41. Conto Salato

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La sera si stende fuori come un sudario. Davanti allo specchio, cerco di mettere ordine almeno sulla faccia. Un po' di correttore, un filo di eyeliner. Se non posso essere felice, almeno posso sembrare presentabile. Ogni gesto è tremante. Ogni linea storta, un pensiero che sfugge. Dietro di me, la porta si apre con un cigolio troppo educato per essere rassicurante.

«Elisa, è ora di andare.»
La voce di Vittorio non ammette discussioni. Non chiede. Ordina. La sua figura si riflette nello specchio alle mie spalle come un'ombra che non puoi ignorare.

Mi giro lentamente.
«Non voglio venire con te,» dico. Voce bassa, quasi un sussurro. Una bugia. Avrei voluto urlarlo. Ma anche oggi, la forza mi ha dato buca.

Lui si avvicina. Il passo lento, lo sguardo fisso. Il predatore paziente.
«Devi venire con me.»
Tono fermo. Una minaccia vestita da necessità.

Sento la paura risalirmi in gola come un singhiozzo trattenuto. Abbasso lo sguardo, deglutisco la mia volontà e rispondo con l'unica arma rimasta: la resa.
«Va bene.»

Annuisce, come se avesse appena completato un affare redditizio. Poi esce, lasciando dietro di sé l'odore pungente della pretesa.

Resto ancora un istante davanti allo specchio, fissando una ragazza che non riconosco più. Poi mi alzo e vado. È sempre così: il cuore resta, il corpo obbedisce.

Alla porta, lui mi aspetta con la sua Ferrari. Rossa, lucida, arrogante come lui. Sorriso da spot pubblicitario, sguardo da padrone del mondo.
«Vieni, sali,» ordina, aprendo la portiera come se stesse facendo beneficenza.

Mi accomodo accanto a lui. Il sedile profuma di pelle e controllo. Appena partiamo, il suo sguardo mi scivola addosso come una lama.
«Non potevi vestirti in modo meno provocante?»
La sua voce è tagliente, un sibilo dritto tra le costole.

Mi stringo le braccia al petto. Fa caldo, ma dentro ho freddo.
«Mi piace così.»

Silenzio. Poi esplode.
«Non ti ho chiesto cosa piace a te!»
Il volante scricchiola sotto la sua stretta.
«Sei con me, e ti comporti come dico io.»

Le sue mani stringono il volante come se volesse stritolare anche me. Lo sguardo dritto sulla strada, ma sento i suoi occhi che mi pesano addosso anche senza guardarmi. Non dice più nulla. Ma il silenzio, con lui, fa più rumore delle urla.

Mi appoggio al finestrino, lo sguardo fuori. Le luci della città scorrono veloci, ma io resto immobile. Prigioniera su quattro ruote, vestita bene e con il trucco giusto. Come una bambola messa in vetrina da chi ha pagato per non sentirla parlare.

La Ferrari si arrestò davanti al ristorante come se stesse parcheggiando l'arroganza, non un'auto. Le luci dorate della facciata sembravano applaudire la nostra entrata, o forse solo quella di Vittorio, che uscì per primo e mi aprì la portiera con il solito gesto teatrale, afferrandomi poi il braccio come se fossi un accessorio da trascinare, non una persona.

«Cammina dritta» sibilò tra i denti, mentre mi trascinava dentro con la grazia di un secondino.

All'interno, il ristorante sembrava uscito da una rivista di interior design con troppa autostima. Luci calde, conversazioni educate, gente che rideva di battute deboli con risate troppo forti. Una finta perfezione che sembrava progettata apposta per far sentire a disagio chiunque avesse un'anima.

Ci accomodammo a un tavolo riservato, ovviamente con vista panoramica sulla nostra finta felicità. Il cameriere si avvicinò col sorriso servile di chi è abituato a ricevere mance dai mostri. Vittorio ordinò con la sicurezza di chi crede che il menu sia una lista di comandi, non di piatti. Io annuii, fingendo entusiasmo, mentre il nodo nello stomaco si stringeva.

Appena il cameriere si allontanò, Vittorio mi scrutò con quella sua espressione da chirurgo sociale.

«Sembri nervosa» osservò, con la dolcezza di un frigorifero industriale. «È tutto a posto?»

Sorrisi, o almeno ci provai. «Tutto bene.» Avevo il tono di chi mente per abitudine, non per convinzione.

