25. Dagli Sgabuzzini ai Ristoranti

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La settimana ricomincia e, puntuale come un orologio rotto, Vittorio si offre di accompagnarmi a scuola. Salgo in macchina in silenzio, chiudendo lo sportello con più forza del necessario. Nell'abitacolo aleggia quella tensione densa che precede sempre i suoi tentativi di sembrare civile.

«Com'è andata la tua serata ieri?» chiede con voce fintamente casuale. Fa finta di guardare la strada, ma so benissimo che non sta pensando al traffico. «Ho visto che c'era un'auto nel cortile.»

«È andata bene,» rispondo, piatta. Nessuna emozione. Nessun dettaglio. Nessun regalo.

Lui annuisce, come se stesse registrando tutto mentalmente, catalogando ogni sillaba. Poi, ovviamente, non resiste. «Posso sapere con chi eri?»

«Non ti riguarda.»

«È entrato in casa mia. Mi riguarda eccome.»

Gli lancio uno sguardo tagliente. «Sono stata con Alessio.»

La macchina frena di colpo, come se avesse pestato un fantasma. Vittorio stringe il volante così forte che le nocche sbiancano. «Alessio?» ripete. La voce gli si increspa appena, carica di qualcosa che non è solo rabbia. Forse paura. Forse gelosia. Sicuramente controllo.

«Elisa, ti rendi conto di cosa stai facendo?»

«Lo so benissimo cosa sto facendo,» ribatto, incrociando finalmente il suo sguardo. Lo fisso dritto negli occhi, senza tremare. Non questa volta.

Lui tace. Il silenzio non è sollievo, è minaccia. Poi, come se stesse valutando quanto possa permettersi di esplodere, annuisce lentamente.

«Spero almeno che non vi siete baciati di nuovo.»

«No, infatti.» Mi fermo, poi gli sparo il colpo di grazia. «Ma è stato decisamente più bravo di te.»

Il suo viso si pietrifica. Lo vedo affondare lentamente, come sabbia che crolla sotto il peso di troppa pioggia. Apre la portiera con calma, come se stessi scendendo da un Uber qualsiasi.

«Scendi,» ordina, freddo come acciaio.

«Fanculo,» sussurro, poi sbatto lo sportello senza voltarmi. Le mie gambe tremano mentre mi incammino verso la scuola, ma non mi fermo.

Quando arrivo, ho ancora il battito nelle orecchie. Lo vedo. È già lì, ovviamente. Circondato da alcune delle mie amiche, che ridono come se non sapessero nulla. O, peggio, come se sapessero ma non importasse.

«Elisa, come stai?» mi chiede una di loro, troppo truccata per l'ora del mattino, troppo allegra per non essere falsa.

«Sto bene,» rispondo, il sorriso tirato sulle labbra come un cerotto su una ferita ancora aperta.

Ma Vittorio è lì. Sempre lì. Il suo sguardo mi inchioda da lontano, e per un istante tutto torna. Il volante stretto, il freno improvviso, la sua voce carica di veleno. Ogni parola risuona ancora nelle orecchie. E io, in mezzo al cortile della scuola, con il sole in faccia e il cuore in tempesta, sorrido come se niente fosse.

Durante la ricreazione, sento il bisogno di prendere una boccata d'aria fresca e mi dirigo verso il bagno. Mentre cammino lungo il corridoio, incrocio lo sguardo di Vittorio. La tensione tra noi è palpabile, ma cerco di ignorarla e proseguo il mio cammino. Improvvisamente, sento una presa ferma sulla mia mano, e prima che possa reagire, Vittorio mi tira vigorosamente in uno sgabuzzino vicino.

«Che cosa pensi di fare?» chiedo, cercando di liberare la mia mano dalla sua stretta.
«Abbiamo bisogno di chiarirci,»  risponde lui, il suo tono carico di tensione.

Mi sento intrappolata nella piccola stanza buia, il mio cuore batte veloce contro il petto mentre mi preparo a affrontare quello che verrà. Vittorio mi guarda intensamente per un istante, poi avvicina il suo volto al mio. Posso sentire il calore del suo respiro sulla mia pelle mentre si avvicina sempre di più, fino a quando i nostri labbra si incontrano in un bacio carico di desiderio e rabbia repressa. Le sue mani stringono saldamente la mia vita e le sue labbra si avvicinano al mio orecchio «Sei mia, solo mia, e solo io posso scoparti» sussulta.

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