Mi alzo dalla panchina, gettando a terra il mozzicone con un gesto secco. «È questo il tuo modo di sentirti potente? Rubare una sigaretta e fare il bullo?» gli chiedo, la voce tagliente.
Vittorio non si scompone. Si limita a guardarmi con quell'aria di superiorità che ormai conosco bene. «No, è il mio modo di gestire chi pensa di poter entrare in casa mia e comandare.»
«Io non comando niente. Sto solo cercando di sopravvivere a questa follia senza perdere la testa.»
«Allora smetti di provocarmi ogni volta che apri bocca.»
«Non sei tu il centro dell'universo, Vittorio,» ribatto. «Non tutto quello che faccio ha a che fare con te.»
Per un attimo non dice nulla. Poi si avvicina di un passo, troppo vicino. Sento il calore della sua presenza, la tensione che vibra fra di noi. «Eppure sei sempre dove sono io.»
«Perché vivo qui. Non è colpa mia se tu non sopporti la mia esistenza.»
«Sbagli. La sopporto benissimo. Quello che non tollero è il tuo atteggiamento da vittima ribelle.»
«E io non tollero il tuo narcisismo da quattro soldi.»
Il suo sorriso si spegne per un istante, ma poi torna, più velenoso di prima. «Sai una cosa? Sei divertente quando sei arrabbiata. Quasi... interessante.»
«Allora guardati allo specchio. Ti farà ridere molto di più.»
Mi volto e mi allontano a grandi passi, lasciandomi alle spalle il giardino, il fumo e la sua arroganza. Vittorio non mi segue, ma sento i suoi occhi su di me fino all'ultimo metro.
Con passo rapido e deciso, rientro in casa senza degnare Vittorio di uno sguardo. Il suo sorriso compiaciuto mi sfiora come una puntura di zanzara: fastidioso, inutile, destinato a essere schiacciato. Non ho intenzione di offrirgli nemmeno l'ombra di una soddisfazione. Ho troppo da pensare per perdere tempo con un ego ambulante.
Cerco di ignorare tutto mentre mando un messaggio agli amici: «Ho bisogno di un drink stasera. E di parlarvi. Seriamente.»
Attraverso il cortile come un siluro in gonnella, le mani strette a pugno lungo i fianchi, le spalle rigide, i tacchi che battono sul selciato come tamburi di guerra. L'aria afosa mi appiccica i pensieri alla pelle, ma non rallento. Non ora.
Il corridoio principale della villa si apre davanti a me come un teatro grottesco: pareti ricoperte di quadri inutilmente pretenziosi, specchi che riflettono il mio malumore da ogni angolazione. Ogni passo rimbomba tra i marmi, come se la casa stessa stesse spiando la mia irritazione. Qui dentro non c'è pace, solo facciate eleganti e tensioni ben stirate.
Salgo le scale due a due, ignorando il tintinnio dei lampadari e le voci ovattate del personale. Ogni gradino mi pesa addosso come una scelta sbagliata. Appena entro in camera, richiudo la porta dietro di me con un colpo secco. Non ho voglia di essere disturbata. Non ho voglia di fingere.
Mi butto sul letto senza nemmeno togliermi le scarpe. Le lenzuola fresche e ben tirate si spiegazzano sotto di me come le mie certezze. Avrei voluto solo una mattina tranquilla. Un caffè, due respiri, magari una sigaretta senza che qualcuno me la strappasse di bocca come un predatore territoriale. Ma no. Con Vittorio ogni gesto è un campo di battaglia, ogni parola una sfida.
Il cellulare vibra sul comodino. Lo afferro con l'istinto di chi si aspetta l'ennesima seccatura. Luca. Ovviamente.
«Ciao Luca. Che c'è adesso?» chiedo, già stanca della risposta.
«Papà è una furia. Ha sentito tutto quel casino stamattina. Vuole parlarti. Subito.» La voce di Luca è un misto di ansia e colpa non sua, come se temesse di essere coinvolto nel ciclone.
