52. Festa in Famiglia

166 2 0
                                        

La brezza leggera mi porta un attimo di tregua, come se l'estate stessa volesse darmi una pausa. Una mano calda si posa sulla mia spalla. Mi volto. Mia nonna. Occhi stanchi ma lucidi, pelle consumata dal tempo e dal buon senso.
«Elisa, cara, va tutto bene?»
Non è una domanda. È una diagnosi. Lei sa già la risposta, ma me la lascia dire per educazione.

«È tutto... troppo. Complicato,» ammetto. Le parole escono come se non avessero voglia di farsi capire.

Lei non commenta subito. Mi abbraccia. Il suo abbraccio sa di lavanda e pazienza. Poi parla, con la voce che ha usato per crescere figli e seppellire illusioni.
«Tesoro, la vita non è fatta per essere semplice. È fatta per mettere alla prova chi respira. Ma se c'è qualcosa che posso fare, parlane.»

«Grazie, nonna,» sussurro. Ed è sincero. Almeno una persona in questa casa non mi osserva come se fossi una mina pronta a esplodere.

Lei rientra. Io accendo una sigaretta. Inspiro. Rilascio il fumo come se potesse portarsi via anche il caos.

Poi sento i passi. Quelli pesanti. Calcolati. Vittorio. Il suo sguardo arriva prima di lui: tagliente, gelido, vestito di giudizi.

«Cosa vuoi?» chiedo, senza nemmeno fingere cortesia. Il sarcasmo è la mia unica difesa.

Lui inclina la testa. Un ghigno appena accennato si arrampica sul suo viso, come se apprezzasse la sfida.
«Vuoi davvero farlo, Elisa? Proprio stasera?»

«Oh, fammi indovinare. Ti ha turbato il ballo col mio cugino effeminato? O forse il fatto che mia nonna mi ha parlato invece di evitarmi come fanno tutti gli altri?»

Fa un passo. Poi un altro. Lento, come un felino che sa di essere in cima alla catena alimentare.
«Il tuo problema è che non sai stare al tuo posto.»

«Il tuo problema,» replico, spegnendo la sigaretta con una calma che non sento davvero, «è pensare che io ne abbia uno.»

Lui socchiude gli occhi. Lo riconosco quel gesto. È il preambolo del controllo che vacilla.
«Attenta, Elisa. Il tuo tono non ti salverà quando finirai nei guai.»

«Ah, quindi siamo già alla minaccia? Di solito aspetti almeno cinque minuti.»

Lui indica un angolo più appartato del balcone. Il gesto è secco, autoritario. Come se stesse dando ordini a un sottoposto.
«Lì. Ora.»

Lo seguo. Non per obbedienza. Ma perché voglio guardarlo bene in faccia quando perderà le staffe.

«Fammi capire,» gli dico, incrociando le braccia. «Sei venuto fin qui per gonfiare il petto e sbraitare qualcosa sul rispetto?»

«Sono venuto per ricordarti che sei mia,» sputa fuori, con un tono che cerca di essere minaccioso.

Scoppio a ridere. Una risata secca, quasi amara.
«Mio caro Vittorio... Se credi davvero che una firma su un registro ti abbia comprato l'anima altrui, allora sei più patetico di quanto pensassi.»

Lui mi guarda, duro. Ma sotto c'è qualcos'altro. Rabbia, certo. Ma anche un dubbio che non vuole ammettere.
«Vedremo quanto ci metterai a piegarti.»

«Mai. E non perché sia forte. Ma perché sei troppo prevedibile per spaventarmi.»

Un silenzio teso ci avvolge. Nessuno dei due si muove. Poi, senza un'altra parola, lui se ne va. La sua ombra si allunga oltre il corridoio, ma io resto lì. In piedi. Fiera. Con la gola secca e il cuore che batte ancora troppo forte. Ma almeno batte per me.

La luce calda delle candele dovrebbe essere accogliente, ma su di me cade come una minaccia mascherata da poesia. Vittorio cammina al mio fianco come un'ombra troppo reale, troppo vicina. Non mi tiene la mano: la stringe. Forte. Come se temesse che potessi sfuggirgli, o peggio — scegliere.

La sala è in festa. Risate, brindisi, la solita gente che finge di divertirsi per dimenticare chi è. A me sembra solo un carosello di facce vuote e profumi troppo intensi. Mio padre balla con Alice, ancora truccata come se fosse la protagonista di un musical degli anni '80. Lui ride. Lei ondeggia. Un quadro perfetto, se ti piacciono le tragedie ridipinte a colori pastello.

