37. Mattinata

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La stanza è silenziosa, spezzata solo dal respiro lento di Alessio e dal canto idiota di qualche uccellino che ha deciso di cantare alle sei del mattino. Mi stiro lentamente, sentendo le ossa che si schioccano come legnetti secchi: una notte in pace, finalmente. Il profumo del caffè mi raggiunge dalla cucina – segno che Alessio è già in piedi, o almeno ha trovato la forza di premere un bottone.

Mi giro ancora un attimo, il viso contro il cuscino che sa vagamente di lui. È un odore rassicurante, come un maglione vecchio ma pulito. La mano di Alessio mi trova quasi per istinto e mi stringe piano.

«Buongiorno,» mormora, con la voce impastata dal sonno e gli occhi ancora mezzi chiusi.
«'Giorno,» rispondo, guardandolo da sotto le ciglia, senza nemmeno provare a mascherare il disastro dei capelli.
«Dormito bene?»
«Ho dormito. Per me è già tanto.»
Lui ride piano, mi bacia la fronte come farebbe una vecchia zia affettuosa, e si tira su con una lentezza calcolata.

Scendiamo in cucina. Mi prende sottobraccio, e io lo seguo, ancora un po' stordita. Sul tavolo ci sono croissant, frutta e due tazze fumanti. Mi chiedo se li abbia preparati lui o se un elfo domestico viva in questa casa.

Mangiamo in silenzio, senza fretta.

Poi, mentre mastico l'ultimo pezzo di brioche, Alessio mi guarda. Quello sguardo da "parliamo di sentimenti", che detesto.
«Ti sei divertita ieri sera?»
Sorrido.
«Diciamo che non mi sono annoiata.»
«Questo è un sì?»
«È un sì diplomatico.»

Finiamo di sparecchiare. Provo a dargli una mano, ma mi leva i bicchieri dalle mani come se stessi maneggiando dinamite.
«Lascio fare a te, chef.»
«Gentile da parte tua,» mi risponde sarcastico.

Poi, via. Usciamo, lui mi apre la portiera e io salgo senza troppi complimenti. In auto c'è silenzio, ma il tipo di silenzio buono. Quello che sa di pace, non di disagio.

Arriviamo sotto casa mia.

«Grazie per il passaggio,» dico, mentre mi sistemo i capelli.
«È stato un piacere.»
Ci baciamo, breve e tenero. Lui mi aiuta con i sacchetti come se fossero sacri e mi accompagna fin sulla soglia.

Mio padre apre la porta con l'aria di chi è stato svegliato contro la propria volontà. Capelli arruffati, vestaglia, sguardo interrogativo.
«Buongiorno, signor Rossi,» saluta educatamente Alessio.
«Buongiorno,» risponde lui, dando subito una mano con le buste.

Alessio mi sorride con dolcezza.
«Ti chiamo dopo.»
«Se sopravvivo, sì.»

Entro in casa. Mio padre mi osserva con uno sguardo che urla "voglio farmi gli affari tuoi".
«Bella serata?»
«Fantastica. Alessio è un ragazzo d'oro.»

Lui annuisce come se stesse cercando di crederci davvero.
«Sono contento. Ah, tra mezz'ora andiamo a pranzo dai genitori di Alice.»

Mi si spegne la faccia.
«Devo proprio venire?»

«Ci saranno anche i tuoi nonni.»
Mi fermo. Lo guardo. Lo fisso.

«Papà, smettiamola. Non saranno mai la mia famiglia. Solo perché stai con Alice non significa che io debba chiamarla "mamma", o considerare Vittorio mio fratello. Il mio unico fratello è Luca. E mia madre – quella vera – è in Francia. Con i miei veri nonni.»

Il suo sorriso si spegne del tutto. Resta zitto per qualche secondo, poi prova a rimettere insieme i cocci.
«Non ti chiedo di amarli. Ti chiedo solo di essere gentile. Per me. Alice e Vittorio fanno parte della mia vita, e sarebbe bello se potessi fare uno sforzo.»

Annuisco. Non perché ci creda, ma perché ho esaurito le energie.
«Va bene, farò del mio meglio.»

E con "meglio", intendo non lanciare una forchetta a pranzo.

Dopo aver accettato la richiesta di mio padre, mi avvio verso il bagno. Ho bisogno di lucidità prima di affrontare l'allegra famigliola di Alice e Vittorio.
Un bagno caldo, silenzio e un attimo per respirare.

