Indossavo un vestito nero che non lasciava molto all'immaginazione. Aderente, lucido, il tipo di abito che si appiccica alla pelle come una seconda intenzione. I miei capelli, lisci come una promessa non mantenuta, mi cadevano sulle spalle mentre entravo in discoteca con passo sicuro e lo sguardo di chi ha deciso di dimenticare tutto per almeno qualche ora.
La luce stroboscopica mi colpiva in faccia a intermittenza, rendendo il mondo un mosaico pulsante di sudore, bassi sparati e occhi sbagliati. Mi feci largo tra la folla come se ci appartenessi — anche se sapevo bene di no — e raggiunsi il bancone.
Un drink. Anzi, due. Meglio.
Il primo brucia, il secondo anestetizza.
Il terzo ti convince che ballare con uno sconosciuto sia una forma di terapia approvata dall'OMS.
Sorrisi, risi, finsi. Funzionò.
Almeno per un po'.
Poi lo vidi. Alto, sorriso inclinato al punto giusto, occhi che dicevano troppe cose.
Ricambiai lo sguardo.
Lui prese la mia mano senza dire nulla. Io lasciai fare. Perché no?
Ci allontanammo dalla massa informe verso un angolo dove la musica sembrava solo un'eco. Lì ci baciammo come se fosse urgente, come se conoscerci non fosse mai stato necessario.
«Vieni con me», sussurrò.
«Perché no», pensai.
La sua macchina era nera, lucida, comoda. Il sedile posteriore diventò presto un campo di battaglia. Mani ovunque, corpi in lotta per dimenticare, voci strozzate che cercavano qualcosa di simile alla salvezza sotto forma di piacere.
«Sei così bella», mormorò mentre mi baciava il collo.
«Lo so», avrei voluto rispondere, ma lasciai che la notte parlasse per me.
Quando tutto finì, si tirò su con un sorriso compiaciuto, come se avesse vinto una medaglia.
«Ti va se ti accompagno a casa?»
«Certo», dissi, come se fosse una cosa normale da dire dopo aver fatto sesso con uno sconosciuto in una macchina.
Arrivati davanti alla villa, lui rimase a bocca aperta.
«Wow. Ma vivi qui?»
«No, ho solo forzato il cancello. Vieni, prima che mi becchino», scherzai, aprendo la porta.
Entrò con la soggezione di chi sa di non appartenere al posto.
«La tua camera è pazzesca», disse, guardandosi intorno.
«Sì, anche a me fa questo effetto, a volte», replicai, togliendomi le scarpe.
E poi di nuovo: baci, carezze, un letto morbido e lenzuola in disordine. Piacere ripetuto come una formula, senza promesse.
Finché...
La porta si spalancò.
Vittorio.
Fermo sulla soglia, come un dio dell'ira con la camicia sbottonata e lo sguardo fulminante.
«Elisa, che cazzo stai facendo?»
Silenzio.
Io e il ragazzo ci guardammo come due ladri colti in flagrante. Mi tirai le lenzuola addosso, più per scena che per pudore.
«Vittorio, io...»
«Fuori», disse al ragazzo, senza nemmeno alzare la voce. Solo un dito teso verso la porta e uno sguardo che non ammetteva replica.
Lui scappò. Letteralmente.
Io rimasi lì, come una studentessa beccata a copiare.
Ero ridicola. Ma tanto valeva andare fino in fondo.
«Almeno questo non l'hai ucciso», dissi, tirandomi le lenzuola sulle spalle come un mantello da regina decaduta.
Vittorio mi fissò. Ghiaccio puro.
«Non scherzare su cose del genere, Elisa.»
«Giusto», annuii. «Perché nella nostra storia l'umorismo non è mai stato previsto.»
Mi alzai dal letto con calma, sentendomi esposta e fiera al tempo stesso.
«So che ho sbagliato», dissi. «Ma sai una cosa? Non è stato poi così male. Mi sono sentita viva.»
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Mine
ChickLitElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
