59. Ultima Sera

227 1 0
                                        

Dopo mesi di studio, notti insonni e quantità illegali di caffè, è finalmente arrivato il momento degli esami. Nell'aria c'è così tanta tensione che si potrebbe tagliare con un'unghia. Entro nell'aula dell'orale come si entra in un'arena: a metà tra il panico e la rassegnazione. I professori mi osservano da sopra gli occhiali, con l'aria di chi sa esattamente quanto ti sei preparata – o almeno quanto fingere di averlo fatto.

Le risposte escono un po' incerte, certo, ma dignitose. Cerco di sembrare tranquilla, brillante, colta. In altre parole: cerco di non far vedere che sto morendo dentro. Dal fondo della sala, Vittorio mi lancia un cenno. Il suo classico sorrisetto da «non ti preoccupare, tanto va tutto secondo i piani». Lo odio e lo adoro allo stesso tempo.

Esco dalla stanza come si esce da un campo minato, con un sollievo che quasi fa girare la testa. E poi arriva il verdetto: promossa. Ottimi voti. Tutti sorridono. I professori fanno pure i complimenti, come se non ci fosse stato alcun dubbio. Che bravi attori.

I nostri genitori sembrano usciti da una pubblicità: sorrisi larghi, occhi lucidi, pacche sulle spalle. È il grande giorno, la grande vittoria. Vittorio apre il regalo dei suoi: un Rolex. Un Rolex. Solleva la scatola come se contenesse il Santo Graal.
«È incredibile» dice, e sembra davvero commosso. «Grazie mille.»

Poi tocca a me. Mia madre si avvicina con aria solenne e mi porge un biglietto. Francia. Solo noi due. La sua voce è tutta zucchero e orgoglio:
«Andremo insieme, solo io e te.»

La abbraccio. È dolce, tenera, premurosa... tutto quello che ci si aspetta da una madre che compra esperienze per riempire vuoti emotivi.
«Grazie, mamma» dico, e lo intendo. Nonostante tutto, lo intendo.

La sera, sto per infilarmi il pigiama quando sento la porta aprirsi. Entra Vittorio, senza bussare – tanto per cambiare. Ha il passo di chi ha qualcosa da dire e ha deciso che deve essere adesso.

Il viso è tirato, la mascella serrata.
«Cosa pensi di fare, partendo così?» domanda, come se avessimo un appuntamento in sospeso in tribunale.

Non faccio in tempo a rispondere. Mi afferra e mi bacia, con quella furia che conosce bene solo chi sa di non avere più il controllo. Mi tiene ferma, il bacio una punizione e una supplica insieme.

«Lo sai, vero?» sussurra, la voce tesa, troppo bassa per essere calma. «Sai perché hai ottenuto quel voto alto?»

Lo guardo. C'è qualcosa nei suoi occhi: una rabbia travestita da verità.
«Cosa intendi?»

Lui si scosta appena, ma solo per potermi guardare meglio.
«Mia nonna finanzia quella scuola da anni» dice. «È così che ho sempre avuto ottimi voti. E appena hanno saputo che eri "dei nostri"... beh, hanno pensato di fare un favore alla famiglia.»

Mi si gela lo stomaco.
«Quindi... il mio voto...»

«Non è tuo» conclude lui, tagliente come una lama. «È un premio di consolazione. Un favore. Un'accortezza. Benvenuta nel club.»

Sento il cuore salire in gola.
«Non è giusto» mormoro.

Lui ride. Amaro.
«Ma è così che funziona. È sempre stato così.»

E con quel sorriso da aristocratico deluso, esce dalla stanza, lasciando dietro di sé l'odore di privilegio e la puzza sottile della verità.

Il suo tocco è carico di desiderio e disperazione, come se volesse imprimermi nella sua memoria prima che parta. Mi abbandono al bacio, cercando di afferrare ogni istante con lui, consapevole che domani sarà solo un ricordo lontano.

Le sue mani scorrono lungo il mio corpo, tracciando percorsi familiari e amati, mentre il desiderio si fonde con la tristezza. «Ti prego, non partire,» mormora tra un bacio e l'altro, la sua voce carica di supplica. «Non posso vivere senza di te.»

Le mie labbra si separano dalle sue, lasciando spazio al respiro pesante e incerto. «Devo farlo,» rispondo con voce sommessa, il cuore straziato dal dolore di questa separazione imminente. «Voglio farlo.»