Sospiro. Lungo. Drammatico. Interno.
«Ma certo che vuole parlarmi. Figurati se si lasciava sfuggire l'occasione per farmi il sermone del giorno.»
«Elisa, non scherzare. È davvero incazzato.»
«Perfetto. Così facciamo l'en plein. Vengo subito.»
Riaggancio senza aspettare risposta, mi alzo dal letto e mi ricompongo con lo stesso entusiasmo con cui ci si infila un vestito bagnato. Il pensiero di affrontare mio padre mi stringe lo stomaco, ma una parte di me – quella allenata da anni di silenzi pesanti e sguardi taglienti – è pronta.
Scendo le scale a passo svelto, con il cuore che martella nel petto ma il volto scolpito nella calma. Se devo affrontare mio padre, tanto vale farlo con la schiena dritta e la lingua pronta. Non ho tempo né voglia di trascinarmi in un'altra pantomima familiare fatta di sospiri, sguardi lunghi e accuse dette a metà.
Lo trovo in salotto, seduto nella sua poltrona preferita, con quell'espressione severa che si porta addosso come una seconda pelle. Il suo sguardo è fermo, duro, come se avesse già deciso di essere deluso ancora prima di sapere cosa dire.
«Papà, mi hai chiamata?» chiedo, cercando di non sembrare sulla difensiva, anche se ogni fibra del mio corpo vorrebbe scappare dalla stanza.
«Sì, Elisa. Siediti.» Lo dice come si direbbe a un impiegato che ha appena falsificato un bilancio, indicando il divano di fronte a lui con un gesto asciutto.
Mi siedo. Le mani in grembo, la schiena rigida. Attendo.
«Ieri notte non eri a casa. Stamattina tua madre mi chiama e mi dice che vuoi andare da lei il prossimo fine settimana. Poi, all'alba, sento urla. Tu che litighi. Mi vuoi spiegare che diavolo sta succedendo?» La sua voce è gelida, scandita, chirurgica. L'esatto opposto di un padre preoccupato: sembra più un giudice pronto a emettere sentenza.
«Voglio la verità, Elisa. Perché, francamente, non riesco a capire che cosa ti stia succedendo. E non mi piace.»
Prendo fiato. È come tuffarsi in acqua ghiacciata. «È stato un malinteso. Stamattina io e Vittorio abbiamo avuto una discussione, tutto qui. È successo tutto troppo in fretta e... sì, mi sono agitata. Ma posso spiegarti.»
Lui non si muove. Non sgrana gli occhi, non annuisce. Niente. Si limita a guardarmi come se avessi appena ammesso un crimine di secondo grado. «Elisa, questi non sono malintesi. Sono comportamenti da ragazzina. Impulsiva, capricciosa, instabile. Non puoi continuare a vivere come se il mondo dovesse capire ogni tua esplosione emotiva. Devi imparare a gestirti. A essere adulta.»
Le parole mi arrivano dritte, precise, come dita puntate. Non grida, non alza la voce: eppure fa più male così. Come se avesse stilato una diagnosi medica su di me e non ci fosse cura.
Stringo la mascella, ma non distolgo lo sguardo. Non gli darò il lusso di vedermi abbattere. «Hai ragione. Non sono stata impeccabile. Ma sto cercando di capire come muovermi. Sto cercando di migliorare. E se questo significa affrontare le cose a muso duro, va bene. Lo farò.»
Per un attimo il silenzio ci inghiotte. Poi lui si alza, lentamente, e si avvicina alla finestra senza dire nulla. Resta lì, in piedi, con le mani intrecciate dietro la schiena. Il sole filtra tra le tende, tracciando linee d'oro sul pavimento.
Io resto sul divano. Immobile. In bilico tra la figlia che sono e la donna che sto cercando di diventare.
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Mine
ChickLitElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