Vittorio mi sorride. Quel suo solito sorriso da venditore di sogni scadenti.
«Andiamo a salutare gli zii?» chiede.
Traduco: «Fammi vedere quanto bene riesci a fare la moglie perfetta.»

Mi trascina con sé, il braccio infilato nel mio con la delicatezza di una cintura di sicurezza. Camminiamo tra la gente come due figurine da mostrare. Io recito. Lui dirige.

Quando finalmente saliamo in limousine, la festa resta dietro di noi, ma la nausea viene con me.
Alice ride, ubriaca persa, appesa al braccio di mio padre come una borsetta troppo costosa.
«Che giornata fantastica!» urla, scomposta, gli occhi lucidi.
«Memorabile,» ribatte lui, talmente alticcio che riesce persino a sembrare affettuoso.
Io guardo Luca. Lui guarda me. Un silenzioso patto tra sopravvissuti.
«Sono troppo euforici, considerando le circostanze,» mormora.
Circostanze. Una parola elegante per dire «questo disastro travestito da matrimonio».

Vittorio beve whisky come se fosse acqua benedetta.
«Lasciateli godersi la serata,» dice, con la sua voce da spot pubblicitario.

La limousine ondeggia su una curva. Per un attimo, penso a quanto sarebbe comodo se si ribaltasse. Niente di grave, solo abbastanza per perdere i sensi per qualche ora.

Arriviamo a casa. Il conducente apre le portiere con l'aria servile di chi sa di non contare nulla. Gli sposi scompaiono nell'oscurità, sempre più ubriachi, sempre più felici. Beati loro.

Io salgo in camera come se stessi scalando una montagna invisibile. Appena chiusa la porta, il silenzio mi avvolge. Ma non è pace. È tensione che pulsa sotto pelle.
Provo a togliermi il vestito, ma la zip si ribella. Bloccata. Incastrata. Ostinata. Come tutto nella mia vita.

Combatto per qualche minuto con quella piccola trappola di tessuto, finché sento la porta aprirsi.
Vittorio.

Perfetto.

«Hai bisogno di aiuto?» chiede con quel tono basso e controllato, come se fosse la cosa più naturale del mondo entrare in camera mia senza bussare.

Mi volto lentamente. La sua figura si staglia nella penombra, perfetta nella sua sicurezza da manuale. Si avvicina. È vicino. Troppo.

Afferra la zip con calma. Come se stesse svolgendo un rituale. E con un gesto preciso, la fa scorrere giù.

«Grazie,» mormoro, perché non c'è altro da dire. I nostri occhi si incrociano. Il suo sguardo cerca qualcosa. Il mio glielo nega.

Sorride. Di quel sorriso calmo, studiato, che dice tutto tranne la verità. C'è qualcosa, però, dietro quegli occhi lucidi: una fame trattenuta, un sottile compiacimento. E io? Io resto lì, immobile, a chiedermi quanto ancora dovrò fingere di non notarlo.

Ci avviciniamo. Non perché lo voglio davvero, ma perché è più semplice così. Come due pedine mosse da una mano invisibile: uno si china, l'altra si lascia fare. Il suo volto è vicino. Troppo. Le sue labbra sulle mie — e no, non è un bacio da film. È un gesto studiato, rovente, preciso. Un assalto vestito da carezza.

Il mondo non scompare. Resta lì, a guardare. Io lo sento. È appollaiato nell'angolo buio della stanza a giudicare in silenzio.

Ci ritroviamo sul letto. Come previsto. Lui sopra, io sotto. Le sue mani scivolano sulla mia pelle con la sicurezza di chi ha già vinto. La stanza è immersa in una luce soffusa, ma abbastanza chiara da vedere le ombre scivolare sui nostri corpi come spettatori muti.

Il calore del suo corpo mi schiaccia. Non mi avvolge, non mi protegge. Mi sovrasta. Mi reclama.

I respiri si fondono in quel solito ritmo meccanico, quasi sincronizzato. Come due attori che sanno a memoria la loro parte, ma recitano comunque con la speranza che il pubblico non si accorga della finzione.

Mi bacia la fronte, con quella teatralità che lo fa sentire cavaliere.
«Buonanotte, principessa,» sussurra. Un sussurro che sa di scherno, anche se finge tenerezza.

MineLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora