La Ferrari si infila in una strada secondaria, tra pini e siepi scolpite a forbice. Dopo qualche curva, davanti a noi compare una villa. Immensa. Illuminata da luci colorate che pulsano come se avesse un cuore artificiale. Dal giardino si spande musica elettronica, il basso rimbomba come un battito accelerato.
Vittorio rallenta. Parcheggia accanto a un'altra supercar. Poi si volta verso di me.
«Divertiti, ma non metterti nei guai» dice, con un tono pacato. Come se bastasse quel tono per far sparire tutto quello che è successo prima.
Scendo senza dire niente. La porta si chiude dietro di me.
Mi dirigo verso il bar. Luci stroboscopiche, gente ovunque, bicchieri alzati e sorrisi falsi stampati sui volti. Una piscina, una folla, l'odore di vodka, profumo costoso e testosterone.
Perfetto.
Serve solo qualcosa di forte.
Un ragazzo con l'aria rilassata si avvicina al bancone accanto a me. Sorriso carino, ciuffo pettinato con disordine studiato.
«Posso offrirti qualcosa da bere?» chiede.
Lo guardo per un secondo. Decido che, per stasera, un po' di distrazione male non fa.
«Grazie,» rispondo. Sorriso sottile. Timido solo per estetica.
Sto per prendere il bicchiere che mi passa quando, all'improvviso, una mano lo scaglia a terra. Il vetro si infrange sul pavimento con un suono netto.
Mi volto di scatto.
Vittorio.
«Cosa cazzo fai?» chiedo, la voce piena di veleno.
«Bevo?» rispondo subito dopo, con tono sarcastico. «O meglio... bevevo. Ma a quanto pare hai questa fissa di buttare le cose a terra. Inquini il pianeta così.»
Non mi guarda. Guarda il ragazzo.
«Tu. Come osi non rispettare i patti?» ringhia, voce tesa, bassa.
Il ragazzo lo fissa, spiazzato. «Non sapevo che fosse tua.»
«Non hai il diritto di avvicinarti a lei» sputa Vittorio. I suoi occhi sono due lame.
Il ragazzo alza le mani. «Non pensavo—»
«È meglio che te lo ricordi per la prossima volta.»
Poi, senza preavviso, Vittorio lo colpisce.
Un pugno secco. Dritto in faccia.
Il ragazzo cade all'indietro, un tonfo sordo contro il bordo del bancone. Qualcuno urla, la musica si abbassa, la folla si muove come un branco di pesci disturbati.
Io resto immobile. Congelata.
Vittorio si volta. Mi guarda. Poi mi afferra. Mi solleva dallo sgabello con forza.
«Che stai facendo?» chiedo. Ma la voce mi esce impastata, ovattata. Il drink che avevo iniziato prima mi gira ancora in testa.
«Ti porto a casa» dice, secco.
«Non voglio venire con te.»
«Non mi interessa» replica, tirandomi via.
Cerco di divincolarmi, ma le gambe non reggono. La villa si allontana dietro di noi, le luci diventano scie colorate, la musica si mescola con il battito nelle orecchie. Tutto confuso. Distorto.
«Vittorio, lasciami andare!» urlo, più con la voce che con il corpo, che ormai mi tradisce.
Ma lui non ascolta. Non dice nulla.
Mi apre la portiera, mi fa entrare. Si siede. Chiude.
Siamo di nuovo nella Ferrari.
Guida per un po' in silenzio. La strada è buia, le luci dei fari scorrono sul parabrezza come fantasmi.
Poi parla.
«Sai cosa voleva fare quel tipo?»
«Offrirmi da bere? È una cosa che la gente gentile fa, sai?»
La voce mi esce ruvida, stanca. Non ho voglia di litigare. Né con lui, né col mondo.
«Quel tipo i drink li droga. Così poi si porta a letto ragazze come te.»
Lo guardo. Stacco lo sguardo dal finestrino e lo fisso.
«Come puoi saperlo?» chiedo, tono gelido.
Lui stringe il volante. Le nocche bianche.
«Lo conosco. Non è la prima volta che lo fa.»
Resto in silenzio per un secondo.
Poi, velenosa:
«Forse dici così perché lo fai anche tu.»
Lui non risponde subito. Ma il silenzio che segue è denso come pece.
La tensione si taglia a fette.
Poi, finalmente:
«Non sai di cosa parli» dice, a bassa voce.
E per la prima volta, non riesco a capire se è più arrabbiato con me.
O con sé stesso.
Arriviamo davanti casa. Finalmente.
Ma il mio corpo ha deciso di mandarmi a fanculo.
La vista si fa opaca, le gambe mi cedono. Non cado, però.
Perché c'è lui. Di nuovo.
Mi prende al volo, con uno di quei riflessi da film d'azione che mi fa odiare ancora di più tutto questo.
Mi solleva tra le braccia. Il suo respiro è pesante, come se stesse facendo uno sforzo più emotivo che fisico.
«Ti porto dentro» dice. La voce calma.
Ma ha qualcosa di incrinato.
La mia testa si poggia contro il suo petto. Odora di pelle, fumo e tensione. Il suo cuore batte forte. Costante.
Odio che mi rassicuri. Mi fa incazzare più di tutto.
Attraversiamo l'ingresso. Le scale sembrano infinite. Eppure lui sale senza dire una parola. Solo i suoi passi, il rumore del parquet sotto le scarpe, e il mio respiro spezzato.
Mi adagia sul letto. Con lentezza. Con attenzione.
Come se avesse paura di rompermi.
«Dovresti cambiarti e riposarti.»
La sua voce, ancora una volta, è troppo gentile per i miei gusti.
Lo guardo, spietata.
«Posso badare a me stessa.»
Ignorata. Come sempre.
Si china. Mi prende il braccio.
«Devi toglierti questi vestiti. Non puoi dormire conciata così.»
Mi stacco di scatto.
Il mio sguardo è una lama.
«Non toccarmi. Non ho bisogno del tuo aiuto.»
Lui alza un sopracciglio.
«Smettila di fare la dura. Non stai in piedi. Non sei in grado di badare a te stessa.»
Silenzio.
Uno di quelli densi, che sa di guerra imminente.
E alla fine cedo. Non per lui. Perché mi gira tutto.
Mi lascia fare il minimo, poi completa lui. Mi sfila la gonna con cura, come se avesse paura di svegliarmi, anche se sono sveglissima. Mi mette addosso una maglia larga, un pigiama caldo.
Il suo tocco è caldo. E questo mi irrita ancora di più.
Vorrei gridare.
Vorrei spingerlo via.
Ma non lo faccio.
Non adesso.
Poi prende la coperta, mi copre con delicatezza. Ridicolo.
Come fossi una bambina.
«Ora dormi.»
Voce bassa. Quasi... tenera.
Lo guardo fisso.
«Vattene.»
La voce è fredda.
Come un coltello tra le costole.
Lui non dice nulla.
Mi guarda per un secondo. Poi esce. La porta si chiude.
Resto sola.
Rannicchiata sotto una coperta che profuma di pulito, con addosso la maglia di un ragazzo che detesto.
Il letto è caldo. Morbido.
Ma io non riesco a smettere di pensare.
A tutto. A niente.
Il cuore martella. Il cervello corre.
Chiudo gli occhi.
Forse il sonno, stavolta, sarà più clemente del mondo.
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Mine
ChickLitElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
