20. Studio

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Mi sveglia un rumore secco, come un cigolio trattenuto a fatica. La porta si apre piano, e nella penombra riconosco la sagoma di Alice. Entra con cautela, quasi in punta di piedi, come se temesse di rompere qualcosa—tipo la mia sanità mentale.

«Elisa, sei qui?» La sua voce è bassa, ma nitida. C'è quella tipica dolcezza da sorella perfetta, quella che riesce a sembrare premurosa anche quando è solo curiosa.
«Papà ed io eravamo preoccupati...» aggiunge, come se servisse sottolinearlo.

Mi alzo in fretta dal pavimento, la schiena rigida, la mente ancora più. Cerco di rimettermi in ordine con la velocità di un mago da circo.
«Niente di importante,» rispondo troppo in fretta. La bugia mi esce liscia come olio bruciato.

Lei mi guarda. Non parla. Ma il suo sguardo dice tutto: non ti credo neanche per sbaglio.
«Sei sicura? Papà era fuori di sé. Abbiamo controllato ovunque, anche in giardino.»

«Sì, sono sicura,» ripeto, forzando un sorriso così finto che quasi mi vergogno di me stessa. Ma non ho intenzione di farla entrare in questa palude. Non lei. Non adesso.
Alice non insiste. È troppo educata per scavare nei drammi altrui, anche quando le esplodono in faccia. Si limita a tendermi una mano, leggera, come un gesto da pubblicità di camomilla.

Mi stringo nelle spalle. Sorrido. E poi scendo con lei.

In sala da pranzo la luce è forte, quasi fastidiosa. Mio padre, Vittorio e Luca sono già seduti. Parlano a voce alta, gesticolano, ridono di qualcosa che probabilmente non è divertente. Appena metto piede nella stanza, papà si alza a metà.

«Mio Dio, Elisa! Finalmente!» esclama, come se fossi tornata dalla guerra e non da una stanza al piano di sopra.
«Mi dispiace,» dico, stringendo le spalle. «Ero fuori a fare una passeggiata.»

Bugia n. 2. Segnare.

Vittorio mi guarda. Non dice nulla. Ma il suo sguardo è tutto un programma: sprezzante, calcolato, quasi divertito. Luca invece mi lancia un mezzo sorriso, uno di quelli che vogliono rassicurarti ma ti ricordano anche che sei fragile.

Poi la bomba.
«Pensavamo che, visto i tuoi risultati disastrosi, Vittorio potrebbe darti una mano,» dice papà, con il tono di chi ha appena avuto un'idea geniale.

Vittorio solleva lo sguardo, palesemente divertito.
«Davvero?» chiede, piegando la testa di lato. «Non credo nei miracoli.»

«Sono d'accordo con lui,» replico secca, fissando il mio piatto vuoto.

Papà annuisce lentamente, come se il mio rifiuto fosse solo una fase.
«Elisa, è importante che tu prenda sul serio lo studio. Vittorio è un ottimo studente, e potrebbe aiutarti. Anche se non ti va, ti conviene ascoltarlo.»

Ogni parola è una forchetta nella carne viva.
«Lo so, papà,» mormoro, con un sorriso vuoto. «Farò del mio meglio.»

Vittorio non dice niente. Ma il suo sopracciglio alzato urla «patetica» abbastanza forte da far tremare la tovaglia.

Finito il pranzo—più veloce di una condanna—mi alzo. Lui fa lo stesso, come fosse tutto già stabilito. Ci avviamo verso lo studio. Ogni passo nel corridoio suona come un conto alla rovescia.

Entriamo. La porta si chiude con un tonfo.
Lui si volta e si appoggia alla maniglia, bloccandola.

Il silenzio è pesante. L'aria sa di polvere e tensione. Le pareti sembrano stringersi, come se la casa stessa sapesse che sta per succedere qualcosa di sbagliato.

Il silenzio pesante della stanza mi circonda mentre guardo intorno, cercando di ignorare lo sguardo scrutatore di Vittorio. «Allora,» inizia lui «Dove vuoi iniziare?»

«Da nessuna parte. Non ho bisogno di aiuto, specialmente del tuo.»

«Tuo padre non la pensa così» afferma lui con arroganza prendendo il mio collo tra le sue mani. La mia pelle si raffredda al contatto delle sue mani intorno al mio collo, il suo tocco oppressivo come una morsa. «Lasciami andare!» sibilo con voce strozzata, cercando di liberarmi dalla sua presa.

Vittorio stringe leggermente di più, il suo sguardo freddo e implacabile mentre mi guarda negli occhi. «Dovresti essere più collaborativa, Elisa,» mormora con voce minacciosa. «Avevi promesso che non mi avresti fatto più del male» sussulto cercando di far uscire fiato dalle mie labbra.

«Infatti ieri sera non sono stato io a scoparti» afferma con un ghigno «Ma so che Francesco si è divertito» Vittorio ride, un suono carico di cinismo e malizia. «Dovresti essere grata, Elisa,» mormora con un tono beffardo. «Francesco è un uomo di esperienza. Ti ha insegnato cose che io non avrei mai potuto.»

Le sue parole mi riempiono di disgusto e orrore, la mia mente traballante mentre cerco di trovare un senso a tutto ciò. «Sei un mostro,» sibilo, le lacrime minacciando di sgorgare dai miei occhi.

«Sono tuo fratello, Elisa,» mormora con malizia. «E presto imparerai che devi obbedire ai miei desideri, altrimenti le conseguenze saranno molto peggiori.»

Le sue parole mi avvolgono come un gelido vento d'inverno, gelandomi fino alle ossa. Tremo di rabbia e disgusto, ma anche di paura. Riesco a malapena a trattenere le lacrime, ma non gli darò la soddisfazione di vederle cadere.

Con un ultimo sforzo di volontà, riesco a liberarmi dalla sua stretta, allontanandomi da lui con passi incerti. «Non ti avvicinare più a me,» dico con voce tremante, cercando di mantenere un briciolo di autorità nella mia voce. Vittorio afferra una corda vicino alla scrivania e mi afferra per i polsi, legandoli saldamente alla sedia. La mia resistenza è inutile contro la sua forza, e mi ritrovo immobilizzata, impotente di fronte al suo sadismo.

«Non ti ho detto di muoverti,» mormora con un sorriso sprezzante, stringendo ancora di più i lacci intorno ai miei polsi. La paura mi invade mentre cerco disperatamente di liberarmi, ma è inutile.

Vittorio si avvicina, il suo viso a pochi centimetri dal mio, il suo respiro caldo sul mio volto. «Studierai fino a quando non avrai imparato la tua lezione,» sibila con un tono di minaccia, la sua voce come un pugnale che mi trafigge l'anima.

Le mie lacrime scendono silenziose lungo le guance mentre mi rendo conto della mia totale impotenza di fronte a lui. Sono intrappolata in una stanza con il mio carnefice, senza speranza di salvezza. E so che questa sarà solo l'inizio di un incubo senza fine.

Vittorio osserva con soddisfazione la mia impotenza, il suo sorriso sprezzante bruciando come fuoco sul mio volto. «Dovresti essere grata per questa lezione, Elisa,» mormora con malizia, la sua voce echeggiando nell'aria come un'eco sinistro. «Imparerai a obbedire, una volta per tutte»

Ancorata alla sedia, il tempo sembra dilatarsi in un eterno presente di tormento. Le pagine dei libri davanti a me diventano sfocate, mentre la voce di Vittorio si trasforma in un eco costante, riempendo la stanza con la sua presenza opprimente.

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