A scuola, mentre cammino lungo il corridoio cercando solo di arrivare alla mia classe senza scenate, Vittorio mi si piazza davanti. Come al solito.
«Com'è andata con tua madre?» chiede, con quella voce calma che usa quando vuole sembrare premuroso.
«Non voglio parlarne,» rispondo secca. Le mani mi tremano leggermente, ma stringo i pugni per non farlo vedere. «È una questione personale. E soprattutto non con te.»
Lui si ferma, piega appena il collo da un lato, e mi blocca il passaggio come fosse un buttafuori in un locale di provincia.
«Non che mi importi davvero, ma non puoi permetterti di rispondermi così,» dice, con tono basso e duro.
«Almeno a scuola puoi lasciarmi respirare?» sbotto, la pazienza già al limite.
Ma lui no. Non ascolta mai. Mi afferra per un braccio e mi trascina verso lo sgabuzzino, con la naturalezza di chi crede che tutto gli sia dovuto. Sento il panico salirmi in gola come un'onda. Quando mi ritrovo con la schiena contro il muro, le sue labbra sono già sul mio collo.
Il calore del suo respiro sulla pelle è disgustoso. Un brivido mi attraversa, e non è eccitazione. È paura.
«N-no!» riesco a sputare fuori, la voce strozzata. «Lasciami andare!»
Lui non si scompone. Neanche per un secondo.
«Tu sei mia, Elisa. Ovunque tu sia, mi appartieni,» sussurra, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
«Non ti appartengo, Vittorio. Non sono un oggetto. E nemmeno il tuo trofeo personale,» ribatto, cercando di tenere la voce ferma mentre tutto dentro di me urla.
Il suo sguardo si fa scuro, qualcosa tra la rabbia e il desiderio. Ma non dura. Qualcosa in me – o forse in lui – lo costringe a fare un passo indietro. Con un'ultima occhiata velenosa, si gira ed esce. Sparisce.
Resto sola nello sgabuzzino, il respiro a scatti, il cuore che sembra voler spaccarmi il petto da dentro. Mi lascio scivolare a terra. Il pavimento è freddo. Mi fa bene.
Chiudo gli occhi per qualche secondo. Poi li riapro. Inspiro. Mi rialzo.
Non gli darò mai la soddisfazione di vedermi crollare.
Stringo i pugni. Raddrizzo le spalle. Esco dallo sgabuzzino come se niente fosse – o almeno ci provo – e torno in classe con un'espressione che spero dica «non parlatemi».
Mi siedo. Cerco di concentrarmi. Fallisco miseramente.
Le parole di Vittorio mi girano in testa come un disco rotto.
Tu sei mia.
No. Non lo sono. E prima o poi glielo farò capire. Con le buone. O con le cattive.
Finita la scuola, il tragitto verso casa con Vittorio è un funerale silenzioso. Nessuno parla. Solo il rumore sordo delle nostre suole sull'asfalto e il mio desiderio crescente di non trovarmi lì. Avrei preferito mille volte un'interrogazione a sorpresa in matematica.
Quando entriamo in macchina, lui rompe il silenzio con la solita voce piatta da giudice inflessibile. «Elisa, dobbiamo parlare.»
Respiro a fondo, come se stessi per immergermi sott'acqua. «Cosa c'è?» domando, senza entusiasmo.
«Quello che è successo prima non può ripetersi.» La sua voce è ferma, autoritaria. «Non posso permettere che tu mi risponda così.»
«Ah, quindi adesso stai distribuendo permessi su come si deve parlare con te?» ribatto, girandomi verso il finestrino. «È sempre la solita storia, Vittorio. Lo stesso disco rotto che metti da mesi. Alessio, i miei amici, mia madre... Ogni volta che non controlli qualcosa, vai in tilt.»
Lui stringe il volante, le nocche bianche. «Non capisci. Io voglio proteggerti.»
«Proteggermi?» sbotto. «No, tu vuoi controllarmi. Come se fossi tua proprietà. Ma indovina un po'? Non lo sono. Non sei mio padre, non sei mio padrone e soprattutto non sei la mia coscienza.»
Vittorio esplode, finalmente. «Sei solo una stupida puttana che si fa infinocchiare dal primo idiota con un sorriso decente. Non meriti rispetto. Di nessuno.»
Le parole mi colpiscono come uno schiaffo. Potrei piangere, ma decido di non dargli quella soddisfazione. Le lacrime cadono lo stesso, ma in silenzio. Lui guarda avanti, fiero come se avesse appena pronunciato una grande verità. Io guardo fuori, cercando una via d'uscita. Una qualsiasi.
Arrivati a casa, scendiamo senza scambiarci uno sguardo. Dentro è tutto troppo calmo, come se il mondo stesse trattenendo il respiro. Salgo le scale in fretta, come se stessi fuggendo da un incendio invisibile, e mi chiudo in camera senza dire una parola.
Mi lascio cadere sulla sedia, le guance ancora umide, il cuore un campo di battaglia. Il silenzio mi avvolge, rotto solo dal rumore lontano delle posate e delle voci dal piano di sotto. Poi, la porta si apre piano.
È mio padre. Ha l'espressione preoccupata di chi ha già capito tutto, ma non sa da dove cominciare. «Elisa, tesoro, cosa è successo?»
Scrollo appena la testa. «Niente. Solo una brutta giornata.»
Lui si avvicina e mi posa una mano sulla spalla. «Vittorio mi ha detto che avete litigato.»
Ecco, lo sapevo. Lui ci tiene a informarlo, sempre e comunque.
«Sì,» ammetto, «ma non voglio parlarne. È solo che... la vediamo diversamente. Su tutto.»
Papà sospira. Il solito sospiro di chi vorrebbe aiutarti ma non sa da che parte cominciare. «So che tua madre ti manca. E che tutto sembra più pesante adesso. Ma io e lei ci siamo, anche se in modo diverso. Lei sarà sempre tua madre, e Luca ha bisogno di voi entrambe. Nessuno vi può separare davvero.»
Quelle parole sono un balsamo. Per un attimo, sento di nuovo di avere un rifugio. «Ti voglio bene, papà.»
Lui sorride e mi asciuga una lacrima con il pollice. «Anch'io, piccola mia. Vieni a mangiare?»
«A dire il vero non ho fame.» Una bugia grande come una casa, ma non voglio rivedere Vittorio. Non adesso.
Lui annuisce. «Va bene. Se hai bisogno, sono qui.»
Esce in silenzio, chiudendo piano la porta.
Resto lì, seduta in camera, con il buio che comincia a inghiottire le pareti. Poi mi stendo lentamente sul letto, cercando nella morbidezza delle coperte un minimo di pace. Chiudo gli occhi. Per stasera, mi basta che il mondo resti fuori dalla mia porta. Anche solo per qualche ora.
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Mine
Literatura FemininaElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
