Il fine settimana significa solo una cosa: colazione in famiglia. Una tradizione che sembra uscita da una brochure pubblicitaria degli anni '50, ma con meno sorrisi e più tensione sottile che aleggia nell'aria come il fumo del caffè.
Siedo al tavolo, di fronte a Vittorio. Lui gioca con il cucchiaino nella tazzina come se fosse un pugnale, mescolando il caffè con la grazia passiva-aggressiva di chi vorrebbe colpire, ma non può. Gli occhi freddi. Taglienti. Quelli che ti osservano come se avessi qualcosa da nascondere. Il che, in effetti, è vero.
Il telefono vibra sul tavolo. Una scossa secca, metallica, come un avvertimento. Alessio.
Il mio cuore si lancia verso la gola e resta lì, incastrato. Provo a ignorarlo, ma Luca mi fissa e poi fa un cenno con il mento.
«Elisa, il telefono.»
Lo guardano tutti ora. Ovviamente. Perché niente dice "privacy" come una famiglia seduta attorno a un tavolo con i nervi scoperti.
Mi alzo, troppo in fretta per sembrare naturale. Afferro il telefono come se fosse un oggetto qualsiasi. La mano trema. Tento di mascherare il panico con la solita scusa da manuale:
«È Giada. Devo rispondere.»
La voce mi trema appena, ma nessuno sembra farci caso. O forse sì, ma fingono di no. Anche quello è sport di famiglia.
«Ciao Giada, tutto bene?» sussurro, allontanandomi quel tanto che basta per non sentire il cucchiaino di Vittorio urtare contro la ceramica.
«Davvero?» dice Alessio, e la sua voce è un sorriso. Uno di quelli che mi ricordano che c'è ancora un posto nel mondo dove si può respirare.
«Perché non vieni a fare un giro con me questo pomeriggio? Mi manchi. È passata un'eternità dall'ultima volta che ti ho vista.»
Mi sento il cuore in gola, lo stomaco in frantumi, la testa divisa tra il sì che vorrebbe uscire di corsa e lo sguardo di ghiaccio che so essere ancora inchiodato dietro di me.
«Mi piacerebbe,» rispondo, tentando di fargli capire che non è il momento, non posso parlare, sto camminando su un campo minato con tacchi a spillo.
«Fantastico! Ti passo a prendere alle tre, va bene?»
«Va bene, ci vediamo alle tre.» Chiudo la chiamata con un respiro più simile a un sussurro di sopravvivenza che a un saluto.
Torno al tavolo. Maschera ben salda in faccia, anche se dentro tutto urla. Sorrido come se non stessi per vomitare i nervi.
«Chi era?» chiede Alice, come se fosse davvero interessata e non solo in cerca di gossip per la prossima telefonata con la zia.
«Giada, un'amica di scuola. Voleva solo sapere se volevo uscire questo pomeriggio.» Dico la frase con la disinvoltura di una hostess che annuncia l'atterraggio con un motore in fiamme.
Il cucchiaino di Vittorio si ferma. Posa l'oggetto sul piattino con un gesto lento, preciso. Uno schiocco secco che sa di avvertimento.
«E che cosa farete?»
Fisso il mio piatto. Due fette di pane tostato e una marmellata che sa di plastica. Rispondo senza alzare gli occhi:
«Ci stavamo solo pensando, niente di speciale.»
Ma so già che ho perso. Lo sento nel modo in cui lui inclina appena il capo, nel modo in cui le sopracciglia si piegano in quel mezzo centimetro di sospetto che anticipa l'interrogatorio.
«Forse potrei unirmi a voi.»
Ah, eccolo. Il colpo di grazia. Il cane da guardia che chiede di venire al picnic.
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Mine
ChickLitElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
