Il locale era pieno di musica troppo alta e luci troppo stroboscopiche per essere davvero divertente, ma almeno era un buon posto dove nascondersi. Tra un sorso e una risata meccanica, cercavo di lasciarmi alle spalle la serata disastrosa con Vittorio. Stavo finalmente respirando, finalmente ridendo — o almeno fingendo abbastanza bene da sembrare viva — quando il mio sguardo lo incrociò.
Lui.
Il bastardo con la faccia da copertina e l'anima da fogna. Il tipo che la sera prima aveva pensato che mettermi qualcosa nel bicchiere fosse un buon modo per iniziare una conversazione.
Mi bloccai. Il cuore mi saltò un battito. Ma non indietreggiai. Non questa volta.
Si avvicinò come se nulla fosse, come se la sua faccia non fosse già abbastanza un crimine.
«Ehi, sei tornata,» disse con quel sorrisetto posticcio che sembrava incollato con la colla a caldo.
«Che ne dici di un altro drink insieme?»
«Assolutamente no, grazie,» risposi, la voce più tagliente di una lametta sotto il sole.
Lui ridacchiò, goffamente.
«Dai, perché non proviamo a divertirci un po' come ieri sera?»
Ah, l'ironia. Il predatore che si finge compagno di giochi.
Fece un passo in avanti. Uno dei miei amici si alzò immediatamente, spalleggiato dagli altri due.
«Hai un problema, amico?» disse il più alto, fissandolo con lo stesso sguardo che si riserva a una gomma da masticare spiaccicata sotto la scarpa.
Il tipo fece un passo indietro, vigliacco fino all'osso. Ma poi, la bocca gli partì lo stesso.
«Questa troia vedo che ne cambia uno a sera,» sputò, con un ghigno che implorava un pugno.
I miei amici si irrigidirono come molle. Io inspirai lentamente, trattenendo il fuoco che mi bruciava dentro.
«Non hai il diritto di parlare così di me,» risposi, gelida.
«Non mi sembra di aver chiesto il tuo parere, tesoro,» ribatté lui, acido come veleno scaduto.
«Basta così,» intervenne l'altro ragazzo. Il tono non era una minaccia. Era una sentenza.
Ed è lì che entrò in scena Vittorio. Puntuale come un'ombra.
«Ma guarda un po' chi si rivede,» mormorò, comparendo dietro di noi come una tempesta in cravatta. Il suo sguardo trapassava la folla. Si piazzò davanti al ragazzo e parlò con la calma di chi sa benissimo che può frantumarti senza dover urlare:
«Penso che sia meglio che tu te ne vada. Ora.»
Il tizio deglutì, afferrò quel minimo di dignità che gli era rimasta e sparì nel nulla come un codardo in un film mediocre.
Ma non avevo neanche il tempo di godermi la vittoria.
Vittorio mi afferrò per il braccio. Non con preoccupazione. Con possesso.
«Vieni.» Nessuna spiegazione. Nessuna richiesta. Solo ordine.
«Lasciami andare, non ho bisogno del tuo aiuto!» sibilai, cercando di svincolarmi. Ma la sua presa era d'acciaio.
«Non puoi rimanere qui. È pericoloso.» La sua voce era un blocco di ghiaccio. Non c'era tenerezza. Solo comando.
«Posso badare a me stessa.»
Il mio tono era calmo, tagliente. Testardo fino al midollo.
Si fermò. Si voltò lentamente. E mi guardò come se fossi un errore di calcolo.
«Non ti ho chiesto un'opinione.»
Lo guardai, ferma. Ancora. Poi, come un fulmine, la sua mano si alzò. Lo schiaffo fu secco, preciso, violento. Non rabbioso. Clinico. Come chi schiaccia una zanzara.
La guancia mi bruciava. Non solo per il dolore, ma per l'umiliazione.
Non feci in tempo a reagire che mi spinse verso l'auto. Il sedile mi accolse come un pugno nello stomaco. La porta si chiuse con un colpo che risuonò come una condanna.
«Non hai il diritto di trattarmi così!» gridai, con voce che tremava di rabbia, non di paura.
Lui sorrise. Un sorriso lento, quasi divertito.
«Sei solo una ragazzina testarda che non capisce il pericolo.»
Poi, un dito sulle labbra, come se potesse spegnere la mia voce con un gesto.
«È meglio che tu stia zitta e segua le mie istruzioni.»
Parlava piano, ma ogni parola era un coltello.
Rimasi immobile. Non per paura. Ma perché capii. Che quello non era più un semplice ragazzo geloso. Era un predatore travestito da protettore. Un carceriere con la chiave nel pugno.
Il motore ruggì. L'auto partì. La notte ci inghiottì.
E io, nella penombra, giurai a me stessa che quella sarebbe stata l'ultima volta che qualcuno mi toccava senza il mio permesso.
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Mine
Literatura FemininaElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
