Mentre rientro, lo vedo apparire in fondo al corridoio: mio padre, in piedi, le mani incrociate dietro la schiena e lo sguardo carico di quella calma che precede sempre le notizie peggiori. Si avvicina, posandomi una mano sulla spalla come se quel gesto potesse addolcire quello che sta per dire. «Elisa, possiamo parlare un attimo?» chiede con la sua voce gentile, che però non riesce a nascondere la tensione. Annuisco, anche se ho già la nausea prima ancora che apra bocca.
Ci sediamo uno di fronte all'altra, come due avvocati prima di una causa persa. Lui comincia subito: «Capisco che con Alice e con Vittorio non sia semplice. Ma bisogna imparare a convivere pacificamente.»Fa una pausa, mi guarda con aria da padre paziente, e aggiunge: «Stamattina hai reagito come se quei diamanti fossero bigiotteria da bancarella.»
«Preferisco bigiotteria regalata col cuore, che diamanti usati come manette,» ribatto, con un mezzo sorriso amaro. Mio padre si irrigidisce, come se le mie parole gli avessero appena graffiato l'orgoglio. «Elisa, non posso accettare che continui a comportarti così. Alice non merita questo trattamento,» dice con tono severo, ma misurato. E poi, come se stesse togliendosi un peso enorme di dosso, sgancia la bomba: «Io e Alice ci sposeremo.»
Silenzio. Il tempo si ferma.
Lo guardo fisso, «Vi... sposerete?» ripeto piano, le parole che mi escono dalla bocca come se fossero state pronunciate da qualcun altro. Lui annuisce, solenne, come se stesse annunciando la fondazione di una nuova dinastia. «Pensavo che desiderassi la mia felicità,» aggiunge con quella nota melodrammatica che mi dà sempre sui nervi.
Scuoto la testa, incredula. «La tua felicità non doveva distruggere la mia,» sussurro, la voce che trema mentre cerco di non crollare. Mi alzo di scatto, come se il divano fosse diventato rovente. Tutto mi gira intorno. Il soffitto, il tappeto, le pareti color tortora — tutto mi sembra improvvisamente ostile.
«Elisa, ascoltami,» insiste, alzandosi anche lui. Ha gli occhi lucidi, ma non mi commuove. «Col tempo ti abituerai. Capirai.»
«No, non mi abituerò. Non a questo,» ribatto, stringendo i pugni, le lacrime che ora scivolano senza più resistenza.
Mi allontano senza voltarmi. Ogni passo è un pugno allo stomaco, ogni metro che mi separa da lui è un crollo. Quando esco dalla stanza, sento il suo silenzio come un peso alle spalle, ma non mi fermo. Non posso. Le lacrime scivolano giù silenziose, testarde, e io non le asciugo. Mi sento svuotata, fuori posto. Come un ospite di passaggio nella vita di qualcuno che, fino a ieri, chiamavo papà.
Mentre cammino lungo il corridoio, mi si para davanti Vittorio. Ha lo sguardo arrogante, la bocca piegata in un mezzo sorriso sprezzante. «Dove credi di andare?» domanda, bloccandomi il passaggio con il corpo. Il tono è tagliente, e mi provoca un brivido che mi scivola lungo la schiena. Sento la tensione salirmi dentro, ma cerco di restare lucida, anche se il cuore mi batte forte.
«Non ti riguarda,» rispondo, la voce appena tremante, cercando di aggirarlo. Ma lui fa un passo avanti, invadendo il mio spazio. Si erge minaccioso, le spalle larghe che oscurano il corridoio.
«Dovresti stare attenta a quello che dici,» continua con tono velenoso. «Non hai idea di cosa significhi essere parte di una famiglia. Tuo padre ha finalmente trovato un po' di pace, e tu vuoi distruggerla?» Sento crescere la rabbia insieme al disgusto.
«Tu non hai alcun diritto di parlarmi così,» ribatto, fissandolo negli occhi. «Non sei nessuno per decidere cosa è meglio per me.»
La sua espressione cambia in un lampo. Stringe la mascella, si fa rosso in viso. «Non ti permettere!» urla all'improvviso, la voce che rimbomba nel corridoio vuoto. «Tu non rovinerai quello che abbiamo costruito! Non con i tuoi capricci da bambina viziata!»
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Mine
Chick-LitElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
