22. Svago

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Per non impazzire, decido di uscire. Ho bisogno di respirare, anche solo per qualche ora. Davanti allo specchio, passo un dito sulle cuciture del vestito nero. Corto, aderente, perfetto. Mi guarda come se sapesse il potere che mi serve stasera. Lo indosso lentamente, come un'armatura.

Poi la porta si spalanca. Senza bussare, ovviamente.

Vittorio entra come un giudice nel suo tribunale privato, con lo sguardo già puntato su di me. «Quel vestito è troppo provocante.»

«E tu sei troppo impiccione.»

Lui si avvicina, come un'ombra che non ti scrolli di dosso nemmeno sotto il sole. «Sai cosa penseranno gli uomini per strada?»

«Che ho buon gusto.»

Le sue dita, fredde e arroganti, si allungano sul mio fianco. Istintivamente, gli spingo via la mano. «Vittorio, smettila.»

Sorride. Quel sorriso inclinato, da predatore compiaciuto. «Pensi che là fuori qualcuno si fermerebbe, se dicessi no?»

«Penso che solo uno squilibrato direbbe una cosa del genere.»

Lui ride. Ma non è divertito: è soddisfatto. Quel tipo di risata che ti fa venire voglia di spaccare qualcosa. Le sue mani ritornano, stavolta con più forza. Afferrano il vestito, e prima che possa reagire, lo strappa. Il suono del tessuto che cede riempie la stanza come un colpo di pistola.

Mi copro istintivamente, rimanendo immobile sotto il suo sguardo tronfio. Mi squadra come se fossi un'opera d'arte in rovina. «Piccola Elisa,» mormora con falsa dolcezza, «sei ancora convinta di avere una dignità. Ma è un'illusione. Come la tua libertà.»

Mi sfiora il viso con un dito, lentamente. Il gesto più ipocrita del mondo. Mi irrigidisco. Lo guardo fisso. Non piango. Non gli do niente.

«Non hai il diritto...» sussurro, ma la voce è un filo sottile.

«Ho tutto il diritto che tu mi lasci avere.» Si volta, come se avesse già vinto. «Ora rimettiti qualcosa di decente. Se esci conciata così, potrei strapparne un altro.»

Mi guardo allo specchio. La pelle brucia. Gli occhi, però, no. Sono ghiaccio. Apro l'armadio, prendo il cappotto lungo. Lo infilo sopra i vestiti nuovi – corti, aderenti, ancora più provocanti del primo. È la mia risposta. Lui non merita una parola.

Scendo le scale con passo calmo. Il cuore martella, ma le gambe reggono. In fondo mi aspetta papà, con Luca al suo fianco. La tensione evapora appena li vedo.

«Ciao, papà,» dico, cercando di sorridere senza sforzo. Quasi ci riesco.

«Pronti per uscire?» chiede lui con quel tono gentile che cerca sempre di aggiustare tutto con un po' di premura.

«Assolutamente,» risponde Luca. Il suo entusiasmo è così onesto che per un attimo il mondo sembra più semplice.

«Anche io,» dico. La voce è ferma. È tutto quello che ho.

Mentre saliamo in macchina, il respiro si fa più profondo. L'aria fuori sa di libertà, anche se solo per una sera.

«Quando possiamo andare da mamma?» chiedo piano, guardando il riflesso della strada nei finestrini.

«Mercoledì,» risponde papà. «Dopo scuola. Tornerete il giorno dopo. Mi occupo io di sistemare le vostre cose.»

Luca accenna un sorriso. «Sarà bello rivederla.»

«Sarebbe stato ancora più bello starci un po' di più,» sussurro.

Papà non risponde. E forse va bene così.

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