Il silenzio tra noi era denso, come se ogni parola in meno fosse una minaccia in più. Quando il cibo arrivò, feci finta di interessarmi al piatto come se bastasse a distrarmi da lui. Tagliavo pezzetti troppo piccoli, masticavo lentamente, mentre Vittorio mi osservava come se aspettasse il momento giusto per affondare.

«Elisa» disse con voce più bassa, melliflua, quasi gentile. Ma quel "quasi" era tutto. «Se c'è qualcosa che ti turba, dillo. Il nervosismo a tavola mi rovina l'appetito.»

«È solo un po' di stress scolastico.» Mentii ancora, stavolta con la convinzione di chi si arrende. «Sai com'è.»

«Mh.» Annuì, ma il suo sguardo non si mosse. Non stava ascoltando le parole. Cercava crepe.

Finito il pasto, il cameriere si avvicinò con il conto. Vittorio lo prese con aria annoiata, come se pagare fosse una seccatura da uomini troppo ricchi per preoccuparsi del denaro. Io frugai nella borsa, pronta a pagare almeno la mia parte. Non per orgoglio, ma per evitare debiti inqualificabili.

«Quanto?» chiesi, tirando fuori il portafoglio.

Lui si voltò, con quel sorriso da predatore in vacanza.

«Basterà un bocchino in macchina» disse, come se fosse la battuta più brillante mai pronunciata.

La mia mano si congelò. Mi guardò, aspettandosi forse una risata nervosa, un commento civettuolo. Ma trovò solo il gelo.

«Non è divertente, Vittorio» replicai, con una voce tanto piatta da sembrare tagliente.

Il suo sorriso si fece ancora più largo, più vuoto. Come se godesse della mia reazione.

Pagò senza aggiungere altro. E mentre il cameriere si allontanava, io guardavo fuori dalla vetrata. Avrei voluto essere ovunque, tranne che lì. Con chiunque, tranne che con lui.

Usciamo dal ristorante, e Vittorio mi conduce alla sua Ferrari parcheggiata fuori. Con il cuore che batte velocemente nel petto, mi siedo nel sedile del passeggero mentre Vittorio prende il posto di guida. L'aria notturna è fresca mentre attraversiamo le strade illuminate della città, e il silenzio pesante che si è insinuato tra di noi aggiunge un'atmosfera tesa all'aria.Vittorio si immerge nel traffico cittadino, ma non ci vuole molto prima che la metropoli si trasformi in paesaggi più tranquilli e bui.

Guida fino a un posto appartato, dove le luci della città svaniscono, sostituite da un'oscurità profonda e avvolgente. Mi rivolgo a Vittorio con uno sguardo nervoso, sperando che la mia espressione di disgusto lo faccia desistere. Tuttavia, il suo sguardo è freddo e determinato, privo di qualsiasi empatia. «Vieni qui,» ordina, con voce autoritaria. Il mio stomaco si stringe mentre mi muovo per obbedire, temendo ciò che potrebbe succedere se mi opponessi. Raggiungo Vittorio nel sedile del guidatore, cercando di nascondere il mio terrore dietro una maschera di calma. Le sue mani afferrano i miei capelli con forza, costringendomi a chinarmi verso di lui. Il mio respiro è affannoso, il cuore batte violentemente nel petto mentre sento il suo sguardo penetrante su di me.

Con un sospiro pesante, mi inchino verso il suo grembo. Con le mani tremanti, mi avvicino al suo membro, sentendo il mio stomaco contorcersi dall'orrore. «Per favore, Vittorio, non farlo,» sussurro, ma le mie suppliche cadono nel vuoto. La sua presa sui miei capelli si fa più forte, costringendomi ad avvicinarmi ulteriormente. «Lo farai perché lo dico io,» mormora con voce bassa, carica di minaccia. Il mio cuore batte sempre più forte mentre mi ritrovo costretta in quella situazione angosciante. Con un senso di nausea crescente, sento la sua mano stringere la mia testa, spingendola verso il suo membro. Il mio respiro si fa irregolare mentre cerco disperatamente di respingere l'impulso di vomitare. 

Le lacrime scorrono lungo le mie guance mentre la mia bocca si apre involontariamente per accogliere la sua volontà.

Il mio corpo si agita nel tentativo di resistere, ma la sua presa è ferma e implacabile. Quando finalmente tutto è finito, mi ritrovo a tremare di paura e disgusto, sentendomi vuota e ferita nell'anima. Il silenzio avvolge l'auto, interrotto solo dal suono del mio respiro affannoso e dalle mie lacrime silenziose. «Ecco, così si comporta una brava ragazza,«sussurra con una voce carica di arroganza, come se avesse appena compiuto un grande successo.

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