9. Dillo alla tua Escort

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Finalmente, dopo un silenzio lungo quanto la mia pazienza, l'auto si ferma. Davanti a casa. O almeno, a quella che adesso assomiglia più a una prigione con le tende stirate e l'ingresso illuminato da una luce troppo calda per essere vera. Vittorio apre la portiera con l'eleganza di un boia. Non dice "prego", non si scusa per avermi trascinata fuori dal locale come un pacco sgradito. Si limita a un cenno secco. Scendi.

La guancia mi pulsa ancora. Un ricordo vivo, rosso e dolorante del suo schiaffo. Ma non gli darò la soddisfazione di vederlo. Scendo con passo saldo, il mento alto, le spalle dritte. Il vento mi schiaffeggia per la seconda volta, stavolta senza cattiveria, ma con più dignità di lui.

Alle mie spalle, il rumore dei suoi passi. Precisi. Lenti. Da predatore paziente. Mi raggiunge in silenzio, la sua ombra si allunga sulla strada deserta come un promemoria: non sei sola, e non è una buona notizia.

«Vai dritta a letto.»
La voce di Vittorio è tagliente, secca come una lama appena affilata. «Non abbiamo finito di parlare di questa faccenda.»

Oh, fantastico. Il suo modo preferito per iniziare una minaccia: con l'apparenza di una conversazione civile. Non rispondo. Il silenzio è l'unica forma di protesta che non può schiaffeggiare.

Cammino verso casa con la testa che martella e il cuore che batte più per rabbia che per paura. Le sue parole mi inseguono, rimbalzano nei corridoi della mente come una mosca fastidiosa. Lo sento dietro di me, il suo respiro controllato, la sua presenza che occupa troppo spazio anche quando non parla.

Salgo le scale senza voltarmi, contando i gradini come se ogni numero potesse allontanarmi un po' da lui. Ma è un'illusione.

Quando apro la porta della mia stanza, il tepore familiare mi avvolge. Il mio rifugio. Ma la pace dura poco. Vittorio è già sulla soglia, come il lupo che ti segue fino al letto.

«Cosa vuoi?» La mia voce è ferma. Non urlo. Non piango. Lo guardo. Dritto negli occhi. Non gli do il lusso della mia paura.

Lui mi scruta con quella solita aria da salvatore autoproclamato. «Non posso permettere che ti metta in situazioni pericolose.»
Ah. Il cavaliere oscuro, con l'ego al posto dell'armatura.

«Non hai il diritto di controllare la mia vita.»
Le parole escono fredde, precise. Ogni sillaba pesa come un colpo.

Lui avanza. Lento. Calcolato. Come se fosse il padrone della stanza, della casa, del mio corpo. Mi afferra con forza. Un gesto che dovrebbe rassicurare, ma ha lo stesso effetto di una porta chiusa a chiave dietro di me.

Mi stringe a sé. Forte. Troppo. Il suo braccio intorno al mio corpo non è protezione: è costrizione.

«Devi capire che tutto ciò che faccio è per il tuo bene,» sussurra, con quella voce calma che usa quando vuole farmi credere che la gabbia sia fatta d'amore. Il suo respiro mi sfiora il viso, caldo, invadente.

«Non ti ho chiesto di fare un bel nulla.»
Le parole escono secche, nitide. Come uno schiaffo, ma verbale. E funziona: Vittorio si irrigidisce all'istante. Il suo sguardo si fa tagliente, il gelo inizia a scorrergli nelle pupille, e la sua presa si stringe, come se potesse spremere fuori da me l'ubbidienza.

«Sto solo cercando di proteggerti,» ribatte, con la stessa convinzione di un carceriere che chiude la cella "per sicurezza".

Poi, senza il minimo preavviso, decide che non ho più voce in capitolo. Con un gesto brusco, mi afferra e mi spinge sul letto. Non c'è grazia nei suoi movimenti, solo autorità spicciola e muscoli usati male. Cerco di divincolarmi, ma è come lottare contro un muro: la forza bruta ha sempre il vantaggio della semplicità.

«Basta,» sibilo, la voce carica di rabbia compressa. Le mani che mi tengono ferma sono dure, meccaniche. Nessun calore, solo dominio.

Vittorio mi guarda. Non come si guarda una persona, ma come si osserva un oggetto ribelle che non vuole stare al suo posto. È lì, sopra di me, come un monumento all'arroganza maschile. «Devi imparare a obbedire,» dice, e ogni parola pesa come piombo.

Lo fisso. Gli occhi mi bruciano, la guancia pulsa ancora per il primo schiaffo, ma la lingua non mi si è spezzata. «Questo vallo a dire alla tua escort.»

Il colpo che segue è quasi prevedibile, ma non per questo fa meno male. Uno schiaffo pieno, rabbioso, che mi piega il volto di lato. Un'esplosione di dolore secco, e poi il calore che si espande, violento e umiliante. Le lacrime arrivano, traditrici, senza nemmeno chiedere il permesso. Scivolano lungo le guance in fiamme, rendendomi vulnerabile davanti a lui — esattamente ciò che detesto.

Per un istante — brevissimo — qualcosa cambia. La sua presa si allenta. Lo vedo, quel lampo. Fugace, quasi umano. Un'espressione di rimorso, come un ospite indesiderato che bussa alla sua coscienza.

Ma non dice nulla. Non si scusa. Non cerca di giustificarsi. Si limita ad allontanarsi, a ritirarsi come un generale dopo aver vinto una battaglia poco dignitosa.

Resto lì, sul letto, con le guance ancora in fiamme e la rabbia che pulsa sotto la pelle. Mi siedo lentamente. I muscoli mi dolgono. Il cuore batte ancora come se fossi inseguita. Con la mano tremante, raggiungo il lavandino e inzuppo un asciugamano nell'acqua fredda.

Il contatto con la pelle è una benedizione. Bruciante e necessario. Passo il panno umido sulle guance, cercando di lavare via il dolore, le lacrime e quel senso di impotenza che mi serra lo stomaco.

Quando la pelle smette di pulsare, mi vesto lentamente. Il pigiama sembra un'armatura fragile, ma è tutto ciò che ho. Mi infilo sotto le coperte, cercando nel calore artificiale del letto una tregua che non arriva mai del tutto.

Chiudo gli occhi. Il buio, almeno, non schiaffeggia.
E mentre il sonno mi trascina via, un pensiero si insinua, sottile e persistente:
domani non sarà meglio. Ma almeno sarò pronta a rispondere.

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