Mio padre mi accompagna dal dottore con lo stesso entusiasmo con cui si va a un funerale. Nell'aria, un silenzio teso da tagliare con il bisturi. Il medico – occhiali spessi, voce pacata da prete la domenica – scruta le carte come se stesse leggendo i tarocchi.
«Mi dispiace, Elisa,» sospira infine, con quella compassione meccanica da manuale, «ma sei quasi al terzo mese. È troppo tardi per l'interruzione.»
Il mio stomaco si aggroviglia come un serpente. Le gambe cedono. Lo sguardo fisso nel vuoto, mentre le sue parole rimbombano nella mia testa come una condanna: troppo tardi. Come se mi avesse appena annunciato che ho perso un treno. Un treno che non volevo nemmeno prendere.
Papà mi stringe la mano con un gesto a metà tra il sostegno e la disperazione. Anche lui è pallido. Siamo due naufraghi nel corridoio sterminato della clinica. Ma la sorpresa più grande arriva qualche istante dopo.
La porta si apre. Il battito mi salta un colpo. Mia madre. Clara. Il suo viso tirato, ma ancora bellissimo, con quegli occhi blu che non hanno mai smesso di indagarmi come se fossi un mistero da risolvere. «Mamma,» sussurro. La voce mi trema come una corda di violino.
Lei mi abbraccia forte. Profuma ancora di casa, di buono, di qualcosa che non ho più da anni. «Come stai, tesoro?» chiede. E io mentirei, ma non ci riesco. «Non bene.»
Papà taglia corto, voce bassa ma netta: «Ha proposto l'adozione immediata. Ma c'è ancora tempo per decidere.»
Una frase che gela l'aria. Il suono dei passi sul pavimento fa voltare tutti. Vittorio. L'uomo che un tempo amavo. O che credevo di amare, più per bisogno che per scelta.
«Adozione?» sputa la parola come veleno. La sua espressione è un mix perfetto tra shock e controllo che vacilla.
Papà si fa diplomatico: «Non c'è possibilità d'interruzione. Ma si può pensare all'adozione. Pensavo ne aveste parlato.»
Errore. Colossale. Vittorio si irrigidisce come un mulo davanti a un bastone. Fissa papà, poi me. «Mi hai mentito di nuovo,» sibila con il tono di uno che ha appena trovato un coltello nel fianco.
«Pensavo di averti detto chiaramente cosa dovevi fare.» E lì, come se fossimo in un tribunale privato, decide di ignorare l'esistenza dei miei genitori e giudicarmi da solo.
«Hai giurato che l'avresti tenuto.»
Mi faccio piccola, ma tento: «Vittorio, ti prego, cerca di capire...»
«Non c'è niente da capire.» Le sue parole mi trafiggono più dello sguardo. «Hai fatto una promessa. E ora te la tieni.»
«Non posso,» sussurro. Ma è come parlare a una parete.
Mia madre interviene, voce gentile, come se stesse leggendo una fiaba a una bambina: «Elisa non deve sentirsi obbligata.»
Vittorio si gira verso di lei come un cane pronto a mordere. «Tu non hai niente da dire. Non sei parte di questa famiglia. Non sei nessuno.»
Errore numero due.
Mio padre, che fino a quel momento si era tenuto a freno, si mette tra lui e Clara. «Abbassa la voce, Vittorio. Non permetterò che parli così a mia moglie. E non ti azzardare a controllare le scelte di mia figlia.»
«Tu non sei mio padre,» replica Vittorio, con quella convinzione da quindicenne ribelle che non sa più dove sbattere la testa. «Non puoi dirmi cosa fare.»
Momento perfetto per far entrare Alice. Sempre impeccabile, sempre madre in apparenza, sempre distante un passo da tutto.
«Che succede qui?» chiede.
Papà risponde con la pazienza di un maestro d'asilo: «Stiamo cercando di risolvere una situazione complessa.»
