Dopo qualche chiacchiera superficiale, ci sistemiamo sul divano del soggiorno. La casa di Marco è sempre la stessa: un caos calcolato di libri, tazze mezze piene e coperte buttate in giro. Un posto dove puoi permetterti di non essere brillante, e nessuno ti giudica se sbadigli o ti slacci le scarpe.
«Vuoi qualcosa da bere?» chiede lui, indicando il tavolino con il classico gesto da padrone di casa che non ha ancora capito dove siano i bicchieri.
«Va bene, grazie» rispondo, più per educazione che per sete.
Mentre Marco si alza e scompare in cucina, mi lascio sprofondare nel divano. Per un attimo, mi sembra quasi di essere lontana da tutto: scuola, famiglia, drammi esistenziali. Persino mio padre sembra appartenere a un altro universo, uno con l'audio spento.
Poi la porta si apre ed entra un altro ragazzo. Uno dei soliti amici di Marco, quello con l'aria da eterno studente fuori corso e l'odore vago di tabacco e spray per ambienti.
«Ciao» dice, mollando lo zaino e accomodandosi accanto a me.
Ci scambiamo un sorriso, e per un po' chiacchieriamo. Ridiamo. Quella leggerezza improvvisa mi disarma. Comincio quasi a pensare che questa serata non sia del tutto da buttare.
Poi vibra un cellulare.
L'amico prende il telefono, lo legge e cambia faccia. Lo guardo incuriosita.
«È Vittorio» annuncia, come se stesse leggendo il bollettino di guerra.
Mi avvicino leggermente, cercando di capire. «Che dice?» chiedo, tentando un tono neutro che non tradisca l'agitazione che mi si sta arrampicando in gola.
Lui alza gli occhi e mi guarda, visibilmente a disagio.
«Dice che vuole organizzare un'orgia a casa sua, stasera.»
Rimango a fissarlo. Un silenzio imbarazzante cala nella stanza. Poi esclamo:
«Ma che schifo!» Portandomi automaticamente la mano alla bocca, come se potessi cancellare con quel gesto anche l'immagine mentale che mi ha appena scaraventato addosso.
Marco, tornato dalla cucina con due bicchieri in mano, sorride come se gli avessero appena proposto un karaoke, non una serata da film porno.
«Sarebbe una serata interessante» commenta, con quel tono da finto filosofo del sabato sera.
L'altro amico annuisce, come se fosse appena stato invitato a una mostra d'arte. «Sì, potrebbe essere divertente.»
Li guardo entrambi, completamente scioccata. «Ma cosa vi succede in testa?» chiedo, fissandoli come si guardano due gatti che hanno appena rovesciato una pianta e si congratulano tra loro.
Marco si volta verso di me, sfoggiando un sorriso da pubblicità di chewing gum.
«Oh, Elisa, non sei mai stata il tipo da lasciarsi sfuggire un'occasione» dice, come se mi stesse invitando a una cena a lume di candela, non a un'orgia a casa di un maniaco.
L'altro rincara la dose con entusiasmo. «Esatto. E poi... non abbiamo niente da perdere, no?»
«Io non parteciperò a questa follia» dichiaro, alzandomi in piedi come se il divano fosse diventato improvvisamente radioattivo. Li guardo dall'alto in basso, e per un secondo, mi compiaccio del mio disgusto. «Non siete normali.»
Più tardi, camminiamo nel buio. L'aria della sera è fresca e pulita, finalmente. Ogni passo è un passo lontano da quella conversazione surreale. Marco mi accompagna, anche se ha quella faccia da cane bastonato.
«Sei sicura di non voler venire con noi?» chiede, speranzoso, come se stessi rifiutando un giro alle giostre.
«Assolutamente» rispondo, secca, stupita io stessa dalla freddezza nella mia voce. «Non voglio avere nulla a che fare con quella porcheria.»
Marco annuisce piano. Forse per rispetto. O forse perché non sa più che dire. Quando raggiungiamo il retro della mia casa, evitiamo l'ingresso principale.
Già, perché proprio lì, tra stucchi e tende borghesi, si consumerà l'orgia.
Che poesia.
Quando apro la porta della mia stanza, la prima cosa che mi colpisce è l'odore: un misto nauseante di sudore, profumo dozzinale e qualcosa che somiglia vagamente al fallimento umano. La seconda cosa è la scena.
Due ragazze e un tipo, tutti mezzi nudi, spiaggiati sul mio letto come se fosse un divano pubblico al centro di Ibiza. Ridono, toccano, si spostano appena mi vedono. La tranquillità è finita.
«Ma che cazzo—?!»
La mia voce esce prima che io riesca a censurarla. È strozzata, isterica.
Il ragazzo si volta con la lentezza di chi si crede immortale e mi squadra dall'alto in basso come se fossi io l'intrusa. «Chi sei tu, la governante?»
