2. Porta sbagliata

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Dopo un tempo indefinito passato a fissare il soffitto e domandarmi quanto serve a una persona per smettere di sentirsi un'ospite nella propria vita, decido di muovermi. Mi alzo dal letto come se stessi uscendo da un bozzolo troppo imbottito. Devo respirare. O almeno fingere di essere in grado di farlo.

Fuori dalla stanza trovo un corridoio lucido e silenzioso, così pulito da sembrare che nessuno ci viva davvero. Davanti a me, due porte gemelle. Fantastico.

Mi giro a destra. Bussare sarebbe troppo educato per la giornata che ho avuto. Giro la maniglia e spingo.

La stanza è ordinata, la luce taglia in diagonale la scrivania e illumina perfettamente... un ragazzo che non ho mai visto prima.
Sdraiato sul letto. In compagnia.
Una ragazza, a giudicare dalle gambe nude e dal modo in cui cerca di rimettersi la maglietta senza farsi notare.
Entrambi mi fissano come se fossi esplosa dal pavimento.
Io arrossisco. Di botto. Come una bambina colta a frugare nel cassetto dei regali di Natale.
«Scusa!» balbetto, e richiudo la porta con la velocità di un ladro sorpreso dalla polizia.

Geniale. Proprio geniale.
Mi volto verso l'altra porta, più decisa. Non sarà mica occupata anche quella da uno sconosciuto mezzo nudo?

Appena appoggio la mano sulla maniglia, una presa forte mi blocca il polso.
La pelle contro la mia è calda, ruvida.
Alzo lo sguardo.
Lui. Il ragazzo della stanza. Ma stavolta non è sdraiato. È davanti a me, alto, sguardo duro.
«Pensi di invadere i miei spazi e andartene così facilmente?»

Ah. La vittima offesa.
«Se non volevi essere "invaso", bastava chiudere a chiave, genio» dico, senza scomporre il viso.

Lui socchiude gli occhi. «Non pensavo di dover chiudere a chiave nella mia casa.»
Tono secco, mani ancora sulla mia pelle. Come se avesse un qualche diritto su dove mi trovo.

«Evidentemente hai sottovalutato la possibilità che qualcuno potesse entrare» ribatto, gelida.
Cerco di liberarmi. Niente. Lui stringe.

I suoi occhi si fanno più scuri, come se il mio tono fosse un affronto personale. «Evidentemente sei arrogante abbastanza da pensare che le tue azioni non abbiano conseguenze.»

Oh, quindi adesso stiamo facendo la morale? Davvero?

«Non ho tempo per le tue scenate, né voglia.» Tiro di nuovo il braccio, più forte.
Lui non molla. Anzi, aumenta la pressione. La mascella serrata.
«Tu sei entrata qui. È giusto che tu affronti le conseguenze.»

La pazienza si rompe. Di netto.
E io non sono una da lasciar correre.

Con un movimento secco, alzo il ginocchio e lo colpisco dritto dove fa più male.
Colpo secco. Silenzio. Poi un gemito strozzato.
Lo vedo piegarsi in avanti, le mani tra le gambe, il viso contratto in una maschera di dolore.

Mi libero. Non corro.
Cammino via, senza guardarlo, come si fa con la spazzatura lasciata fuori casa.
Scendo le scale in silenzio.

Appena scendo, lo trovo lì.
Papà. In piedi nel salotto da copertina, con le mani nei jeans stirati.
«Come ti sembra la tua nuova stanza?» chiede, con quel tono che mescola curiosità e paura.

Cerco di nascondere tutto sotto un sorriso finto. Il tipo di sorriso che metti quando sei costretta a fingerti partecipe a una festa a cui non volevi essere invitata.
«È abbastanza bella.»

«Sono contento che ti piaccia» dice, come se davvero bastasse un letto morbido e una cabina armadio a farmi dimenticare il resto.
«Stasera andiamo a cena fuori. Alice vuole portarvi in un posto carino. Vatti a preparare. Magari puoi indossare uno dei tuoi vestiti nuovi.»

Annuisco. Perché è più facile. Perché non ho energie per oppormi a un'altra cena finta in una famiglia finta con una donna finta al mio fianco.
Risalgo in camera a passo svelto, evitando accuratamente lo spettro del ragazzo colpito nei gioielli di famiglia.

Appena chiudo la porta dietro di me, mi blocco.
Tiro un sospiro. Faccio due passi nella stanza e punto dritto al letto. Niente cabina armadio.
Oggi no.

Apro la mia valigia. Scelgo qualcosa che non mi fa sembrare una figlia modello o una principessa grata: top nero aderente, minigonna in pelle nera, stivali alti fino alla coscia.
Mini bag nera, orecchini pendenti che riflettono la luce come lame.
Il mio modo gentile di dire: non sono qui per piacervi.

Per il trucco, vado decisa. Fondotinta a copertura totale: maschera da guerra.
Eyeliner nero come la mia pazienza, mascara abbondante per accentuare lo sguardo da "non mi frega niente".
Labbra nude, ma con un filo di gloss. Illuminante sui punti giusti. Finta luce dove c'è solo stanchezza.

Capelli lisci. Ordinati. Domati.
Un contrasto perfetto per la persona che li indossa.

Scendo. Papà e Alice mi aspettano già, sorridenti come due attori che hanno ripassato le battute prima che si apra il sipario.
«Sei pronta?» mi fa lui, con gentilezza.
Annuisco. Finto entusiasmo, livello base. Niente sforzi.

«Vittorio ci raggiungerà lì» aggiunge Alice, troppo allegra. «Luca è con lui.»
Ottimo. Tavolata perfetta: padre, nuova moglie, fratello, e il ragazzo che ho pestato tra le gambe.

Esco. Non parlo.
Fuori, la Maserati nera ci aspetta in posa, come un animale da esposizione.
Mi avvicino, riluttante, apro la portiera posteriore e salgo.
Papà prende posto davanti, mette in moto. Alice accanto a lui fa partire una conversazione che ignoro volutamente.

Io guardo fuori dal finestrino, lasciando che il paesaggio si sciolga nella mia mente.
Il motore ruggisce.
La macchina parte.
E io, come sempre, vengo trascinata da una vita che non ho scelto.

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