giudice ha detto che saremmo potuti stare anche con lei» ribatto, incrociando le braccia. Sento il nervoso graffiarmi sotto pelle.

Papà sbuffa, si stropiccia il viso. «Oltre che col giudice si decide in famiglia.»

«Ma non ci è stato chiesto nulla! Nessuno ci ha chiesto cosa volevamo! E io non voglio restare qui. Io voglio andare da lei!» La voce mi esce rotta, ma piena. Come se finalmente dicessi qualcosa che tengo dentro da troppo.

Papà mi fissa, lo sguardo stanco, scavato. «Elisa, capisco che tu sia arrabbiata. Ma devi comprendere che le decisioni non sono sempre facili. E talvolta dobbiamo seguire ciò che è meglio per tutti.»

«Ah. E quindi stare qui, con Alice e con suo figlio – scusa, il tuo nuovo figlio perfetto – è meglio per chi, esattamente?» domando, inclinando la testa come se stessi davvero cercando una risposta logica. «Perché di sicuro non per me.»

Lui si passa una mano tra i capelli, come se potesse sistemare anche le sue scelte di merda insieme alla frangia che gli cade sugli occhi. «Alice è parte della nostra famiglia, ora. Dobbiamo trovare un modo per convivere. Per il bene di tutti.»

«Convivere?» gli sputo addosso la parola. «Io non ci voglio convivere. Io non la voglio neanche vedere.»

Il silenzio che segue è pesante come piombo. Nessuno osa più parlare. Fino a quando, ovviamente, lei irrompe nella stanza. Come in una commedia, giusto in tempo per rovinare tutto quel poco che restava da rovinare.

«Cosa sta succedendo qui?» chiede Alice, con quell'aria preoccupata da crocerossina fallita.

Mi volto verso di lei, lo sguardo glaciale. «Non ti riguarda.»

Lei deglutisce, prova a sembrare comprensiva, il che mi fa venire voglia di urlare. «Elisa, capisco che tu sia arrabbiata, ma ti prego... non prendertela con me. Sto solo cercando di aiutare.»

«Aiutare?» le sorrido, uno di quei sorrisi che fanno più male di uno schiaffo. «Vattene a fanculo.»

E senza attendere la reazione, mi volto e me ne vado. A passo deciso, senza guardarmi indietro. Apro la porta che sbatte dietro di me e affondo nel freddo del cortile.

Estraggo una sigaretta dal pacchetto con dita tremanti, più per il nervoso che per il freddo. L'accendino scatta, e la fiammella illumina il mio viso teso. Aspiro forte, e il fumo scivola giù nei polmoni, portandosi via un po' della rabbia, ma non abbastanza.
Mi siedo sul muretto in fondo al giardino, le ginocchia al petto.

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