La mattina dopo, la sveglia urla nel silenzio come un'allarme d'incendio dimenticato. Apro gli occhi a fatica, stropicciata, intrappolata tra il calore del piumone e la realtà che bussa, arrogante, alla porta. La luce del mattino filtra dalle tende con quell'insistenza fastidiosa di chi non è stato invitato. Mi alzo, mi trascino sotto la doccia e lascio che l'acqua calda faccia finta di lavare via il peso della sera prima.
Scendo in cucina. L'odore del caffè è l'unica cosa che sembra avere senso in quel momento. Mio padre è già lì, composto come sempre, il giornale spiegato davanti, la solita tazza nella mano sinistra. Mi siedo di fronte, e lui solleva lo sguardo con la sua aria da patriarca del Mulino Bianco.
«Buongiorno, papà», dico con un mezzo sorriso.
«Buongiorno, tesoro», risponde con dolcezza, posando il giornale. «Hai dormito bene?»
«Abbastanza», mormoro, evitando accuratamente di entrare nei dettagli.
Poi sgancia la bomba, con nonchalance:
«Vittorio mi ha detto che vuole portarti in vacanza.»
«Davvero?» alzo un sopracciglio. «Notizia interessante. Non me ne ha parlato.»
«È passato stamattina», continua lui, con tono neutro. «Dice che vorrebbe portarvi in un posto tranquillo, per staccare un po'. Che ne pensi?»
Che ne penso? Che chiunque pronunci «posto tranquillo» insieme a «Vittorio» dovrebbe farsi controllare.
Ma sorrido, ovviamente. «Non lo so, papà.»
Lui mi fissa, serio. «C'è qualcosa che non va?»
Mi mordo il labbro. La solita guerra tra il dire e il tacere. «È solo che...» ma la voce si spezza. Mi sento stupida, minuscola, bloccata.
Lui si piega in avanti, preoccupato. «Elisa, se c'è qualcosa che ti tormenta, devi dirmelo. Non posso aiutarti se non parli.»
Respiro a fondo. Tutto dentro di me urla. Ma la vergogna ha la meglio.
«Non voglio rovinare tutto», sussurro, con la voce incrinata.
Papà mi stringe forte, come quando ero piccola e avevo paura del temporale. Il suo abbraccio è un'àncora. E poi...
Poi c'è un rumore alle nostre spalle. Alzo lo sguardo e lo vedo: Vittorio, in piedi sulla soglia, lo sguardo scuro, inquisitore.
«Che succede qui?»
Il cuore mi salta in gola. Cerco di sembrare normale. Fallisco miseramente.
«Niente», dico in fretta. «Solo... chiacchiere tra padre e figlia.»
Mio padre mi lancia uno sguardo che vale più di mille domande, poi annuisce lentamente.
«Ne parliamo dopo, okay?»
Annuisco anch'io. Lui esce dalla stanza. Peccato: mi sentivo al sicuro.
Silenzio. Poi il trillo del telefono rompe la tensione. È Alessio. Lo so prima ancora di guardare.
Ma Vittorio è più veloce. Si avventa come un falco e mi strappa il cellulare dalle mani.
«Non rispondere», ordina, come se fossimo in un interrogatorio della polizia.
«Ridammi il telefono, Vittorio.»
Lui lo tiene in alto, come un trofeo.
«Alessio può aspettare.»
«È il mio ragazzo.»
«E tu sei mia», ribatte, con quella voce calma e malata che mi fa venire la pelle d'oca. «Appartieni a me.»
Si avvicina, troppo. Sento il suo respiro. I suoi occhi mi inchiodano, brillano di quel fuoco malato che chiama amore.
«Farò di tutto per tenerti», mormora.
«Non puoi controllarmi», sibilo, cercando di strappargli il telefono.
Lui si scosta, sempre con quell'aria da padrone del mondo.
«Non permetterò a nessuno di mettersi fra noi. Nessuno.»
E lo dice così, come se stesse leggendo il meteo.
«Io non sono tua» ribatto. Senza alcun preavviso, il suo palmo si abbatte sulla mia guancia con una forza che mi fa barcollare all'indietro. Il dolore acuto mi lacera, ma è il colpo al mio orgoglio e alla mia dignità che mi fa ancor più male.