Quando esco, mi vesto con cura. Minigonna di jeans che cade bene sui fianchi, maglietta bianca infilata dentro, tacchi nude. Né troppo né troppo poco. Appaio sistemata. In fondo, non c'è nulla di più irritante che presentarsi in silenzio e sembrare impeccabile.

Sto per raggiungere mio padre, ma nel corridoio mi blocco. Vittorio è lì. Addosso a me con lo sguardo, come sempre.

«Cosa vuoi?» chiedo senza neanche fingere pazienza.

Lui non risponde. Mi afferra per un braccio. Il gesto è rapido, deciso, troppo familiare. Mi trascina nella sua stanza e chiude la porta dietro di sé.

«Com'è andata ieri sera?» chiede. La voce è bassa, piena di quel veleno trattenuto che conosco bene. «L'hai ripagato bene, vero?»

«Non è affar tuo, Vittorio.»

«Oh, ma lo è.»
Si avvicina. Troppo. Mi scruta come se avesse il diritto di leggere sotto la pelle. «Mi devi ancora qualcosa.»

Il suo tono è sottile, come una lama ben affilata. Ma io non sono più il coltello tra le sue mani.

«Davvero?» rispondo, alzando il mento. «Perché da qui sembra che tu non abbia più niente da prendere.»

Lui si irrigidisce. C'è qualcosa nei suoi occhi che brucia, ma non è dolore. È il suo ego che frana.

«Hai fatto sesso con lui?»

«Sì.»

Silenzio. Il genere di silenzio che fa tremare i vetri.

«E mi è piaciuto.»

La frase gli esplode in faccia. Non grida. Non serve. Le sue mascelle si serrano, gli occhi si fanno taglienti.

I suoi occhi si infiammano di rabbia e delusione mentre le sue labbra si stringono in una linea sottile. Vittorio si alza in piedi con un movimento brusco, la sua figura tremante di rabbia.  «Sei una puttana,» sibila con amarezza, il suo sguardo tagliente come lame. Con un movimento rapido e violento, mi schiaffeggia, il colpo che mi fa sobbalzare e la pelle che brucia sotto il suo tocco «Ma sei mia, solo mia» continua con voce rabbiosa, i suoi occhi freddi come ghiaccio mentre mi fissa con intensità.

«Non mi importa ciò che pensi di me» affermo con determinazione «L'unica persona che amo e che mi da piacere è Alessio. Tu mi dai solo ribrezzo»

Il viso di Vittorio si contorce dalla rabbia, le sue mani serrate a pugno «Come osi parlare così?» dice visibilmente innervosito. «Non puoi amare nessun altro se non me,» proclama con voce dura, la sua presa stringendosi sempre di più.

La paura mi assale mentre cerco di liberarmi dalla sua stretta, ma le sue dita sono come morse di ferro intorno al mio polso. «Sei mia, Elisa. E non permetterò a nessun altro di portarti via da me,» dichiara con fermezza, il suo volto contorto dalla gelosia e dalla possessività. «Non puoi decidere chi amo,» sussurro con voce tremante.

Il suo viso si contorce in una maschera di rabbia e disprezzo, e con un grido di frustrazione, Vittorio si scaglia contro di me con una violenza che mi lascia senza fiato. Le sue mani stringono il mio collo con una forza spietata, impedendomi di respirare, mentre il terrore mi invade completamente. Riesco a sentire il suono dei miei singhiozzi soffocati, le lacrime rigano il mio viso, offuscando la vista «Sei mia, capito?» urla, la voce impregnata di rabbia e disperazione. La sua presa diventa ancora più feroce, lasciando segni rossi sulla mia pelle. Riesco a mormorare appena: «Ti prego, Vittorio, basta...»

Mentre Vittorio continua a esprimere la sua rabbia, una voce proveniente dal piano di sotto lo chiama insistentemente. «Vittorio! Elisa! Dove siete?» La sua attenzione viene distratta per un istante, e approfittando di quell'attimo di distrazione, riesco a sgusciare via dalla sua presa. Respirando affannosamente, Vittorio mi guarda con occhi torbidi, ancora vibrante di rabbia repressa,  con gesti apparentemente gentili, mi sistema l'abbigliamento e mi aiuta a raddrizzare i capelli, ma il tono della sua voce rimane carico di minaccia e tensione.

«Devi imparare a tenere la bocca chiusa, Elisa,» mormora tra i denti, la sua voce un sottile sibilo di pericolo «Sei così bella, non vorrei sfigurarti» sussurra asciugandomi le lacrime. Con un nodo alla gola, annuisco debolmente, cercando di nascondere la paura.

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