Mi viene voglia di spaccargli qualcosa in faccia. Tipo la mia porta, se solo riuscissi a sradicarla.
«Questo è il mio letto, idiota! FUORI!»
Agito le braccia come se potessi scacciarli a colpi di vento. Le ragazze si raggomitolano, imbarazzate. Lui, invece, resta seduto lì, impassibile. Non si affretta. Sbadiglia persino.
«Pensavo fosse casa di Vittorio. Relax, ci ha detto che era tutto ok.»
Giusto. Vittorio. La chiave dell'apocalisse.
Come se evocato da Satana stesso, appare sulla soglia con passo deciso, sguardo da padrone di casa e quell'aria da "so tutto io" che lo rende insopportabile da quando è nato.
«Elisa, puoi piantarla? Stai facendo una scenata per niente.»
Lo fisso, senza fiato. «Una scenata? Hai trasformato casa nostra in un bordello da discount!»
«Ho invitato della gente, non è la fine del mondo.»
«Nel mio letto.»
«E allora? Fattene una ragione.»
Il tono è piatto, secco. Come se il problema fossi io. Come se fosse normale trovarsi degli sconosciuti mezzi nudi che si strusciano sui tuoi cuscini.
«Non parteciperai, ok?» dice alzando le mani, sarcastico. «Ma magari puoi non rovinare la serata a tutti gli altri.»
«Ma ti senti?» ribatto, la voce mi trema dalla rabbia. «Questa non è una serata. È una disgrazia con la musica a palla.»
Lui fa un passo verso di me. Il viso si tende. «Sai qual è il tuo problema, Elisa? Che credi ancora di avere il controllo.»
«E tu credi di essere Dio perché hai delle chiavi di casa.»
Silenzio. L'atmosfera è elettrica, carica di tensione e profumo di disprezzo.
Per un attimo, pensiamo entrambi la stessa cosa: chi romperà per primo.
Poi lui allunga una mano e mi prende per il braccio. Forte. Troppo forte.
«Lasciami!» urlo, ma lui stringe.
«Non sei tu a decidere quando finisce la festa.»
Mi dimeno. Il cuore mi batte nelle orecchie. La rabbia lascia il posto a qualcosa di più freddo, più spaventoso: il terrore.
«Prenditi cura di lei,» ordina a uno dei suoi amici con un cenno del capo. «Falle ciò che vuoi.» continua poi con sorriso malizioso.
Mentre il ragazzo mi trascina con sé verso un posto appartato, il terrore si fa sempre più intenso dentro di me. Imploro con gli occhi, cercando disperatamente di far capire che non voglio essere coinvolta in questa situazione. «Ti prego, non farmi del male,» sussurro con voce tremante, le parole che escono dalla mia bocca soffocate dalla paura.
Lui mi guarda con un'espressione di desiderio malizioso, ignorando le mie suppliche. «Hai sentito Vittorio?» ribatte con un ghigno. «Devo farti ciò che voglio.»
Il mio cuore batte furiosamente nel petto mentre l'orrore mi avvolge come un abbraccio gelido. Mi sento vulnerabile e indifesa, completamente a mercé di questo ragazzo e dei suoi desideri. «Ti prego, non farlo,» imploro di nuovo, le lacrime che iniziano a rigare il mio viso.
Ma le mie suppliche sembrano cadere nel vuoto, mentre lui si avvicina sempre di più, il suo respiro caldo che mi accarezza il viso con un tocco di malvagità. «Ti supplico. Di di aver fatto ciò che vuoi ma non farmi nulla. Ti prego» singhiozzo impaurita.
Il ragazzo si ferma improvvisamente di fronte a me, gli occhi che scrutano il mio volto segnato dalla paura e dalle lacrime. Posso percepire un barlume di compassione nel suo sguardo, un dubbio che si insinua tra le pieghe della sua decisione.
«Chi ti ha fatto del male?» chiede con voce calma, un briciolo di preoccupazione trapelando dalle sue parole.
Le mie labbra si aprono per rispondere, ma poi mi blocco. Non posso tradire mio fratello, anche se la sua mano pesa su di me come un macigno. «Non posso dirlo,» balbetto, la voce spezzata dalla paura e dalla confusione. «Per favore, ti prego, non farmi nulla.»
Il ragazzo mi osserva per un istante, come se stesse cercando di leggere tra le righe dei miei silenzi. Poi, con un sospiro, si allontana da me, lasciando una scia di incertezza nell'aria. Posso sentire il mio cuore battere selvaggiamente nel petto mentre lo vedo allontanarsi, un misto di gratitudine e terrore che mi avvolge come un'ombra inquietante.
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Mine
ChickLitElisa, dopo il divorzio dei genitori, sarà costretta a iniziare una nuova vita con la compagna del padre e suo figlio Vittorio
