Esco dalla scuola col passo di chi ha appena finito una giornata troppo lunga e una coscienza troppo pesante. L'aria è calda, appiccicosa, e i miei pensieri girano in tondo come mosche impazzite. Poi lo vedo.
Un mazzo di fiori. Gigantesco. Uno di quelli che fanno voltare le vecchie signore e sghignazzare i compagni idioti. E dietro al mazzo, ovviamente, c'è Alessio. In piedi come una pubblicità vivente per il romanticismo adolescenziale, con quel sorriso mezzo impacciato che gli fa brillare gli occhi. Sembra uscito da un brutto film sentimentale, ma per un secondo il cuore mi scivola giù nello stomaco.
«Alessio?!» esclamo, la voce più alta di quanto vorrei. Corro verso di lui come se non stessi tradendo la sua fiducia da settimane.
«Che ci fai qui? E quei fiori? Non sarà mica morto qualcuno.»
Lui ride piano, allunga le braccia e mi porge il mazzo. «Volevo solo sorprenderti. Ultimamente sei distante, e... volevo ricordarti che io ci sono. Sempre.»
Che dolce. Che tragico. Che ingenuo. Prendo i fiori come se pesassero cento chili, li stringo contro il petto e mi avvicino per baciarlo. È un bacio tenero, silenzioso, col retrogusto amaro del senso di colpa.
Poi, la temperatura cambia.
Un'ombra si allunga sulla ghiaia del cortile. Una presenza che conosco fin troppo bene. Prima ancora di voltarmi, so chi è. Lo sento, come si sentono i temporali prima che esplodano.
Vittorio.
Compare come una fottuta maledizione. Cammina verso di noi con lo sguardo di chi ha deciso che oggi non sarà una bella giornata per nessuno.
«Ma che cazzo pensi di fare, Elisa?» ringhia. Mi afferra per un braccio con una forza che non ha nulla di fraterno. «Baci questo qua come se niente fosse?»
«Vittorio, lascia—»
«Zitta. Tu non devi parlare. Tu devi ascoltare.» La sua voce è un coltello. Si volta verso Alessio, che cerca goffamente di farsi avanti. Vittorio lo respinge con una spinta quasi teatrale. «Fatti da parte. Questa è una questione tra me e mia sorellastra.»
Sorellastra. Lo dice come se volesse sputare il sangue che ha in bocca. Alessio resta fermo, spiazzato, incapace di capire cosa stia succedendo davvero. Ma Vittorio è già altrove. A me. A noi.
«Tu non capisci, vero?» sbotta. «Tu sei mia. Da sempre. Che cazzo ci fai con lui?»
«Vittorio, per favore, smettila. La gente ci guarda...»
«Lascia che guardino. Forse così capiscono quanto sei falsa.» Mi afferra di nuovo, questa volta più forte, mi strattona verso il parcheggio. E io non riesco a reagire. La mia voce muore, i piedi mi seguono come se fossero separati dal resto del corpo.
Mi butta letteralmente dentro la sua macchina. Chiude la portiera con uno schianto, gira intorno e si mette al volante. Non dice nulla. Non mi guarda. Ma stringe il volante come se volesse spezzarlo a mani nude.
La macchina parte con un rombo che mi fa sobbalzare.
L'asfalto scorre veloce, la campagna fuori dai finestrini è solo una macchia verde sfocata. Il motore ruggisce, e lui non parla. Non un respiro, non una parola. Solo tensione. E quel silenzio tossico che mi entra sotto la pelle come veleno.
«Vittorio... puoi fermarti? Possiamo parlare?»
Niente. Il suo sguardo è fisso sulla strada, la mascella serrata, il respiro irregolare. Lo conosco abbastanza da sapere che sta per esplodere.
E infatti.
«Tu non hai capito niente» sibila. «Non sei tua. Non sei sua. Sei mia.»
«Non sono una cosa, Vittorio.»
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Mine
Chick-LitElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
