33. Film

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Ci dirigiamo verso il salotto, Vittorio mi sostiene delicatamente mentre mi guida attraverso la casa. Arriviamo al divano e ci sediamo entrambi, io con un senso di stanchezza e vulnerabilità che mi avvolge come una coperta, lui con un'aria di calma apparente ma con una tensione nascosta dietro gli occhi.

Vittorio accende la televisione con un gesto distaccato, il suono familiare dei programmi che riempie la stanza con una sorta di normalità forzata. L'atmosfera è tesa, carica di un'energia che sembra pronta a scoppiare da un momento all'altro. Il mio cuore inizia a battere più velocemente mentre sento la sua mano afferrare la mia e guidarla verso di lui. Il suo pene in erezione palpita sotto la mia mano, il calore della sua pelle che mi brucia mentre la sua presenza si fa sempre più opprimente.

Mi guarda intensamente, il suo sguardo carico di desiderio e sfida. «Voglio che tu mi faccia sentire meglio,» mormora con voce roca, la sua mano stringendo con forza la mia sulla sua erezione pulsante. «No, per favore...»

Vittorio, con un'espressione di desiderio distorto dipinta sul volto, mi costringe a chinarmi verso di lui con violenza, ignorando completamente la mia resistenza e le mie suppliche disperate. La sua presa ferma sulla mia mano diventa ancora più opprimente, mentre guida con brutalità il mio movimento, costringendomi a piegarmi alla sua volontà. Il mio stomaco si contorce dalla nausea e dalla paura, mentre mi trovo costretta ad affrontare l'umiliazione più profonda. Il mio cuore batte furiosamente nel petto, il suono assordante della mia paura che riempie la stanza, mentre mi avvicino al suo membro con una sensazione di disgusto e ribrezzo che mi attraversa l'anima.

La sua mano si sposta con bruta decisione, stringendo il mio seno con una presa così ferma da far male. Il dolore si diffonde attraverso il mio corpo come un fuoco bruciante, ma la mia voce resta soffocata, impotente di fronte alla sua violenza implacabile. «Per favore, smettila,» balbetto, le parole che cadono dalla mia bocca come un flebile grido di disperazione.

Vittorio mi guarda con occhi freddi e determinati, la sua presa sul mio seno che si fa sempre più stretta. «Non hai voce in capitolo,» mormora con un tono carico di disprezzo, la sua voce che mi taglia come una lama affilata. Le lacrime scorrono senza sosta lungo le mie guance mentre la sua mano continua a stringere con ferocia, lasciandomi sentire come se fossi prigioniera del suo sadismo distorto.

Vittorio continua con la sua crudeltà finché non raggiunge l'apice del piacere, un sorriso malizioso dipinto sul suo volto mentre si concede alla sua soddisfazione egoistica. Poi, con un gesto brusco, mi libera dalla sua presa oppressiva, come se avesse esaurito la sua utilità per il momento. Le sue carezze sono vuote di gentilezza, il contatto della sua mano sulla mia pelle che mi fa rabbrividire di disgusto.

Con un brivido di disgusto, cerco di allontanarmi da lui, ma Vittorio mi trattiene con forza, il suo sorriso arrogante che si allarga mentre continua a tormentarmi. «Sei così patetica,» sussurra con un ghigno, la sua voce carica di derisione. Le sue mani mi esplorano con una ferocia spietata, lasciando una sensazione di freddo e orrore sulla mia pelle.

Le sue dita scorrono lungo la mia pelle con una sensualità distorta, lasciando una scia di brividi di terrore. «Sei solo un gioco per me, Elisa. Un divertimento senza valore.» Le sue parole mi tagliano come lame affilate, infliggendo ferite invisibili che bruciano nell'anima. La sua mano si avvicina al mio viso, le dita che tracciano la mia mascella con un tocco crudele. «Non ti meriti nulla,» sussurra con un ghigno malizioso, i suoi occhi bruciando con una luce perversa mentre si avvicina ancora di più.

«Andiamo« afferma poi alzandosi e prendendomi con se «Non voglio che ti trovino in queste condizioni.» Rimango immobile, come se fossi paralizzata dalla sua presenza. Non ho la forza di oppormi mentre mi prende per mano e mi guida attraverso la casa.

Arriviamo davanti alla mia stanza e, senza tanti giri di parole, Vittorio mi spinge dentro con la grazia di un buttafuori annoiato. Il suo gesto è secco, deciso, come se stesse sistemando un oggetto ingombrante e non una persona a pezzi. Senza dire nulla, mi conduce in bagno, mi fa sedere sul bordo della vasca e apre l'acqua. Regola la temperatura con cura, certo, ma con la stessa attenzione che riserveresti a una pianta morente a cui, per scrupolo, dai comunque da bere.

L'acqua scroscia, riempie il silenzio come una colonna sonora fuori luogo. Un tentativo patetico di normalità in un teatro dell'assurdo. Vittorio si inginocchia davanti a me — una posizione che su di lui sa di messa in scena più che di devozione — e inizia a togliermi i vestiti. Uno a uno. Con lentezza, come se avesse tutta l'intenzione di far sembrare il gesto tenero. Ma la tenerezza non si improvvisa.
Le sue mani mi toccano con una finta dolcezza, il tipo di delicatezza che si adotta per non svegliare una bestia ferita. Peccato che la bestia, in questo caso, sia già sveglia. E zoppica.

Mi lava. E lo fa come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se lavare via il sangue e la vergogna fosse parte del suo dovere quotidiano. Non dice nulla, se non un sussurro ruvido, a metà tra un ordine e un incoraggiamento da caserma:
«Devi essere più forte.»

Certo. Più forte. Dopo che mi hai spezzata.
Mi solleva dalla vasca con una delicatezza chirurgica, come se maneggiasse qualcosa di fragile ma fastidioso. Mi avvolge in un asciugamano, troppo morbido per la scena che stiamo recitando. Mi trascina davanti allo specchio. Completa la sua opera di redenzione domestica con pettine, cotone e silenzio.

«Ti senti meglio?» chiede infine.
La sua voce è quasi gentile. Quasi.
«Un po'...» mormoro. Ed è la verità. O una bugia comoda. O tutte e due.

Mi stringe, leggermente. Un abbraccio da manuale. Nessun calore, solo protocollo.
«Andiamo a riposare,» suggerisce, e pare quasi fiero di aver usato un tono basso.

Annuisco. Perché è più facile. Perché dire di no richiede una forza che al momento non posso permettermi.
Mi accompagna a letto, mi sistema sotto le coperte come si fa con i malati terminali: con cura e distacco. Il suo tocco è gentile, certo. Ma anche vuoto. Come se non appartenesse a lui.

«Riposati,» dice.
E io obbedisco.
Perché sognare, almeno, è ancora gratis.
E per qualche ora, forse, lui sparirà.

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