60. Francia

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Il pomeriggio si avvicina, insieme al momento della partenza. Abbraccio mio padre con forza, mentre lui mi stringe come se potesse proteggermi da tutto anche ora che sto andando via. «Stai attenta, tesoro,» mi sussurra, la voce bassa, gli occhi lucidi e pieni di quella preoccupazione che solo i padri buoni si permettono. «Se hai bisogno di qualcosa, chiamami subito.»
Annuisco. Le sue parole mi rassicurano, ma la verità è che mi sto lanciando nel buio con addosso una coperta troppo corta e un coraggio a metà.

Luca mi saluta con un sorriso storto, i suoi occhi parlano più della bocca: «Mi mancherai,» gli dico con voce incrinata, mentre già sento quel nodo nello stomaco che si annida ogni volta che sai che qualcosa finisce per non tornare più uguale.

Poi vado.
Con mia madre accanto, lascio la casa che chiamavo casa, portandomi addosso una valigia piena di vestiti e la speranza – abbastanza stropicciata – di una vita senza urla, mani addosso e sangue sul parquet.

L'aereo atterra con un sobbalzo. La Francia ci accoglie con la sua aria fresca e profumata di libertà, come se sapesse che ho bisogno di respirare.
Mia madre mi afferra la mano. Sorride. È felice. Io sono solo stanca.

Troviamo l'auto che ci aspetta fuori, l'autista è uno di quei tipi grigi e impassibili che sembrano esistere solo per tenerti compagnia nel silenzio. Mamma prende il volante con la sicurezza di chi ha già deciso di ricominciare – e che non ha tempo per i tuoi dubbi. Io mi siedo accanto a lei, il paesaggio francese che scorre fuori dal finestrino come in un film sentimentale troppo curato.
Colline verdi, campi dorati, il canto degli uccelli che sembra uscito da una playlist per yoga.

«Guarda, Elisa,» dice mia madre, rompendo il silenzio con entusiasmo. «Stiamo per arrivare alla nostra nuova casa.»
All'orizzonte, un paesino da cartolina: case in pietra, persiane azzurre, vasi di gerani sui davanzali. Manca solo la vecchietta col foulard e la baguette sotto braccio.

«Sempre piacevole tornare qui,» commenta lei, come se fosse appena rientrata da un weekend in Provenza e non da una fuga dall'Italia. Poi sgancia la bomba, così, con la leggerezza di chi ordina un cappuccino. «Sarà un nuovo inizio per entrambe, Elisa. Sono sicura che ti piacerà la nostra nuova vita qui in Francia. E Augustin ti farà sentire sicuramente a tuo agio.»

«Chi è Augustin?» chiedo, immediatamente sul chi vive.
«Il mio ragazzo,» risponde lei, tutta sorrisi e leggerezze, come se non avessimo appena lasciato un paese dove gli uomini hanno il vizio di stringerti il collo più che la mano.
«Ha figli?» chiedo subito. È un riflesso, una ferita fresca che pulsa ancora.
«No, nessun figlio.» Mi sorride.
Mi sento sollevata. Ma non tranquilla. Perché sì, un altro uomo nella nostra vita è comunque... un altro uomo.

Arriviamo davanti a quella che chiamano «casa».
Una dimora graziosa, in puro stile francese: persiane color pastello, un giardino fiorito che sembra uscito da un film di animazione con animali parlanti.
Mia madre mi prende per mano, entusiasta come una ragazzina al primo amore.
«Benvenute a casa,» dice con voce dolce, piena di quella speranza fragile che fa venire voglia di crederle, anche se non dovresti.

La casa è silenziosa, ordinata, profumata di pane e di caffè. Un'accoglienza perfetta, se non fosse per lui.
Augustin.
Compare sulla soglia della cucina con un sorriso da manuale e gli occhi gentili. Troppo gentili.
«È un piacere conoscerti, Elisa,» dice, porgendomi la mano.
La stringo, rigida.
Non gli devo niente. E non mi fido di nessuno.

Mamma mi porta a vedere la mia stanza, con Augustin che ci segue come un'ombra educata.
«Ecco la tua stanza, Elisa.»
Una cameretta semplice, luminosa, ordinata. Pareti color crema, letto singolo con coperta trapuntata, un armadio e una scrivania sotto la finestra. Sembra fatta apposta per sentirsi al sicuro.
«È davvero bella,» rispondo.
Lo penso sul serio. Ma nella mia testa, la voce è piatta.

Augustin si avvicina con quel sorriso educato che vuole sembrare rassicurante ma ha qualcosa di troppo liscio, troppo perfetto. Si offre di aiutarmi con la valigia. «Grazie,» rispondo, cercando di non sembrare fredda, anche se l'unica cosa che voglio è sistemare le mie cose da sola e chiudermi a chiave.

«Vado a preparare la cena,» dice mia madre tutta allegra, lasciandomi da sola col suo nuovo compagno come se fosse la cosa più normale del mondo. Mi domando quanto poco bisogna conoscere un uomo per affidargli tua figlia nel primo pomeriggio in una casa isolata. Mi chino a prendere i vestiti mentre lui si piazza accanto all'armadio, troppo vicino. Li prende con una finta naturalezza e li sistema per me. Ogni gesto calibrato, troppo gentile per non nascondere qualcos'altro. Il suo sguardo mi scivola addosso con la lentezza di una goccia d'olio.

«Sono sicuro che diventeremo amici,» dice, con quella voce bassa e troppo calma, come se fosse già deciso.

Mi blocco a metà gesto. Il suo corpo è a un respiro dal mio. Non lo tocca, certo. Ma lo sente, eccome se lo sente. Quella distanza misurata con precisione da chi sa bene dove finisce la cortesia e dove comincia l'invasione.

«Sì, amici,» rispondo, senza entusiasmo, con un sorriso che sembra stampato da un catalogo IKEA, tutto plastica e niente cuore.

Mi allontano con un passo lento ma deciso, lasciando che il silenzio riempia lo spazio fra di noi. Chiudo la porta della mia stanza con un gesto che vuole essere casuale ma è quasi una dichiarazione di guerra.

Appoggio la fronte alla parete e sospiro. Se questo è il benvenuto, non oso immaginare come sarà la permanenza. La stanza mi guarda con le sue pareti color crema e l'arredamento rassicurante. Tutto troppo pulito, troppo carino. Come certe pubblicità che cercano di venderti la felicità in sei rate mensili. Ma la sensazione nello stomaco è quella di chi ha appena aperto una scatola regalo e ci ha trovato dentro qualcosa che non voleva.

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