Mi vesto con cura, scegliendo un abito che cade bene sulle curve e lascia poco spazio all'insicurezza. Lo guardo nello specchio una volta, poi ancora. Non perché voglia piacere — voglio colpire. Voglio che mi guardi e si dimentichi di tutte le altre.
Prendo l'autobus e scendo qualche isolato prima, tanto per fargli aspettare un po'. Quando arrivo, Alessio è già lì. Appoggiato al muro come nei film, le mani in tasca, il sorriso leggermente di sbieco. Non mi dice che sono bella. Mi guarda. E basta.
«Sei pronta per un'altra serata?» chiede, porgendomi il braccio con quella sicurezza che sa di arroganza, ma mi piace.
«Più che mai» rispondo, agganciandomi a lui. Il suo braccio intorno alla mia vita è un avvertimento al mondo: "è con me".
Camminiamo tra le luci della città, tra gente distratta e vetrine troppo illuminate. «Stasera ti porto in un posto speciale» annuncia, stringendomi il fianco come se volesse tenermi più vicina.
«Deve essere molto speciale se ci vai con me» ribatto, con un sorriso tagliente.
Il ristorante è minuscolo, nascosto tra due palazzi grigi, ma dentro è tutto velluto, vino e violini in sottofondo. Sembra di entrare in un altro tempo. Le luci sono basse, come se il locale stesso avesse dei segreti da custodire.
«È bellissimo» mormoro, colpita dalla delicatezza con cui ha scelto il posto.
Lui mi osserva come se fosse soddisfatto della reazione. «Mi ricorda te. Bello, complicato e difficile da trovare.»
Mi lascio scappare una risata. Forse non sa quanto ha ragione.
Ci sediamo. Parliamo. Ridiamo. Le sue mani sfiorano le mie con una naturalezza disarmante. Con Alessio non c'è bisogno di fare finta, eppure mi sento comunque sotto esame. Come se stesse aspettando di scoprire qualcosa in più, qualcosa che tengo nascosto persino a me stessa.
A fine cena, con il ristorante che ormai si svuota e le candele quasi spente, si avvicina e sussurra: «Vieni. Ti porto in un posto più tranquillo.»
Lo seguo senza fare domande. Non per fiducia, ma per istinto. E anche un po' per voglia di vedere dove vuole arrivare.
Passiamo dietro un paravento di velluto. Una piccola stanza laterale, quasi dimenticata. Tende leggere, un divanetto basso, una lampada che sembra accesa solo per noi.
Ci sediamo vicini, troppo vicini per dire ancora che stiamo solo parlando.
Mi guarda negli occhi. «Posso?» chiede appena, ma le sue mani sono già sul mio viso. Il bacio è lento. Calcolato. Ogni movimento come una promessa.
E poi, come se qualcosa si spezzasse, diventiamo fuoco. Le sue labbra cercano le mie con fame, le mie dita si infilano tra i bottoni della sua camicia come se li odiassi. Non c'è pudore, solo elettricità.
Mi tocca come se sapesse dove ho bisogno di essere sfiorata. Io rispondo come se lo aspettassi da anni.
«Ti amo» sussurra, la voce roca, sincera come una scusa detta tardi.
«Anch'io» rispondo, più per lui che per me. Più per restare che per sentire davvero.
Ci muoviamo insieme, uniti da qualcosa che somiglia al desiderio, forse all'amore, forse solo alla voglia disperata di dimenticare tutto il resto.
«Non fermarti,» sussurro con voce roca, sentendo il piacere avvolgermi come un'ondata travolgente. Alessio mi guarda negli occhi con intensità, i suoi movimenti diventano più frenetici, più incalzanti, mentre siamo sospinti verso il punto di non ritorno.
«Ti amo,» balbetto, più per l'intensità del momento che per una reale convinzione. Le parole mi scappano di bocca come un respiro rotto, incastrate tra un gemito e l'altro, mentre l'onda che ho dentro si alza, morde, esplode. Poi resta il silenzio. Il tipo di silenzio che arriva dopo un temporale, quando il cielo è ancora carico ma l'aria sa di pace.
Rimaniamo fermi per qualche secondo, nudi e caldi nel nostro piccolo disastro emotivo. Poi, come se un copione invisibile ci richiamasse alla realtà, ci rimettiamo i vestiti. Non con fretta, ma con quella strana lentezza che segue ogni momento troppo intenso, come se muoversi troppo in fretta potesse rovinarlo.
Alessio mi porge una mano — elegante, decisa, teatrale. Quasi un invito a tornare nella vita reale. La prendo. Scendiamo insieme, attraversando di nuovo il ristorante. Nessuno ci guarda. O fanno finta. In ogni caso, è lo stesso.
Usciamo nel buio umido della città. Camminiamo verso l'auto in silenzio. Un silenzio che non è imbarazzo, né freddezza. È solo... pieno. Come se tutto quello che c'era da dire fosse stato detto senza parole, nel modo più carnale possibile.
La sua mano stringe la mia con una dolcezza che sorprende, come se il leone si fosse temporaneamente trasformato in gattino. Dentro di me, ancora brucia il ricordo di prima — non solo fisico, ma anche mentale, emotivo, quasi spirituale, se vogliamo essere esagerati. E in quel momento, voglio esserlo.
Arriviamo sotto casa. Il portone è lo stesso di sempre, ma stasera sembra quasi diverso. Mi volto verso di lui, cercando qualcosa nei suoi occhi. Conferma? Promesse? O solo quel tipo di sguardo che dice "ti ho vista davvero"?
«Grazie per questa serata speciale,» dico, con voce morbida ma ferma. Sincera, ma senza sdolcinatezza.
Lui sorride. Quello vero, che gli viene fuori solo quando si dimentica di piacermi a tutti i costi. «È stato un piacere passare del tempo con te» dice, poi si china per baciarmi. Un bacio lento, caldo, perfetto. Nessuna fretta, nessuna intenzione nascosta. Solo un bacio. E per una volta, tanto basta.
Resto a guardarlo mentre si allontana. E penso che se tutte le notti fossero così, forse potrei persino credere di nuovo all'amore. O almeno fingere abbastanza bene da sembrare convinta.
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Mine
ЧиклитElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
