Quando finalmente raggiungiamo la riva del lago, il silenzio sembra quasi un lusso. L'acqua è ferma, troppo, come se stesse trattenendo il fiato insieme a me. Mi siedo su una panchina, quella solita, quella solida, quella che non urla, non colpisce, non impone. Ma ovviamente, lui si siede accanto a me.
«Hai visto cosa succede quando non fai come dico?» sussurra. Non urla mai, Vittorio. Preferisce il veleno al fuoco, la minaccia al pugno. Il suo tono è quello di chi dà consigli, ma col coltello in tasca.
Mi guarda. Osserva ogni mio minimo respiro come se potesse usarlo contro di me al momento giusto. Poi posa il dorso della mano sul mio viso. Un gesto che dovrebbe essere tenero, ma è più simile a una prova di proprietà. Sorrido. Dentro, vomito.
«Non voglio farti del male...» continua, ed è quasi tenero se dimentichi che mi ha già colpita oggi. «Ma devi imparare a rispettarmi.» Oh certo. Perché il rispetto, per lui, è sinonimo di sottomissione. Silenzio, obbedienza, gambe aperte e bocca chiusa.
Stringo le labbra. Vorrei dirgli che il rispetto non si prende a schiaffi, ma ormai ho capito che con lui le parole sono solo decorazioni. Così faccio la cosa più sicura: fingo. Mi rannicchio contro il suo petto, come un cane bastonato che ha imparato a recitare l'affetto per evitare un altro colpo.
Mi accarezza i capelli. Un gesto lento, misurato, quasi affettuoso. Se non fosse che sa perfettamente dove colpire, sia con le mani che con le parole.
«Mi dispiace se ti ho spaventata.» Ecco il numero due del suo repertorio preferito: il finto pentimento. Lo dice con quella voce dolce che usa quando vuole che dimentichi tutto. Non funziona, ma io annuisco lo stesso. È più facile.
Poi mi prende le mani, me le stringe. «Non devi avere paura di me.» Ah, la battuta dell'anno. Lo guardo. Lui aspetta una risposta. Io cerco qualcosa che non sembri né sfida né sottomissione. «È tutto molto... complicato» dico. Traduzione: sto cercando di non impazzire.
Lui si addolcisce, o finge di farlo. Mi prende e mi fa sedere sulle sue ginocchia. Una mossa che sa bene quanto lo faccia sentire in controllo. I suoi occhi si piantano nei miei e poi, senza dire niente, mi bacia. Un bacio lento, troppo calcolato. Un bacio che sa di dominio più che di desiderio.
Il mio cuore batte forte. Di paura? Di tensione? Di rassegnazione? Nemmeno io lo so più. Ma mi stringe, mi tiene, mi vuole. E io mi lascio tenere. Solo per sopravvivere al prossimo minuto.
«Sei così bella, Elisa» mormora. E poi le sue mani scivolano, come fanno sempre. Perché per lui, amare significa toccare, stringere, piegare. Ed essere amata significa lasciarlo fare.
Vittorio mi solleva leggermente e mi mette a cavalcioni su di lui, le nostre labbra che si cercano con passione. Mi lascio trasportare dal momento, sentendo il desiderio crescere dentro di me. La minigonna che indosso si solleva leggermente mentre mi muovo più vicino a lui, avvolgendolo con le mie gambe. La sua presenza mi fa sentire viva, e mi abbandono completamente al bacio, dimenticando tutto il resto. Mi sento avvolta dal desiderio mentre i baci di Vittorio diventano sempre più intensi.
Lentamente, con gesti decisi, mi spoglia con desiderio e intensità, fino a quando non rimango solo con l'intimo addosso. Vittorio si ferma un istante, gli occhi fissi sull'intimo che indosso. «Te l'ha regalato Alessio?» chiede Vittorio, la sua voce carica di una strana combinazione di curiosità e possessività mentre i suoi occhi scrutano il mio volto in cerca di una risposta. La sua mano scorre lungo il mio corpo, lasciando una scia di fuoco sulla mia pelle, mentre attendo ansiosa la mia risposta. Il mio respiro si fa più affannoso mentre cerco di trovare le parole giuste da dire.
«Sì,» ammetto con voce flebile, cercando di nascondere la mia imbarazzo dietro un'apparente calma. Vittorio rimane in silenzio per un attimo, il suo sguardo scrutandomi con intensità. Posso sentire il peso delle sue parole non dette nell'aria mentre la tensione cresce attorno a noi. Poi, lentamente, la sua espressione si addolcisce leggermente, come se avesse preso una decisione. «Non importa,» mormora con voce calma, ma posata, come se stesse cercando di nascondere qualcosa dietro quella facciata apparentemente tranquilla. Vittorio mi stringe tra le braccia con una tenerezza così calibrata da sembrare studiata. La sua pelle è calda, sicura, come se potesse davvero proteggermi da tutto ciò che lui stesso ha provocato. Mi lascio andare, più per stanchezza che per fiducia.