Vittorio la guarda come un bambino che vuole che la mamma lo difenda: «Mamma, non puoi permettere che questo accada.»
Alice sospira, stanca. «Vittorio, calmati. Non è la fine del mondo.»
«Elisa ha diritto a decidere della sua vita,» aggiunge con quella fermezza elegante che ha sempre usato per far sentire gli altri inferiori.
Tutto potrebbe sembrare un momento di tregua. Invece Vittorio decide di rompere definitivamente gli argini.
Mi afferra il polso. Forte. Troppo. «Lei è mia,» ringhia.
Clara scatta. «Vittorio, devi lasciarla andare. Lei non è tua proprietà.»
Il mio cuore batte come un tamburo di guerra. «Lasciami andare,» piango. Ma la sua presa non molla.
Papà lo affronta, calmo come chi ha appena deciso di rompere un tavolo con una mano. «Mia figlia non è una schiava.»
Vittorio stringe ancora. «Non vi lascerò portarmela via.»
Ed è lì che smetto di tremare.
«Se continui così,» sibilo, «rendo pubblici tutti i tuoi affari. Ogni singolo dettaglio. Ogni bugia.»
Silenzio. Vittorio mi guarda, per la prima volta davvero spaventato.
«Tu non oseresti.»
«Vuoi scommetterci?»
Mi fissa. Cerca di capire se sto bluffando. Ma lo sguardo gli crolla.
«Se lo fai, ti pentirai di avermi mai sfidato,» dice, e se ne va.
Alice si avvicina a mia madre, in punta di piedi, come se stesse entrando in un sogno che non le appartiene.
«Clara, perché non resti con noi per un po'? Così possiamo stare vicini a Elisa.»
«Grazie,» mormora mia madre, stringendole la mano con gratitudine vera. Ed è solo allora, solo in quel momento, che sento per la prima volta da giorni... il respiro tornare normale.
Mentre Alice e mia madre si scambiano parole a bassa voce, immerse in quella conversazione ovattata fatta di date, camere libere e «vedremo cosa è meglio per lei», io rimango seduta, le mani intrecciate tra le ginocchia, lo sguardo perso sul pavimento asettico della clinica. Ogni parola mi rimbalza addosso come pioggia su vetro.
Papà mi si avvicina. La sua voce è calma, troppo calma. Quella calma che si ha solo dopo aver visto cose peggiori.
«Devi affrontarlo.»
Alzo gli occhi su di lui. «Non ci riesco. Non sempre, almeno.»
Lui annuisce, come se l'avesse previsto. Poi si siede accanto a me.
«Temo che Vittorio possa diventare pericoloso. Com'è successo con Alessio.»
Il nome è un pugno. Un nome, sei lettere, un cadavere. Il ragazzo che ho amato – o almeno, che credevo capace di amarmi – diventato solo un corpo freddo tra le mie braccia. Un'immagine che non se ne va, neanche quando chiudo gli occhi.
«Pensi che possa uccidermi?» sussurro, con la voce che si spezza come un bicchiere caduto a terra.
«Perché io non voglio morire, papà.» Le lacrime scendono, lente e testarde. «Non voglio finire come lui.»
Lui mi guarda. Non risponde subito. Non dice «no», non dice «non essere sciocca». Perché sa che non sarebbe la verità. Al contrario, mi tira a sé e mi stringe. Forte. Come se potesse farmi da scudo con il solo abbraccio.
«Non ti lasceremo sola, Elisa.» La sua voce è un sussurro, ma ha il peso di una promessa scritta sulla pietra.
«Troveremo un modo per tenerti al sicuro. Te lo giuro.»
E io lo credo. Non perché mi senta al sicuro. Ma perché ho bisogno di credergli. Perché l'alternativa è pensare a Vittorio, ai suoi occhi quando perde il controllo, a quello che è capace di fare quando si sente minacciato.
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Mine
Chick-LitElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
