La sera arriva puntuale, come un compito già scritto. Marco si presenta sotto casa con un mazzo di fiori, ovviamente. Profumati, ordinati, troppo perfetti per essere sinceri. Scendo le scale con la stessa voglia con cui ci si prepara per un'interrogazione, e lui mi accoglie con un sorriso da pubblicità del dentifricio.
«Ciao,» dice porgendomi i fiori, come se il gesto bastasse a farmi dimenticare tutto il resto.
«Sei bellissima stasera.»
Arrossisco. Più per l'imbarazzo che per il complimento. «Grazie.»
«Mi chiamo Marco,» aggiunge, porgendomi il braccio come se fosse il principe di un regno medio-borghese.
«Elisa,» rispondo, agganciandomi a lui con un sorriso stiracchiato.
La portiera della macchina si apre con un gesto teatrale. Salgo, cercando di ignorare il fatto che il suo profumo è lo stesso della notte scorsa. In macchina chiacchieriamo del più e del meno. Le solite frasi da manuale: musica, tempo, traffico, come se stessimo conducendo un'intervista radiofonica per sconosciuti annoiati.
Arriviamo al ristorante. Atmosfera calda, luci basse, tovaglie bianche stirate fino all'esaurimento nervoso di qualche povera lavandaia. Marco si affretta ad aprirmi la portiera come se stesse guadagnando punti in una gara.
«Grazie,» dico mentre gli passo accanto, il mio sorriso più educato che convinto.
Seduti al tavolo, il cameriere ci serve acqua e silenzi d'attesa. Marco prende il menu come se fosse un trattato scientifico.
«Allora, cosa fai nella vita?» chiede, mentre rompe il pane in maniera compulsiva.
«Studentessa. Mi diplomo tra poco, poi penso di andare in Francia.»
«Oh, interessante.»
Solleva un sopracciglio. Vuole sembrare intelligente.
«Perché proprio la Francia?»
«Mia madre vive lì.»
Taglio corto, non ho voglia di spiegargli i drammi familiari come se fossi a "C'è posta per te".
«Ah, una prospettiva culturale diversa, immagino,» commenta, annuendo come se capisse davvero qualcosa di cultura.
Mi volto verso di lui. «E tu? Che fai?»
«Lavoro in un'azienda di consulenza. La De Luca. Funziona bene, anche se da qualche anno è diretta da una donna.»
Mi fermo. Alzo un sopracciglio io, stavolta.
«De Luca? Li conosco.»
Lui mi fissa. «Ah sì? Conosci la titolare?»
«Alice. È mia matrigna.»
Silenzio. Si blocca come se qualcuno avesse tirato il freno a mano nel cervello.
«Non lo sapevo,» balbetta.
«Alice è una donna capace,» affermo, fissandolo negli occhi.
«Ne sono certo,» risponde, ma la sua voce ha quella nota stridula di chi mente per educazione.
«E allora perché sminuirla?»
Marco si appoggia allo schienale, già scivolando nella palude del paternalismo.
«Credo che ci siano ambiti in cui le donne possono eccellere. Ma... ci sono dei limiti.»
Mi irrigidisco. «Limiti?»
«Fondamentalmente, penso che le donne siano più adatte a ruoli di supporto. Famiglia, organizzazione... quelle cose lì. La leadership richiede una freddezza, una forza che...»
«Che solo un uomo può avere?» taglio corto, la voce che graffia.
«Non fraintendermi. È solo che la natura ci ha fatti diversi.»
Sorrido. Un sorriso amaro, acido.
«Certo. E per fortuna. Perché se fossimo tutti come te, la specie si sarebbe estinta per noia.»
Marco non ride. Io sì. Ma dentro.
Mentre Marco accosta sotto casa mia, nella sua minuscola utilitaria profumata di dopobarba economico e presunzione, l'aria si fa pesante. Lui mi fissa, con quell'aria da conquistatore da discount, e con un sorriso che avrebbe voluto essere malizioso — e che invece sembrava solo scemo — mormora: «Elisa, sai... dovremmo trovare un modo per saldare il conto della cena.»
Lo guardo. Uno. Due. Tre secondi.