Le lacrime rigano il mio viso «Come osi sfidarmi?» sibila Vittorio, il suo tono carico di rabbia repressa. La mia mente urla di terrore mentre sento la sua mano tirare i miei pantaloni verso il basso con violenza. Il mio respiro diventa affannoso, il cuore batte freneticamente nel petto mentre le lacrime continuano a rigare il mio viso mentre il mio corpo trema di paura e disgusto.
Nel tentativo disperato di difendermi, balbetto: «V-Vittorio, per favore, smetti...» Le mie parole vengono soffocate dalla sua rabbia incontenibile. Sento il suo respiro caldo e fetido sul mio collo. «Ti farò imparare a rispettarmi!»
La mia mente è un turbine di terrore e disgusto mentre sento il suo corpo avvicinarsi al mio con una violenza inaudita. Le mie gambe tremano, incapaci di reggermi, mentre il mio corpo è spinto contro il bancone della cucina con forza brutale. "No, per favore..." imploro con una voce spezzata, le lacrime che continuano a scorrere lungo le mie guance. Ma le mie suppliche cadono nel vuoto, ignorate dalla sua furia crescente.
La sua presa sui miei capelli diventa più forte, costringendomi a sollevare il viso mentre mi sento vuotare di ogni speranza. Il dolore fisico si mescola al terrore che mi avvolge, mentre il mio corpo è costretto in una posizione umiliante e dolorosa. Il suo respiro roco sfiora la mia nuca, mandandomi brividi lungo la schiena.
Il suo corpo invade il mio con violenza. I miei denti mordono il labbro inferiore per soffocare un urlo di tormento mentre il mio corpo è costretto a subire il suo dominio. Il suo respiro pesante e irregolare si fonde con i miei singhiozzi disperati. Ogni movimento è un'agonia, ogni istante un eterno supplizio. Le lacrime continuano a fluire senza sosta lungo le mie guance, mischiandosi con il sudore del terrore e della disperazione.
Con un respiro strozzato, il silenzio riempie la cucina come un vetro infranto. Lui si ricompone con calma, quasi annoiato, mentre io resto lì, ancora ferma, lo sguardo perso tra le piastrelle. «Sei solo una puttana,» sibila con disprezzo. Il mio corpo trema di dolore e disgusto mentre mi sforzo di raddrizzarmi, cercando di affrontare la realtà crudele che mi circonda. Le gambe mi tremano, le mani si chiudono attorno al bordo del bancone come se potesse impedirmi di cadere. Non dice nulla, ma mi afferra per un braccio e mi fa sedere. Con la stessa delicatezza con cui si raddrizza una sedia.
«Ti ho fatto male?» chiede. Il tono è curioso, non colpevole. Come se stesse chiedendo se il vino fosse troppo caldo. Gli occhi non chiedono perdono, solo una conferma.
«Non importa,» mormoro. Non ho la forza per altro.
Lui annuisce. Nessun rimorso, solo efficienza. Mi accompagna verso la sua stanza come se nulla fosse successo, come se fossi fragile ma gestibile, come un oggetto delicato. Mi fa sedere sul letto. Il silenzio è così fitto che sento il battito del mio cuore contro le costole.
Poi, con una lentezza teatrale, apre il cassetto del comodino e tira fuori una scatolina di velluto. La posa sulle mie ginocchia con la stessa cura con cui si mettono i fiori su una tomba.
«Per te.»
Lo apro. Un braccialetto di diamanti. Perfetto. Una cicatrice con i brillantini. Un collare da esibire con un sorriso.
«Ti piace?»
Annuisco. «È bellissimo.» Non so nemmeno chi l'ha detto, se io o la ragazza che ha imparato a dire ciò che serve.
Lui sorride. Soddisfatto. Mi prende il polso e mi chiude il gioiello attorno come un sigillo. Il tocco è morbido, premuroso persino, come quelli dei carcerieri gentili nei film che ti dicono che è per il tuo bene.
«Sei così bella,» mormora. Mi prende il viso tra le mani. Un gesto tenero, che ormai riconosco per quello che è: un altro modo per controllare dove guardo. Mi bacia. E io resto immobile. Congelata nel mio stesso corpo.
Sento solo il braccialetto stringere il polso. Brilla. Come una minaccia.
STAI LEGGENDO
Mine
ChickLitElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
