Quando il mattino finalmente osa farsi vivo, mi sveglio nel letto di Vittorio, incastrata nel suo abbraccio come se fossi la sua collezione privata di porcellane. La luce dorata del sole filtra tra le tende leggere e danza sulle pareti, tutta intenta a rendere poetico ciò che, francamente, è solo l'hangar in cui mi sono rifugiata per sopravvivere alla notte.
Vittorio mi guarda come se fossi fragile cristallo. «Come ti senti?» sussurra, mentre mi accarezza il viso con una dolcezza chirurgicamente studiata.
«Stanca,» rispondo con un mezzo sorriso stiracchiato. Lo sento negli occhi, nel respiro, nel petto. Una stanchezza che sa di vino versato troppo in fretta e di pensieri che non ho avuto il coraggio di dire.
«Va bene,» risponde. «Restiamo qui, quanto vuoi.» Oh, che galanteria. Il carceriere gentile.
Si alza dal letto con la solennità di un attore in pausa, si stiracchia e apre le tende. «Colazione?»
«Sì, grazie,» rispondo, mentre la fame lotta con la nausea per il controllo del mio stomaco.
In cucina, Vittorio si muove come se stesse girando uno spot pubblicitario: accende la macchina del caffè, sistema i piatti con maniacale precisione e sorride, sempre quel suo sorriso da bravo ragazzo incastonato in un volto che troppo spesso si dimentica di esserlo davvero. Il profumo del caffè si spande, troppo rassicurante per questa commedia.
«Caffè o tè?» mi chiede, porgendo la tazza con un'eleganza che sfiora il ridicolo.
«Caffè,» rispondo. Se dovrò sopravvivere a un altro giorno di teatro, mi servirà caffeina, non camomilla.
Poi il campanello. Un suono così ordinario, così innocuo. Eppure taglia la scena come un coltello.
«Chi sarà a quest'ora?» chiedo, cercando di restare calma. Ma sento già l'aria cambiare, come se la casa sapesse cosa sta per succedere.
Vittorio apre la porta con il suo solito aplomb. Ma dietro di lui c'è Alessio. Il mio ragazzo. Quello vero, o per lo meno quello che non impugna armi come fossero posate.
«Elisa, sei qui?» dice con un sorriso che non ha ancora capito in che guaio si è appena infilato.
Mi alzo in piedi. Sorrido. È un sorriso stiracchiato, colmo di allarmi che solo io sento. Lo abbraccio. È caldo. Reale. Ma non siamo soli. Dietro di me, la presenza di Vittorio si fa opprimente. La temperatura nella stanza crolla.
«Cosa ci fai qui?» chiede Vittorio. Non è una domanda. È una minaccia travestita da cortesia.
Poi succede. Senza esitare, tira fuori una pistola. Sì, una pistola. Dalla cintura dei pantaloni, come se fosse il telecomando.
«Sei sicuro di voler restare?» dice con tono pacato. Il tipo di pacatezza che precede la tragedia.
Alessio si irrigidisce. «Sono venuto a vedere Elisa.»
«Che carino,» commenta Vittorio, sarcasmo gocciolante come pioggia da un tetto. «Peccato che tu abbia sbagliato casa.»
Io provo ad intervenire, ovviamente. «Vittorio, ti prego—»
Uno schiaffo. Così, senza nemmeno una sceneggiatura. Il mondo si inclina mentre cado, e il pavimento mi accoglie con la grazia del cemento. Brucia. Il viso. L'orgoglio. Tutto.
«Non mettermi contro,» sibila lui. La voce è fredda, precisa. Come una lama che sa dove colpire.
Alessio avanza. Coraggioso, stupido, innamorato. Ma Vittorio lo ferma puntandogli l'arma addosso come se stesse giocando a guardie e ladri.
«Perché le fai questo?» chiede Alessio, gli occhi su di me. Gli occhi che mi hanno sempre vista. Che ora non sanno se sto crollando o combattendo.
«Perché lei è mia,» risponde Vittorio. Padrone. Boia. Uomo.
Alessio tende una mano. «Elisa, vieni con me.»
Io tremo. E resto lì. «Non posso.»
«Non toccarla,» ringhia Vittorio. La pistola è ancora lì. Tra noi. Tra me e qualsiasi possibilità di libertà.
Alessio non si arrende. «Non puoi controllarla.»
«Oh, certo che posso,» ribatte Vittorio. «Non hai idea di cosa sia meglio per lei.»
«E tu sì?» Alessio si avvicina. Lentamente. Come si avvicina qualcuno a un animale ferito o a una mina ancora inesplosa.
«Elisa, stai con me,» ripete. Io lo guardo. E per un attimo penso che potrei. Che potrei davvero.
Ma poi sento la fredda canna della pistola premuta contro la mia schiena, come un promemoria brutale: il coraggio è un privilegio. E io, evidentemente, non posso permettermelo.
Le mie mani tremano mentre afferrano quelle di Alessio. Ci provo. Davvero. Ma la realtà è più veloce della speranza.
Un colpo. Secco. Assurdo nella sua semplicità. Uno schiocco che manda tutto in frantumi.
Il corpo di Alessio si affloscia addosso a me come un sacco di cemento tiepido. Nessun grido eroico. Solo un sussurro spezzato, un rantolo e poi il vuoto. Il sangue, caldo e denso, mi cola sulle cosce. Le mie guance sono già bagnate dalle lacrime prima ancora che io me ne renda conto. Lo stringo. Forte. Come se questo potesse salvarlo. Come se bastasse.
«Che cosa hai fatto?» singhiozzo, la voce rotta, spezzata, franata. Ma non serve chiederlo. L'ho visto. Lo ha fatto con calma, con quella precisione gelida da uomo abituato a ottenere tutto. Anche la morte, se serve.
Vittorio mi guarda. Immobile. Impassibile. Il volto pulito, lo sguardo vuoto, come se avesse appena spento una candela e non tolto una vita. L'arma ancora nella mano, come un accessorio qualunque, come se si fosse appena tagliato le unghie.
La porta si spalanca. Due uomini entrano, giacca nera, sguardo neutro da bravi soldatini. Si muovono veloci, senza una parola. Prendono Alessio. Lo sollevano dalle mie braccia con una gentilezza che fa più male della violenza. Non parlano. Fanno solo quello che sanno fare: obbedire.
Io rimango lì. In ginocchio, le mani coperte del sangue dell'unico che mi abbia mai guardata come se fossi reale. E Vittorio, come sempre, si avvicina. «Vieni con me», dice. Come se nulla fosse successo. Come se un ragazzo morto sul tappeto fosse parte del nuovo arredamento.
«Sei un mostro!» grido, e la voce mi esce ruvida, feroce, piena di tutto il dolore che non riesco a nascondere. Lui mi guarda. Sorride, persino. «L'ho fatto per te», risponde. Con quella calma da psicopatico che pensa di essere romantico.
«Io lo amavo», sussurro, e non so se lo dico a lui, a me stessa, o al cadavere che mi stanno già portando via.
A quel punto Vittorio capisce che non sono più la sua bambola preferita. Che qualcosa si è spezzato per sempre. Ma, ovviamente, lui ha un piano anche per questo. Si volta verso i suoi gorilla in abito su misura e comanda: «Portatela in un posto sicuro».
Un "posto sicuro". Quanto è dolce l'eufemismo per "gabbia".
Mi afferrano con mani ferme, professionali, perfino rispettose. Ma io mi divincolo, urlo, scalcio. Non perché possa fuggire. Solo perché sono viva. Per ora.
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Mine
ChickLitElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
