55. Test

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Mi sveglio con il cuore che mi martella nel petto come se stesse cercando di scappare prima di me. Ho la gola secca, la bocca impastata e un pensiero solo che mi gratta il cranio dall'interno. Mi alzo piano, come se il letto potesse reagire al mio tradimento, e barcollo verso il bagno.

Il test mi aspetta sul bordo del lavandino. Bianco, piccolo, innocuo solo in apparenza. Lo afferro con dita che tremano più del necessario e vado in bagno con la stessa gioia di chi entra in tribunale per l'ultima udienza.

Aspetto.
Secondi eterni.
Poi quelle due lineette. Chiare. Decise.

Mi paralizzo. Non respiro. Il cuore salta un colpo, poi ricomincia a correre come se sapesse qualcosa che io ancora non voglio accettare. Lo fisso, sperando che cambi da solo, che sbiadisca, che mi dica che ho visto male.

«No... no, no, no...»
Le parole mi escono in un sussurro, rotte, viscide. Ma restano sospese nell'aria, inutili come una toppa su una diga che ha già ceduto.

Ne prendo un altro. Nuovo. Ancora confezionato. Lo apro con gesti svelti, quasi rabbiosi. Come se farlo più in fretta potesse cambiare qualcosa. Ma il secondo test non è più gentile del primo.

Positivo. Ancora.
La nausea stavolta non è psicosomatica.

Le lacrime iniziano a scendere. Le ho trattenute per giorni, ma adesso sono qui. Calde, amare, liberatorie e completamente inutili.

La porta si apre.

«Elisa? Stai bene?»
Vittorio. Ovviamente. Sempre puntuale nei momenti sbagliati.

Si ferma, vede i test sul lavandino, uno ancora gocciolante.
«Che... cos'è questa roba?»
Il tono è quello di chi ha trovato un topo morto in cucina.

«Il risultato delle tue scelte brillanti,» rispondo, la voce graffiata dal pianto e dal sarcasmo.

Lui resta lì, immobile, come se il cervello gli si fosse disconnesso. Poi lentamente si gira verso di me.
«Sei incinta?» chiede, come se la risposta potesse ancora essere «scherzavo».

Annuisco. Perché dirlo ad alta voce significherebbe accettarlo. E io non sono pronta.

«Come hai potuto?»
Questa è la parte in cui rido. Ma non rido. Lo guardo, incredula.

«Come ho potuto io?» ribatto, la voce che mi sale in gola come veleno. «Tu sei quello che ha deciso che il preservativo era opzionale. Quello che ogni volta prometteva "esco in tempo", come se fosse un superpotere. E adesso fai la faccia sorpresa?»

Vittorio stringe i pugni. Non dice nulla, ma il suo silenzio urla.

«Non pensavo che sarebbe successo così presto,» mormora, come se fosse una questione di calendario.

«Io non ho intenzione di bruciarmi la vita per un tuo errore di calcolo e un tuo ego sovrastimato,» ribatto, mentre gli passo accanto e vado verso il balcone. Mi serve aria. E spazio. E forse una nuova vita, in un altro continente.

Ma lui mi afferra per il braccio. Forte. Troppo forte.

«Dove pensi di andare?»
La voce è bassa, tesa. Minacciosa.

«Mi serve un momento di silenzio,» dico, cercando di non urlare. «Di aria. Di niente.»

«Non ti lascio andare da sola dopo quello che hai fatto.»

Mi giro. Gli occhi mi bruciano.
«E cosa, esattamente, avrei fatto io?»

Lui mi fissa. Duro. Scuro. Sconosciuto.
«Hai rovinato tutto,» sibila.

«Non è solo colpa mia!» esplodo. «Non dimenticare che questa storia l'abbiamo iniziata in due. E a quanto pare, con lo stesso cervello, cioè nessuno.»

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