Scendiamo verso la riva del lago, i piedi nudi che affondano nell'erba umida, poi nel fango sottile. L'acqua ci accoglie come seta fredda, risalendo lentamente sulle gambe fino a lambire le ginocchia. Il sole, a picco, riflette sullo specchio d'acqua frammenti dorati, irreali, come se anche la natura fosse complice di questa tregua.
«Ti senti meglio?» chiede con voce morbida, inclinando leggermente il viso per studiare la mia risposta. I suoi occhi sembrano sinceri. O forse solo stanchi.
«Sì,» mento. La voce è un soffio. Ma basta.
Lui mi tiene stretta, quasi come se temesse che potessi sparire da un momento all'altro. Avanziamo ancora, l'acqua che ci sale fin quasi alla vita, il suo braccio saldo attorno alla mia schiena. Poi si ferma, mi guarda, e senza alcun preavviso, mi bacia.
È un bacio lento, dosato, ma carico di qualcosa che non riesco a decifrare. Forse rimorso. Forse possesso. Il suo respiro caldo si fonde con il mio, il lago ci avvolge, immobile e complice. Le sue dita sfiorano la mia guancia, scendono lungo il collo, mentre l'altra mano resta appoggiata al mio fianco con quella fermezza che sa di controllo travestito da affetto.
Mi stringe un po' di più. Il suo corpo è una diga, il mio uno specchio d'acqua appena increspato. Eppure resto lì. Non mi muovo. Non protesto.
Quando usciamo dall'acqua, le nostre mani si intrecciano in automatico, come se il gesto potesse tenere insieme ciò che si è appena consumato — o appena evitato. Camminiamo piano verso la riva. L'erba è fredda sotto i piedi, e il sole, ora velato, filtra tra i rami come se ci stesse spiando. Vittorio raccoglie la mia camicetta e me la porge.
«Vestiti, dai. Non vorrai prendere freddo,» dice, con quel tono gentile che sa troppo di scusa.
Mi vesto in silenzio. Lui mi osserva mentre lo faccio, ma stavolta non c'è malizia, solo una curiosa quiete. Poi si avvicina, sistema per me un bottone rimasto aperto.
«Sei meravigliosa,» mormora.
Io non rispondo. Non sorrido. Lo lascio dire.
Poi appoggio la fronte alla sua spalla, e chiudo gli occhi.
Con un sospiro che sa di resa più che di sollievo, ci incamminiamo verso la villa dei nonni di Vittorio. I vestiti ancora umidi ci si appiccicano addosso, e ognuno dei nostri passi sembra pesare più del precedente. Nessuno parla. Meglio così: abbiamo entrambi troppo da nascondere per permetterci parole.
Quando varchiamo la soglia, ci accoglie la luce calda e artificiale del salotto, una sorta di quiete domestica che fa quasi male agli occhi dopo il grigio del lago. Gli altri sono lì, sparsi tra divani e tappeti persiani, con l'aria di chi ha aspettato abbastanza ma non troppo da sembrare invadente.
Mi avvicino a mio fratello. Il suo sguardo si posa su di me con una dolcezza che mi fa sentire sporca.
«Come stai?» chiede piano.
«Meglio,» rispondo, abbozzando un sorriso che regge giusto il tempo di pronunciare la parola.
Alice ci osserva con attenzione, seduta compostamente con le mani in grembo come una brava bambina che non si fida di nessuno.
«Dove siete stati voi due?» domanda con voce curiosa, ma il tono è affilato.
«L'ho portata a fare un giro al lago,» risponde Vittorio prima che io possa aprire bocca. La sua voce è calma, misurata. Troppo.
Segue qualche secondo di silenzio, di quelli pieni di cose non dette. Poi, come un direttore d'orchestra che decide che la pausa è durata abbastanza, mio padre parla.
«Dovremmo cominciare a pensare di tornare a casa,» dice, con quella sua voce pacata che non ammette repliche.
Ci alziamo dai divani, lenti, come se fosse un'impresa titanica. I nonni di Vittorio ci salutano con abbracci pieni di miele e frasi di circostanza, e noi fingiamo gratitudine come si addice ai bravi ospiti.
Fuori, l'aria è tagliente. Il cielo stellato ci osserva dall'alto, indifferente, mentre ci dirigiamo verso l'auto. Nessuno ha più voglia di parlare. Ci sistemiamo nei sedili come pezzi di un puzzle sbagliato, ognuno al proprio posto ma fuori posto comunque.
Il motore si accende. La strada verso casa scorre nel silenzio più assoluto, interrotta solo dal rumore delle gomme sull'asfalto e da qualche respiro troppo profondo per essere naturale. Nessuno chiede, nessuno spiega.
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Mine
Chick-LitElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