Il suo tocco è una miscela di passione e dolore, come se volesse imprimermi nella sua memoria prima che parta. Mi abbandono al bacio con una mescolanza di emozioni contrastanti, cercando di trattenere ogni istante con lui mentre il tempo scorre implacabile. Le sue mani esplorano il mio corpo con una familiarità che mi fa tremare, mi guarda negli occhi con un misto di desiderio e tristezza, poi mi avvicina a lui e mi bacia i seni con passione, come se volesse conservare ogni parte di me prima della mia partenza. Il calore del suo corpo contro il mio mi avvolge Vittorio mi avvicina a lui, il suo respiro caldo contro la mia pelle.

Con mano ferma, mi prende delicatamente il viso e mi guida verso di lui, mentre la mia bocca incontra la sua carne pulsante di desiderio. Con un gemito soffocato, sento il suo corpo tremare leggermente mentre si lascia andare al piacere, il calore del suo rilascio che mi avvolge. Mi aggrappo a lui con forza, cercando di trattenere ogni istante. I nostri respiri si mescolano in un ritmo calmo mentre ci copriamo con le vestaglie.

Vittorio mi prende la mano con quel suo modo teatrale da protagonista di un dramma romantico che si prende troppo sul serio, e mi trascina verso la piscina. Intorno a noi, la notte ha steso il suo velo scuro, interrotto solo dalle luci soffuse che lambiscono il bordo dell'acqua. Sembra la scena di un film francese: troppa atmosfera, troppo silenzio, troppa intenzione.

L'aria è fresca, mi sfiora la pelle con delicatezza studiata, mentre tutto intorno si sforza di urlare "magia" in maiuscolo. Arrivati alla vasca, la luna si specchia sull'acqua come se sapesse di dover recitare anche lei. Vittorio mi guarda con quel sorriso da manuale, e senza dire una parola ci spogliamo. Nudi, nell'acqua, come se il romanticismo fosse una religione da professare a mollo.

Mi prende tra le braccia come se stesse proteggendo un segreto. I suoi baci sono caldi, profondi, carichi di un desiderio che sa essere preciso. E io, ovviamente, ci casco in pieno.

Mi appoggio al bordo della piscina, l'acqua mi arriva al petto, mentre lui si avvicina da dietro con la lentezza di chi sa esattamente che effetto fa. Le sue mani si posano sui miei fianchi con la sicurezza di chi non ha mai avuto dubbi su nulla, nemmeno su se stesso.

«Sei bellissima» sussurra, e potrei giurare di aver sentito la stessa frase in almeno trecento film. Il suo respiro mi accarezza la pelle, le labbra scendono sul collo, e le mie mani cercano appiglio sul bordo, mentre lui mi consuma con pazienza.

L'acqua ci avvolge, la pelle si fa sensibile, le emozioni esplodono in silenzio. Le sue mani si muovono lente, studiate, esperte. Le mie labbra cercano le sue, perché ormai non c'è più spazio per pensare, solo per sentire.

Quando l'orgasmo ci travolge, il cielo si sta già tingendo di rosa. Tempismo perfetto. I primi raggi dell'alba ci baciano come in una pubblicità di profumo. La scena è così perfetta da sembrare finta. E forse un po' lo è.

Mi stringe ancora, il suo corpo bagnato premuto contro il mio. La voce roca, l'intensità negli occhi:
«Ti amo più di qualsiasi altra cosa al mondo. E non mi importa se sarai lontana da me, tu sarai mia. Per sempre.»

Un brivido mi attraversa la schiena, ma non è freddo. È la consapevolezza che quella promessa suona più come una condanna.

Poi mi guarda, serio. Troppo serio.
«Promettimi che tornerai.»

C'è qualcosa nella sua voce che mi ferma. Una supplica. O un ultimatum.

«Lo prometto» rispondo, e faccio del mio meglio per sembrare convinta.
Poi, con un sorrisetto:
«Dovrò pur sempre vedere mio padre. E Luca.»

Il suo sguardo si contrae appena, ma mi stringe ancora. Forte. Come se potesse trattenermi abbastanza da impedirmi di andarmene. Come se non avesse ancora capito che l'amore non è possesso. O forse l'ha capito fin troppo bene.

MineDove le storie prendono vita. Scoprilo ora