Con il cuore che martella nel petto e un silenzio teso come una corda di violino, mi avvicino alla porta della stanza di Vittorio. L'aria è immobile, pregna di un'oscurità che sembra trattenere il respiro con me. La luce pallida della luna filtra tra le tende come una spia indiscreta. La maniglia è gelida sotto le dita tremanti.
La porta si apre con un cigolio traditore. Bravo, Elisa. In punta di piedi verso l'inferno e pure rumorosa.
La stanza è ordinata, il letto disfatto con cura strategica, come se lui volesse dire: «Guarda come sono rilassato. Nulla da nascondere.»
Mi muovo decisa. O almeno cerco di sembrarlo. So bene cosa cerco, e dove potrebbe essere. Il cassetto del comodino. Sempre lui. Lo apro piano, spostando occhiali da sole, vecchi giornali, biglietti da visita logori. Ed eccola lì. Fredda, opaca, silenziosa come una condanna.
La pistola è più pesante di quanto ricordassi. O forse sono solo le mani che non smettono di tremare. La stringo, la infilo sotto la felpa, contro il cuore. Ironico, vero?
Faccio un passo indietro, poi un altro. Ma una voce taglia il buio come una lama.
«Cosa pensi di fare?»
Mi blocco. Il sangue gela. Mi volto.
È lì. Seduto sul letto. Gli occhi semichiusi, ma vigili. Le braccia tese lungo i fianchi, i pugni serrati. È sveglio. Lo è sempre stato, probabilmente. Aspettava.
«Nulla» sussurro, con una calma che non mi appartiene. Il mio tono è quello di una bugia educata, una che nessuno crede ma che dici lo stesso per buona creanza.
Vittorio si alza. Con lentezza. Precisione. Non alza la voce, non serve.
«Hai appena rubato una pistola dal mio comodino, Elisa. Dimmelo, che parte di "nulla" mi dovrebbe convincere?»
Si avvicina. Due passi, tre. Io indietreggio, ma non c'è spazio per scappare.
«Pensavi di minacciarmi? Davvero? Tu?»
Sorride, ma è il tipo di sorriso che precede i temporali.
«Vittorio, no. Non è come credi.»
«Oh no? Perché sai, io credo che tu non sappia nemmeno cosa stai facendo. Ma posso spiegartelo io.»
Le sue mani mi afferrano per le braccia. Forte. Troppo forte. Un gesto che sa esattamente dove colpire: il punto tra il controllo e la paura.
«Non provare mai più a metterti tra me e quello che è mio. Non ne uscirai bene.»
Il mio respiro si spezza. Le lacrime scivolano, silenziose e umilianti, mentre lui resta lì, immobile, come un predatore che sa di aver appena riconquistato il territorio.
«Vuoi giocare alla guerriera? Fallo. Ma ricorda: io ho già scritto il finale di questa storia. E fidati, non è a lieto fine.»
Resto muta. La pistola è ancora sotto la felpa, ma ora pesa come un macigno inutile. Vittorio lo sa. Ed è questo che lo fa vincere, ancora una volta.
Mi sento vulnerabile e indifesa, un burattino nelle sue mani crudeli. «Sei mia,» sibila con voce carica di possessività, il suo sguardo che brucia di un desiderio insaziabile di controllo. Riesco a malapena a trattenere le lacrime mentre mi ritrovo completamente esposta alla sua volontà. Mi sento come se fossi stata violata in ogni senso della parola, mentre Vittorio si insinua dentro di me con una brutalità che mi fa rabbrividire di dolore e disgusto.
Le mie lacrime si confondono con il suono dei miei gemiti soffocati, mentre la sua presenza pesante mi schiaccia sotto il peso del suo desiderio insaziabile.«Questo è ciò che meriti,» mormora con voce roca, il suo respiro affannato che accarezza il mio orecchio con una freddezza glaciale. «Ricordati sempre chi sei e chi ti possiede.» Sento il mio corpo reagire involontariamente al suo tocco, mentre Vittorio continua a possedermi con una ferocia che mi lascia senza fiato.
Le sue mani crudeli esplorano ogni angolo del mio essere, mentre la mia anima urla per essere liberata da questa prigione di dolore e vergogna. «Ti prego, smettila,» balbetto con voce tremante, cercando invano di allontanarlo da me. Ma è come se fossi intrappolata in una spirale di terrore e disperazione, senza via di fuga. Il mio corpo trema di paura mentre Vittorio continua a dominarmi.
Mi ritrovo immobile, frastornata dal tumulto delle sensazioni che mi travolgono. Il suo respiro affannato è l'unico suono che riempie la stanza, mentre il mio corpo rimane immobile sotto il suo peso oppressivo. «Sei mia,» mormora con voce roca, il suo tono carico di possessività. «Non dimenticarlo mai.» Le sue parole sono come un marchio indelebile sulla mia anima, un ricordo costante del suo dominio su di me. Sento il mio respiro tornare lentamente alla normalità mentre la sensazione di oppressione si attenua leggermente.
Con movimenti misurati, quasi rituali, Vittorio ripone la pistola nel cassetto del comodino. Non c'è fretta, né esitazione. Solo quella calma glaciale di chi sa di avere il coltello — anzi, la pistola — dalla parte del manico. Il suono metallico dell'arma che tocca il legno è secco, definitivo. Come un punto messo a una frase che non ho avuto il coraggio di scrivere.
Poi si volta. Nessuna parola, nessun rimprovero. Solo i suoi passi lenti verso di me, come se stesse per raddrizzare una sedia fuori posto. La stanza sembra stringersi attorno a noi, come se anche le pareti sapessero che sta per succedere qualcosa e preferissero non guardare.
Mi afferra con una gentilezza studiata. Il tipo di tocco che, su chiunque altro, sarebbe tenero. Ma su di lui è una minaccia travestita da premura. Mi tiene stretta, come si fa con un oggetto prezioso... o con qualcosa che può rompersi se si muove troppo.
«Non fare più cazzate,» sussurra, e il suo fiato caldo mi sfiora il collo con quella familiarità intima che mi fa più paura di qualsiasi urlo. Il tono è basso, quasi affettuoso. Un padre paziente. Un padrone stanco. «Non voglio dovermi arrabbiare di nuovo.»
Ah, ecco. La minaccia nel velluto. Il veleno nella tazza di tè.
Sorrido. O almeno ci provo. Non perché ci sia qualcosa da ridere, ma perché non ho alternative migliori. «Scusa» mormoro, con una voce che non sembra nemmeno mia. Suona come una parola imparata a memoria per sopravvivere. Una password per spegnere la bomba.
Lui annuisce, come se avessi finalmente capito la lezione. Poi mi attira a sé, e io mi lascio andare. Perché resistere? Il suo respiro è regolare, il suo petto caldo. Una gabbia morbida. Un bozzolo letale.
Mi stringe forte. Protezione, direbbero gli ingenui. Controllo, so io.
Chiudo gli occhi. Il buio mi pare più onesto di lui. Le paure svaniscono, o forse solo si travestono da stanchezza. E mentre il sonno mi trascina via, cullata da quelle braccia che sembrano amore e odorano di pericolo, una sola certezza si fa strada dentro di me: sono viva. Ma non libera. E non è affatto la stessa cosa.
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Mine
ChickLitElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
