36. Shopping

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Arriviamo al centro commerciale nel bel mezzo dell'ora di punta, perché ovviamente tutti hanno deciso di sfogare le proprie frustrazioni comprando candele profumate e mutande scontate. Il parcheggio è un girone infernale di clacson e SUV mal parcheggiati, ma Alessio trova miracolosamente un posto in una fila laterale, come se fosse stato riservato da qualche divinità minore dello shopping.

Spegne il motore con un sorriso da spot pubblicitario.
«Pronti per un po' di shopping?» chiede, come se mi stesse invitando a entrare nel regno delle meraviglie.
«Assolutamente,» rispondo, cercando di ignorare l'eco interiore di "basta che non incontriamo Vittorio".

Scendiamo dall'auto e ci dirigiamo verso l'entrata, mano nella mano, come se fossimo la versione elegante e addomesticata di Bonnie e Clyde. Il centro commerciale ci inghiotte con le sue vetrine colorate, la luce al neon che finge felicità e i profumi sintetici che ti fanno credere per un attimo che tutto sia possibile – persino dimenticare il fratello psicopatico.

Entriamo da Victoria's Secret, perché ovviamente l'ironia non dorme mai. L'ambiente è una combinazione letale di luci morbide, specchi ovunque e pizzo ovunque di più. Alessio mi segue con l'aria beata di chi è appena stato ammesso in un club esclusivo, mentre io passo in rassegna completini di lingerie da guerra psicologica.

«Davvero bello questo set,» dice, indicando un reggiseno di pizzo nero che grida "io comando".
«Mi piacerebbe vedertelo addosso,» aggiunge, sussurrando con quella voce che sa perfettamente cosa sta facendo. Arrossisco, ovviamente, perché non sono fatta di pietra.
«Lo terrò a mente,» mormoro, con un mezzo sorriso. Ma lo so già: lo comprerò.

Dopo aver saccheggiato mezza collezione autunno/inferno, ci fermiamo in uno di quei ristoranti del centro commerciale che provano disperatamente a sembrare chic con tovagliette di carta e luci calde. Appena mi siedo, il mio stomaco si gela: in fondo alla sala, solo e imbronciato come una vedova vendicativa, c'è lui. Vittorio.

Alessio mi prende la mano.
«Va tutto bene?»
«Sì, sì, tutto bene,» rispondo, come una che ha appena visto un fantasma armato di sarcasmo e carta di credito. La mia mano trema appena. Un segnale sismico da non sottovalutare.

Il cameriere passa.
«Il conto, per favore?» chiede Alessio, tranquillo come se non ci fosse una bomba a orologeria seduta a quattro metri da noi.
«Il conto è già stato saldato, signore,» dice il cameriere con un sorriso neutro.
E lì parte la scena teatrale.

Vittorio si alza e si avvicina con passo da prete offeso. Il suo sguardo è freddo e tagliente, il sorriso un'arma di precisione.
«Non c'è bisogno di ringraziarmi,» dice, con quel tono che finge generosità e puzza di veleno.
«A mia sorella piace molto spendere i soldi degli altri. Sono certo che ti ripagherà in altri modi.»

Poi si gira verso di me – e prima che possa reagire – mi stampa un bacio gelido sulla guancia. Il suo tocco è come acciaio bagnato: tagliente, invadente, fuori luogo. Resto immobile, colta alla sprovvista, cercando di non urlare o strozzarlo con la tracolla della borsa.

Quando finalmente si allontana, guardo Alessio. I suoi occhi bruciano di rabbia trattenuta, e io so esattamente cosa sta cercando di non dire.

«Mi dispiace per quello che è successo,» sussurro, sperando che basti.
«Non so cosa gli sia preso.»

Alessio mi stringe la mano più forte del necessario, il viso teso come un nodo troppo stretto.
«Non ti preoccupare, tesoro,» dice a denti stretti. «Non è colpa tua.»

Usciamo. L'aria della sera ci colpisce in faccia come una secchiata d'acqua. Sembra quasi che il cielo stia cercando di sciacquare via tutto quel veleno.
Cerco di sorridere. Una specie di smorfia rassicurante. Ma dentro di me, so già che Vittorio non ha ancora finito.

