5. Malinteso

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La luce mi acceca appena apro gli occhi. Dritta nelle pupille, come un rimprovero.
Sono ancora vestita. Il trucco? Una guerra persa, tutto spalmato sul cuscino come un quadro astratto venuto male. Gli stivali però sono lì, ordinati ai piedi del letto, la borsa in posizione.
Professionale, lui. Persino nel disprezzo.

Mi alzo piano. Le gambe reggono, almeno quello.
Barcollo fino al bagno. Lo specchio è spietato. Mi osserva come se dicesse: "Complimenti per la serata, tragedia ambulante."
Cerco di rimettermi in sesto. Una faccia da umana appena sveglia. Non perfetta, ma presentabile.

Prendo il cellulare. Chiamo mamma.
Il segnale squilla. Una, due volte. Poi la sua voce: calda, materna, come se sapesse.
«Mamma.»
Cerco di sembrare sveglia. Soprattutto viva.

«Buongiorno, amore. Tutto bene?»
Eccola, la preoccupazione automatica, stampata nel DNA.
«Sì, sì. Solo stanca.»
Una mezza verità. Quella più comoda.

«Posso venire da te il prossimo weekend?»
Silenzio, poi quel tono che sa già tutto.
«Ma certo, tesoro. Mi farebbe tanto piacere. C'è qualcosa che non va?»
Ovviamente lo chiede. Ovviamente lo sente.

«Mi manchi.»
E basta. La dose giusta di verità e omissione.

Mi offre di venirmi a prendere. Rifiuto. Preferisco viaggiare da sola. Non voglio farmi vedere in compagnia di nessuno di questa casa.

Chiudo la chiamata. Mi sento appena meglio. Non salva, ma più centrata.

Scendo.
Silenzio totale.
Il palazzo dorme ancora, probabilmente sogna ville toscane e mutui estinti.
Dalle vetrate vedo un giardiniere che sembra uscito da un film francese, tutto curato e impeccabile.

«Signorina, il colloquio è di qua.»
Mi giro. Una donna con grembiule bianco mi guarda seria come se fossi lì per un casting.
Colloquio?

«Venite, vi accompagno»
Già che ci sono, magari mi fa da guida turistica nella Versailles privata dei Vittorio & Co.

Camminiamo in silenzio per corridoi che gridano ricchezza in tutte le lingue.
«Dove stiamo andando?»
«Nella sala da pranzo. L'attende lì.»

Apre le porte doppie. Dentro, una sala da pranzo, col tavolo lungo tipo summit NATO.
«Signor Vittorio, c'è un'altra candidata» dice la domestica.
Lui è a capotavola, nascosto da un vaso che potrebbe contenere un cadavere.

«A dir la verità sono qui per la colazione, ma adesso sono curiosa del colloquio» dico mentre mi siedo con disinvoltura e afferro un cornetto.

«Dorota, lei vive qui» dice Vittorio secco, senza nemmeno guardarmi.
«Controlla che le altre siano candidate vere.»

«Chiedo scusa, signore» dice la donna, e sparisce.

«Che colloquio sarebbe?»
«Non ti riguarda. Esci.»
Freddo. Elegante. Maledettamente irritante.

«Voglio fare colazione.»
«E io aspetto ragazze.»

Mi scappa da ridere.
«Per i colloqui?»
Silenzio. Poi:
«Non è affar tuo la mia vita.»
E giù la tazza sul tavolo, come se volesse spezzarlo con la porcellana.

«Visto che viviamo sotto lo stesso tetto, potrei almeno sapere chi entra e chi esce. O devo farmi mettere il badge?»
Silenzio. Poi, veleno:
«La domestica ti ha scambiata per una escort.»

Mi alzo. Dritta.
«Vaffanculo.»

Porta sbattuta. Forte. Quasi a far crollare l'intero piano.

La donna col grembiule è ancora lì.
«Come osi scambiarmi per una prostituta!»
Lei alza le mani, spaventata.
«Mi scusi, signorina. È stato un malinteso.»

«Un malinteso?! Davvero? E lui? Che cazzo di diritto ha di trattarmi così?»

Lei abbassa lo sguardo.
«Il signor Vittorio... può essere difficile. Non prendetevela.»

«Difficile? È un arrogante con manie di possesso.»
Lei non risponde. Forse non può. Forse non vuole.
«E tu perché lo copri?»
«Perché è il mio lavoro proteggere questa casa. E tutti quelli che ci vivono. Inclusa lei.»

Trattengo un urlo. Non ne vale la pena.
Senza dir nulla, mi allontano. Attraverso il corridoio, apro la porta e mi infilo in giardino.
Trovo una panchina isolata. Mi siedo.
Pesco una sigaretta dalla borsa. La accendo.
Il primo tiro mi brucia i polmoni.
Ma calma il cervello.
Finalmente. Silenzio.
Finalmente respiro.

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