Poi, senza nemmeno scomporre l'espressione, gli pianto uno schiaffo che risuona nel parcheggio come una fucilata a ciel sereno. Il suo viso si gira di scatto, la guancia si colora subito di rosso, e lui resta lì, pietrificato, con lo sguardo ferito di un cane bastonato. Solo che il cane non se l'era cercata.
«Ma che diavolo ti prende?!» sbraita, portandosi una mano alla faccia.
«Il conto era di trentadue euro e quaranta, Marco. Non di mezza dignità.»
In quel momento, la porta di casa si apre con un cigolio. Alice, impeccabile anche in vestaglia, ci guarda con un sopracciglio alzato e l'espressione di chi ha appena sentito odore di fogna.
«Marco? Cosa stai facendo qui?» chiede, la voce impastata di perplessità.
Marco si volta di scatto, prova a ricomporsi, ma è un disastro ambulante: guancia rossa, sguardo da pesce lesso, e zero alibi pronti. «Signora De Luca, io... ero solo... cioè... stavamo...»
«È meglio che tu te ne vada,» lo interrompe lei con voce ferma, tagliando corto come solo chi ha potere sa fare. «E domani parleremo di questo in ufficio.»
Marco annuisce, visibilmente umiliato, e si dilegua con la dignità che gli resta (cioè nessuna). Appena varcata la soglia, Alice si volta verso di me.
«Che ci facevi con lui, Elisa?» domanda, fredda come marmo.
«L'ho incontrato ieri in discoteca,» rispondo, stringendomi nelle spalle. Il tono non è colpevole. È più un: sì, lo so, errore mio, sono giovane, capita.
Alice sgrana gli occhi. «In discoteca?»
«Sì. So già cosa stai per dire.»
«Non pensavo ti piacesse frequentare certi ambienti.»
«Neanche a me. Infatti non ci torno più.»
Entriamo in casa. Si siede sul divano come una regina stanca ma ancora in carica. Mi fa cenno di accomodarmi. Lo faccio. Poi prende la mia mano tra le sue, con la delicatezza di chi sta per dirti che il tuo pesce rosso è morto, ma in realtà sta per darti un pugno in pieno stomaco.
«Elisa, c'è qualcosa che devi sapere. L'azienda De Luca non è... proprio legale. Spaccia. E si prende gli appalti pubblici come se fossero noccioline.»
Resto immobile. Una parte di me è scioccata, l'altra, onestamente, no. Era tutto troppo liscio per essere pulito.
«Marco è coinvolto?» chiedo a bassa voce.
Lei annuisce, seria. «Anche Vittorio. È il suo destino. Il padre lo ha cresciuto per questo. Dopo la laurea prenderà in mano tutto.»
«Mio padre... non ne sa nulla?»
Alice scuote la testa. «No. E vorrei che rimanesse così. Meno sa, meglio è.»
Mi porto una mano alla bocca, cercando di digerire l'enormità di quello che ha appena detto. Alice, invece, continua con la freddezza di chi ha già accettato il peggio.
«Se conoscerai altri ragazzi... preferirei me lo dicessi. Giusto per evitare che tu finisca a letto con altri dipendenti o clienti. Com'è già successo.»
Mi si secca la gola. «Alessio era... un cliente?»
Alice fa un cenno. «Indebitato fino al collo. Vittorio l'ha fatto fuori per questo. Funziona così.»
Non c'è rabbia nella sua voce. Solo la constatazione tranquilla e terrificante di una donna che ha visto troppe cose.
Un rumore dietro di me. Mi volto di scatto. È Vittorio. È comparso come un'ombra, in silenzio, e adesso ci osserva con gli occhi stretti e le labbra serrate.
«Che sta succedendo?» chiede con la sua solita voce bassa e tagliente.
Alice non si scompone. «Niente che ti riguardi, Vittorio. È una conversazione familiare.»
«Le conversazioni familiari non si fanno alle undici di sera nel salotto buio, mamma,» ribatte lui, sarcastico come al solito. Poi si gira verso di me, e il suo sguardo è quello di un predatore: calmo, preciso, letale.
«Elisa. Fuori. Ora.»
Mi alzo, obbediente. Non perché lui me lo dice. Ma perché lo sguardo di Vittorio non ammette risposte.
E se anche le ammettesse... non avrebbero importanza.
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Mine
Chick-LitElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
