49. Costi

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Arriviamo finalmente a casa. Il motore si spegne con un sospiro di sollievo, come se anche lui volesse scappare da quella serata. Vittorio si volta verso di me, occhi che fingono premura e mani che mi sostengono come un pilastro d'acciaio, incrollabile e opprimente.

«Vieni, Elisa,» mi invita con quella dolcezza calibrata che sa tanto di prigione dorata. Mi aggrappo a lui, non per scelta, ma perché le gambe non reggono.

Davanti alla mia porta, il suo sguardo si fa stranamente tenero, un dettaglio che non mi sfugge. «Vado a prepararti qualcosa da mangiare,» annuncia, piegandosi per un bacio sulla fronte — gesto che sa più di possesso che di affetto.

Lo guardo, cercando di afferrare un barlume di gratitudine che forse non provo. «Grazie, Vittorio,» sussurro, voce sommessa come un filo di vento che si spegne subito.

Sparisce lungo il corridoio, lasciandomi sola davanti alla porta. Entro in camera e mi lascio cadere sul letto, il suo calore ancora appiccicato a me come un'ombra fastidiosa.

Mi spoglio lentamente di quei vestiti sporchi, usurati, ognuno un piccolo frammento di questa vita che non ho scelto. Il corpo reclama conforto, ma tutto quello che trovo è un'eco vuota.

Poco dopo, la porta si apre di nuovo e Vittorio rientra, un pigiama morbido e pulito in mano, pronto a ricoprirmi di «premura». «Ecco, Elisa,» dice con un sorriso rassicurante, la gentilezza di chi sa bene chi comanda. «Indossa questo e vai a letto.»

Prendo il pigiama dalla sua mano con un sospiro tremante, provando a non far trapelare l'ansia che mi rode. Le sue mani si avvicinano, pronte ad aiutarmi, ma il contatto mi fa rabbrividire come se fossi una fragile foglia sballottata dal vento di un uragano.

Il suo tocco gentile è una catena invisibile, un nodo alla gola che stringe più forte di qualunque corda. Con il cuore pesante, mi lascio fare, cercando disperatamente di tenere nascosto il turbine di emozioni che mi travolge.

Quando finisce, Vittorio sorride. Quegli occhi — che sanno essere taglienti come rasoi — mi fissano con autorità mascherata da calma. «Andrà tutto bene, Elisa,» assicura con voce ferma, ma la menzogna è così ovvia che fa quasi ridere.

Con un sorriso fragile, mi siedo sul letto, nascondendo la fragilità dietro un muro di indifferenza. Chiudo gli occhi e mi abbandono al sonno, non aspettandomi sogni, solo un breve scampo dall'incubo.

La luce del mattino filtra pigra attraverso le tende, dipingendo la stanza con un bagliore indeciso, come se anche il sole esitasse a illuminare quel disastro. Mi siedo sul letto, il cuore che tamburella ansioso, un mix di paura e stanchezza che pesa più di una montagna. Respiro profondo, mi alzo con la lentezza di chi si prepara a un'esecuzione e mi avvicino alla finestra, lasciando che i primi raggi mi scottino il viso, benvenuto così, come un avvertimento.

Mi vesto lentamente, come chi cerca di armarsi prima di entrare nella trincea, poi esco dalla stanza con un passo deciso che tradisce solo un po' di terrore. In cucina, Alice è lì: rigida, fredda, distante, il tipo di presenza che fa sembrare il ghiaccio una coperta accogliente. Vittorio, invece, è in piedi davanti a lei, la rabbia dipinta sul volto come un'opera d'arte oscura.

«Non puoi continuare così, Vittorio,» taglia Alice con voce ferma e senza possibilità di replica, «le tue azioni non mettono a rischio solo te, ma tutta la nostra famiglia.»

Vittorio stringe i pugni come se potesse spezzare il mondo, i suoi occhi fulminano Alice con una sfida che puzza di tempesta. «A differenza tua, io sto facendo il meglio per gli affari, mamma,» ruggisce con tono duro, carico di sfida e rancore.

Poi entrambi voltano lo sguardo verso di me, le loro espressioni si ammorbidiscono – giusto un po', non si può mica abbassare troppo la guardia. Vittorio abbassa lentamente le mani, il suo volto teso che finalmente si scioglie in un'espressione meno minacciosa.

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