Alessio guida in silenzio, con lo sguardo dritto sulla strada, le dita strette sul volante come se ogni pensiero lo attraversasse senza chiedere permesso. La città scivola via dal finestrino, un mosaico di luci e voci smorzate. Io lo guardo di sottecchi, senza dire nulla. È il tipo di silenzio che non pesa: un vuoto necessario dopo la tensione accumulata, un modo tacito per lasciar sedimentare il veleno di quella scena al ristorante.

Arriviamo davanti a casa sua — una villetta sobria, senza pretese. Niente ostentazione, niente maschere. Solo pareti bianche e finestre spente. Scende, apre la portiera e con un mezzo sorriso dice: «Benvenuta nella tana del lupo.»

Sorrido appena, più per stanchezza che per ironia. Entro. L'interno è semplice, ma curato: cuscini disordinati, libri impilati a caso, una candela accesa su un mobile che odora vagamente di muschio e tabacco. Nessuna foto sdolcinata, ma c'è calore. La casa ha il suo carattere — un po' burbero, un po' malinconico. Proprio come lui.

«Qualcosa da bere?» chiede, sparendo in cucina.

«Solo acqua. Ho già avuto abbastanza veleno per oggi.»

Torna con due bicchieri e si lascia cadere sul divano accanto a me. Per qualche secondo ci limitiamo a osservare le fiamme nel camino, come due sopravvissuti dopo un naufragio. Poi lui rompe il silenzio, guardandomi con un mezzo sorriso: «Ti sei divertita? Prima che entrasse in scena tuo fratello-ombra?»

«Una giornata... interessante» rispondo, incrociando le gambe con lentezza. «Shopping, cibo, sorprese tossiche. Tutto il pacchetto.»

«La prossima volta ti porto in un posto dove non c'è campo. Né Wi-Fi, né fratelli striscianti.»

Sorrido. Mi avvicino a lui, lentamente, come se stessi attraversando una linea sottile. Le sue dita trovano le mie, esitano un istante, poi le stringono. Il suo calore è diverso. È sincero, tangibile. Nessuna pressione, nessuna maschera da indossare.

Mi volto, lo guardo dritto negli occhi. Non ci sono parole da aggiungere. Solo quel gesto silenzioso e deciso con cui lo bacio, prendendo finalmente ciò che mi è stato negato per troppo tempo: dolcezza senza condizioni.

Le mie mani si perdono tra i suoi capelli, mentre le sue si posano delicatamente sulle curve del mio corpo. Le nostre labbra si incontrano in un bacio appassionato, e un brivido di piacere mi attraversa mentre ci avviciniamo sempre di più. 

Con un movimento deciso, inizio a sbottonare la sua camicia, sentendo la tensione e l'emozione crescere tra noi. Alessio, con mano ferma ma delicata, inizia a sfilare i miei vestiti, rivelando la mia pelle che brucia per il contatto con la sua. Il desiderio che arde tra noi diventa sempre più intenso, mentre ci avviciniamo sempre di più alla completa unione dei nostri corpi.

«Sei così bella,» mormora Alessio con voce roca, mentre i nostri sguardi si incontrano in un'intesa che va oltre le parole. Le mie mani esplorano il suo corpo con desiderio mentre lo svesto lentamente, sentendo la sua pelle contro la mia e bruciando di passione. Con ogni movimento, il desiderio cresce, avvolgendoci in un vortice di emozioni.

Nel culmine dell'estasi, i nostri corpi si fondono in un momento di pura beatitudine. Le nostre anime si intrecciano in un vortice di piacere, mentre il mondo intorno a noi svanisce nell'oblio. Ogni respiro è un sussurro di passione, ogni carezza è un'espressione di desiderio inespresso. Insieme raggiungiamo l'apice del piacere, abbandonandoci completamente alla dolce estasi del momento.

Mentre il calore del momento si dissolve lentamente, mi lascio andare al sonno, sentendomi al sicuro tra le braccia di Alessio. Le sue mani accarezzano dolcemente la mia pelle, mentre il mio respiro diventa regolare e profondo. Mi lascio trasportare dal dolce torpore del sonno, sapendo di essere al sicuro. «Ti amo» sbadiglio prima di chiudere gli occhi.

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